Ra-Dio: la frequenza primaria della iper-letteratura

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Intervista a Lorenzo Miglioli, autore del primo romanzo ipertestuale italiano

PREMESSA PERSONALE

Ra-Dio lo avevo acquistato quando era uscito, anno 1993: un libro e un piccolo floppy da 3,5”. E il dischetto non era un “allegato” sfizioso, bensì il corpo principale dell’opera. Il formato digitale consentiva una navigazione multidirezionale nella trama della storia, la forma non era semplicemente una questione di stile ma espressione della sostanza dello scritto. Se qualcuno ricorda il film “Viaggio allucinante” – dove un vascello viene rimpicciolito per navigare all’interno di un corpo umano per effettuare un intervento chirurgico altrimenti impossibile – ebbene il concetto è abbinabile.

Ovviamente mi sembrava di avere in tasca una scheggia di futuro. La interpretavo come la forma della letteratura dell’avvenire (fantascientifica e d’avanguardia). Ra-Dio era un percorso narrativo radiale, una rete percorribile dal lettore in più direzioni, senza l’uscita obbligatoria verso un finale precostituito. Il cammino poteva diramarsi in altre nicchie di conoscenza, aprire finestre prospettiche, e soprattutto assegnava al lettore un ruolo attivo (i diritti del lettore di Daniel Pennac sarebbero arrivati più tardi) e libero di costruire la propria storia nella mappa disegnata dall’autore. La creazione ipertestuale infatti offre gli strumenti e lo scenario – come un libro game o un gioco di ruolo – ma non detta le regole: il lettore è autonomo e può viaggiare nel labirinto fino a riconsegnare un senso alternativo allo scritto. Scripta (non) manent.

Per me era una prova diretta di una futuribile – e tecnologica – continuazione della carica libertaria della Beat Generation o di un flusso di coscienza (non più individuale ma collettivo) proiettato verso un “oltre” che allora sembrava la meta delle utopie celebrate dai narratori di anticipazione. Trovare un’opera meta letteraria che parla di una realtà globale, del rapporto tra il corpo e il cosmo e della possibilità d’accesso alla totalità della conoscenza, era esaltante, sembrava davvero di affacciarsi al davanzale del Domani.

L’autore di Ra-Dio è Lorenzo Miglioli, giornalista, scrittore, autore di testi teatrali e produzioni cinematografiche. Un “lettore” onnivoro della realtà che già negli anni ’90, quando il concetto dell’impatto del web nel quotidiano era ancora avvolto da parecchie foschie (e molte millanterie), aveva usato le sue antenne per captare le “forme delle cose a venire”.

Il suo Ra-Dio fu un colpo di fulmine in un cielo annoiato. Una scarica di adrenalina nelle esili terminazioni cyber che attraversavano lo Stivale. Ne parlarono i media classici accogliendolo come un oggetto alieno e quindi con un sottile senso di minaccia incombente. Altri invece usarono un taglio da “curiosità” del giorno, relegata alle stranezze delle “cose” informatiche.

Non mancarono comunque analisi puntuali delle potenzialità del mezzo espressivo e speculazioni prospettiche sul futuro prossimo della letteratura. Di ipertesti si parlava sul finire degli anni ’80 – non certo nel pianeta Italia, periferia dei futuri imperi digitali – grazie allo sviluppo di appositi programmi di scrittura che avrebbero affinato il talento dell’autore e potenziato l’impatto dell’opera. Si parla oggi di “realtà aumentata”, ieri si poteva chiamare fiction amplificata.

Però, diciamolo, ai circoli degli scrittori e all’industria editoriale, la novità dell’iper testo non poteva che apparire come la costola di un gioco letterario, un divertimento piuttosto cerebrale che aveva per stampella la mitologia del “mondo del computer”. Vero, ma anche no.

Vero perché la meccanica ipertestuale non ha raggiunto la massa critica necessaria per radicarsi nelle abitudini dei lettori (e soprattutto degli autori).

Falso, perché le modalità della iperlettura sono il pane quotidiano delle nostre frequentazioni dei social media. Anzi, sembrano la sintassi di una comunicazione che si eleva sull’impoverimento progressivo delle forme verbali.

Ra-dio sta per compiere 30 anni. Forse è il momento giusto per un “Restore”.


INTERVISTA a LORENZO MIGLIOLI

PM: Come primo passo, vorrei sapere in che modo ti sei avvicinato al concetto di ipertesto e come hai pensato di concretizzarlo in un’opera che andava pionieristicamente oltre il concetto fisico di libro.

