Wise horses: saggi cavalli e uomini selvaggi

Gulliver, Nietzsche e l'era del cavallo in branco

Se l’amore può confondersi con un calesse, la ragione non potrebbe stare dalla parte del cavallo?

La domanda bizzarra arriva in tempi in cui sono stati rispolverati cavalli di frisia, cavalli di guerra e anche, non pochi, zoppicanti cavalli di Troia. Rappresentazioni metaforiche ormai entrate nel linguaggio figurato comune, assimilabili nella mancanza di rispetto per la natura pacifica della razza equina, animale da lungo tempo al centro dell’ammirazione umana. Lo testimoniano le più remote pitture rupestri: accanto alla figura mitica del bisonte, sulle pareti di delle caverne sfreccia il cavallo, sinonimo di fierezza e velocità.

Il cavallo ha ruoli edificanti anche nella mitologia classica, abbinato al prestigio, alla nobiltà e al rango. In quei tempi pre industriali era infatti un alleato prezioso delle nuove avventure dell’uomo civile (e militare): da espressione della natura, il cavallo era divenuto uno strumento di impresa, un patrimonio indissolubile per chi vuole chiedere di più al mondo. La naturale mobilità equina incarna il concetto del condottiero perfetto alla ricerca di spazi di conquista.

Gli esempi celebri sono numerosi. Dell’intesa speciale tra il generale Alessandro Magno e il suo fido Bucefalo si è detto e scritto molto: grandezza e forza del condottiero si rispecchiano nell’imponenza della sua cavalcatura. L’armi e i cavalieri cantati dai bardi, presupponevano appunto la dotazione di versatili quadrupedi. L’abbinamento con il cavallo rappresenta un modo pratico per elevare (non solo fisicamente) le qualità l’uomo, aprendogli nuove prospettive di mobilità e potenza che tracciano le piste degli eserciti, dei mercanti e dei messaggeri. In sostanza il cavallo è la scintilla per diffondere il fuoco delle civiltà.

Quando i nativi americani avvistarono i primi cavalieri spagnoli, li scambiarono per centauri. Senza dubbio ai loro occhi apparivano come esseri non umani, ibridi, forse superuomini, dato che stupivano per sembianze, portamento e prestanza. Sorpresa e inganno favorirono la conquista e la devastazione nei regni del centro e del sud dell’America.

Il cavallo però non conduce soltanto in luoghi fisici. La narrativa attorno alla figura di Maometto include una serie di cavalcature che gli consentono prestazioni miracolose, ultraterrene, cruciali per definire la portata del messaggio religioso. Non dimentichiamo che uno degli eventi chiave del Cattolicesimo è la conversione di San Paolo di Tarso sulla via di Damasco: il persecutore diventa fervente predicatore dopo… una rovinosa caduta da cavallo.

Nel mito dell’auriga – ideato da Platone per illustrare il concetto di reminiscenza legato alla reincarnazione dell’anima eterna nel corpo materiale – l’anima razionale viaggia su un mezzo trainato dalle pulsioni divergenti di due destrieri, uno punta verso le vette dello spirito, l’altro verso la sensibilità della materia: il bianco e il nero. Ai cavalli Platone affida una responsabilità ben alta, la loro corsa può segnare l’arco di un’esistenza.

Con l’avvento della rivoluzione industriale e la sostituzione del cavallo vapore alle mandrie, il pensiero occidentale piomba nella modernità e sembra scordarsi del cavallo. Lo recupera però un filosofo che ha fatto tremare i pilastri razionali e positivisti del Novecento denunciando l’istanza insopprimibile dell’uomo a superare sé stesso. Parliamo di Friederich Nietzche e del suo tuffo nella follia durante il soggiorno torinese nel 1889. L’anedottica classica lo ricorda in preda ad un completo abbandono panico, abbracciato… ad un cavallo. Vero, falso? Se ne discute. Ma la simbologia è perfetta. Non poteva scegliere animale più adatto al suo viaggio di rifondazione dell’umano.

Il dialogo “filosofico” tra uomo ed equino però non è una novità. Qualche annetto prima (nel 1726) veniva pubblicato “I viaggi di Gulliver”, nota opera satirica di rara sottigliezza e pungente precisione. In quattro capitoli l’arguto reverendo irlandese Jonathan Swift inscena i viaggi del dottor Gulliver in terre non soltanto lontane, ma ben oltre i confini dell’esotismo e della razionalità. Ossia regioni del fantastico dove l’ordine costituito può sovvertirsi senza importunare le leggi fisiche e soprattutto destare l’indignazione dei moralisti.

Il suo primo avventuroso approdo è noto a tutti: Lilliput, la terra degli uomini in miniatura (forse i progenitori dei puffi o imparentati con i folletti ancestrali di tante culture nordiche). Qui Gulliver stupisce e si fa stupire dalle piccolezze dei ragionamenti dei suoi mini ospiti. Regni in miniatura, istituzioni in formato ridotto che riflettono eleganti minuzie e minime profondità del ragionamento. Gli indigeni sono tutti presi dalle loro usanze e dalla incrollabile fede nelle loro grandiose piccolezze. Gulliver cerca di estendere le visioni ristrette dei padroni di casa, ma con poca fortuna: una montagna non può dialogare con una formica.

Nel secondo libro, sempre dopo un infortunio marittimo, Gulliver è sbalzato in una terra opposta, quella dei giganti, Brobdignag. Il rapporto rispetto a Lilliput è invertito, il piccolo viaggiatore diventa un giocattolo, una stranezza da esibire più che da ascoltare. Tra le righe – ma non troppo – Gulliver rischia anche di diventare il sex toys di una giovanetta un po’ smaniosa, ma grazie alla sua erudizione e alla capacità di apprendere se la cava, e diventa un’attrazione per la cerchia del re. Nonostante questo, Gulliver viene ritenuto come uno scherzo della natura, un “grillo” educato che racconta di usi e costumi bizzarri.

Il terzo viaggio – o più che altro la terza disavventura – mette Gullliver a confronto con l’eccezionale nel suo più intimo compimento. A Gulliver infatti sale a bordo di Laputa, l’isola volante, carica di scienza e sofismi, rapita in sé stessa. I suoi abitanti mangiano davvero “insalate di matematica” e frullati di geometria. Impossibile per loro interagire con un “inferiore” che usa un linguaggio non convertibile in cifre e dimostrazioni. Gulliver trasloca allora sulla sottostante isola di Balnibarbi e lì arriva all’accademia delle scienze di Lagado dove scopre la parodia del sapere divenuta pratica dell’assurdo. In quel paese lo sviluppo è arrestato perché i pensatori si sono persi in teorie astruse e distorte applicazioni della logica, impiegano tempo e risorse rincorrendo risultati in folli esperimenti.

Nella successiva tappa a Glubbdubdrib Gulliver entra con circospezione nel reame di un potente medium, un mago capace di evocare gli spiriti degli uomini del passato. Gulliver, dapprima intimorito, si lancia a chiedere specifiche “chiamate”, vuole vedere i protagonisti della filosofia del passato e poi si diverte a metterli a confronto con i loro successori, supposti seguaci e confutatori. Il risultato è comico, sembra la scena del critico borioso che si trova davanti Marshal McLuhan in “Io e Annie” di Woody Allen. Gulliver dimostra che la trasmissione del sapere è intrisa di fraintedimenti e distorsioni.

Si rivolge quindi alla storia, disturbando i grandi dell’età classica, come Cesare, Bruto e Omero e poi i governanti e i condottieri più vicini alla sua era. In tal modo Gulliver tocca con mano le alterazioni di fatti e caratteri operati da chi coltiva cronache e tesse la storia. Quanta normalità nei “mostri”! Quanta mediocrità nei supposti “geni”! Per interesse, adulazione e convenienza, il racconto della Storia si rivela manipolato e quindi spesso equiparabile ad una ”bella” fiaba per la credulità degli adulti.

Altra fermata conclusiva del terzo libro smonta il mito dorato del dono della vita eterna. Un traguardo che lo stesso Gulliver si figura come un auspicabile traguardo. Almeno finché non capita a Luggnagg dove si manifesta il fenomeno degli immortali, gli strulbrubs ossia uomini “marchiati” dal dono della vita eterna. Ebbene il viaggiatore si immagina un governo benedetto dal supporto di antichi savi, ma si deve subito ricredere vedendo un branco di vecchi affetti da demenza e degerazioni allo stato infantile: la lunga vita è poca cosa se non è accompagnata dalla prestanza di mente e corpo.

Il quarto e ultimo viaggio è la nostra fermata principale, anzi il capolinea visto che si incontrano uomo e cavallo. Ma è un incontro a prospettive alterate, il punto di vista umano infatti sbiadisce. Accade nell’isola degli Houyhnhnms, dal nome dei padroni di casa: fieri equini dallo sguardo intelligente e un eloquio tessuto di armoniosi nitriti. Vivono in pace, organizzati secondo criteri pratici sia nei costumi privati che nella gestione del Paese. Gli Houyhnhnm sono consapevoli della loro natura animale e la assecondano senza imporre sovrastrutture morali, le regole di vita sono semplici e mirano a garantire l’equilibrio con sobrietà e attenzione alle risorse disponibili.

Swift gioca qui scopre la carta più ambigua del mazzo quando fa raccontare a Gulliver di altri spiacevoli inquilini di quella terra: gli Yahoo. Li descrive come animali, ma dalle fattezze e dai caratteri riconosciamo rapidamente gli uomini e li vediamo nel pieno rigoglio dei loro vizi e malizie. La coesistenza con i saggi cavalli è stridente: gli equini sono organizzati e razionali, gli Yahoo/uomini sono pigri e caotici, animati da bassi istinti e metodi infingardi. Gulliver ne ricava un’impressione di viva repulsione che lo segnerà anche dopo il suo ritorno a casa.

Ricapitolando, Swift ha usato Gulliver per esplorare la dimensione umana nelle sue diverse accezioni e mostrarne gli evidenti limiti: inaffidabilità dei sensi e delle percezioni,  fragilità dell’intelligenza volentieri prestata ad astrazioni inconcludenti e presunzioni assai precarie e spesso poco pratiche. E poi la scarsa consistenza del nostro patrimonio culturale, inquinato da impressioni e da falsità costruite ad arte, tramandate nei secoli per traviare generazioni nell’errore e nel dubbio. E infine la pochezza delle forme umane di autogestione e organizzazione delle risorse naturali: l’insieme della nostra specie appare incapace di vivere senza causare danno all’ambiente, senza ferire il prossimo.

Il ritratto dell’Uomo è straziante, tanto che lo stesso Gulliver fatica a considerarsi parte del consesso umano dopo aver ricevuto tante dimostrazioni sulle sue deleterie inclinazioni. Swift, nel finale dell’opera, descrive il suo viaggiatore come un nostalgico della vera vita indicata dai saggi Houyhnhnm nel loro “equo” ed “eco” governo di sé stessi e della loro remota nazione. Si tratta di una saudade esistenziale che, in tempi di crisi affastellate e convergenti, sembra accomunare una fetta sempre più larga di Yahoo. Lecito domandarsi perché ancora non sia nato un “partito” dei Gulliveriani con un bel cavallo nel vessillo. Ma l’abbraccio disperato al ronzino di Nietzsche insegna che il cavallo sfreccia al galoppo, sfugge, non si fa imbrigliare dal pensiero gretto dei bipedi. E così le risposte al dilemma umano restano nell’abisso del mare delle possibilità.

Gianlorenzo Barollo

è un alter ego professionale attratto dall’amatorialità e gran cultore del perseverare nell’errore che ci fa umani. Per pochi ma belli è noto come autore del bestial seller “I pensierini di Mosè” e di “Triscaidecafobia”.

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