LMIG: Internet era appena nata, funzionava più come un enigma che come un reale facilitatore di evoluzione memetica. Era per pochissimi. Io l’avevo incrociata e me ne ero interessato, anche se intuire quello che avrebbe mutato globalmente era ancora un’avventura concettuale per ancora meno adepti. In effetti era uscita quella pietra miliare della sociologia del futuro, la futurologia, di Alvin Toffler: LA TERZA ONDATA, dove ci si poteva trovare una mappa abbastanza dettagliata di quello che sarebbe stato praticamente quasi tutto. Lo lessi e lo rilessi, mi aveva fatto passare al livello superiore, come fosse una super arma distruggi boss. Caricato da quel software concettuale mi avvicinavo a tutto quello che potevo, ai tempi trovare le risorse non era così facile. Nel 1984 portai il mio primo lavoro teatrale, MINI-MALI al festival di Polverigi, collaborarono con me Alessandro Mendini con planimetrie degli stati di coscienza sovrapposti a quelle di città senza nome, Bruce Geduldig dei Tuxedo Moon, Igort uno degli artisti più influenti dall’Italia verso il mondo di oggi, il gruppo musicale dei Suprize, l’IRCAM attraverso Chiara Boeri, e altri… quando finì mi raggiunse il critico e semiologo Maurizio Grande, collaboratore, tra le altre cose, di Carmelo Bene. Mi disse che quello che aveva visto era probabilmente il primo esperimento di cyber teatro in Europa. Non so se fosse vero, ma la cosa mi riempì di orgoglio e paura dimensionale. Il livello dove ero arrivato di colpo necessitava meno modalità selvaggia di quella che mi abitava. Oppure no. Durante la conversazione che sostenemmo assieme, venne fuori un software che un suo giovane collaboratore stava usando per catalogare digitalmente varie pubblicazioni presenti nel dipartimento di semiotica di Siena, si chiamava Storyspace… ne rimasi folgorato, perché ogni parola che si connetteva a quel software scavava dentro di me. Una volta tornato a Modena contattai un mio amico programmatore che usava il Mac. Mi procurò il software e iniziai a usarlo per farci esperienza… le possibilità narrative e costitutive del letterario erano enormi… come Internet stessa poi ha dimostrato mutando completamente il tessuto del reale e della produzione del reale negli anni a venire…

Stiamo parlando di un “romanzo” che non ha un senso obbligato di lettura, lineare, anzi è strutturato per invitare il lettore a deviare il percorso. Tecnicamente come è stato realizzato? Modalità di scrittura, eventuale assemblaggio dei testi, preparazione del supporto.

LMIG: Quando aprii per la prima volta Storyspace sul mio Mac, computer oggi da museo, nel senso che era un vero capolavoro da esporre a futura memoria, vidi qualcosa che mi fece capire la mutazione della scrittura, quindi del narrativo, quindi del letterario, quindi del modo di relazionarsi a quella funzione umana che dall’invenzione del simbolico in poi, ha usato il motore metaforico per intersecare materiali, funzioni, forme e significati tra loro alieni, ottenendo una forte evoluzione delle specie inorganiche probabilmente e purtroppo a discapito di quelle organiche sul pianeta. Storyspace, con grande semplicità di azione e lungimiranza organizzativa, si presentava come un ambiente pulito, ordinato in grado di oggettualizzare la mappa del narrato come un vero e proprio territorio percettivo. Non ti faceva procedere parola per parola, alla ricerca di una forma che rendesse elegante o epico o leggibile, un concetto precostituito nella mente e alla ricerca di una esposizione che fosse trasferibile ad altri, i lettori, ti presentava una cartella bianca su sfondo bianco, e aprendola ti forniva il primo ambiente scrivibile. Quando la chiudevi potevi aggiungere una o altre cartelle visibilmente collegate e formanti una vera e propria mappa del racconto. Un vero spazio della storia. Reificato, navigabile, oggettivo. Lo so dire oggi cose del genere sembra naif, ma nel 1992 non lo era per nulla. Anzi. Mutava il come la mente si organizzava per costruire mondi che, come sosteneva Philip K. Dick, dovevano rimanere in piedi più di due giorni dopo la lettura per poter essere chiamati, nella sua visione, fantascienza, ma io dico, per estensione, narrato di qualunque tipo. Ossia sostituirsi a quel mondo che il principio di realtà ti collega per farti muovere senza morire in un incidente in pochi secondi. La scrittura come mappa, invece che flusso espositivo, ci ha portato a eliminare le sovrastrutture distributive in senso meccanizzato, liberando come fosse il Kraken, il letterario, ossia il motore raccontante di quello che chiamiamo letteratura. Il nobel letterario a Bob Dylan ha questa lungimiranza, premia un grandissimo autore di letterario ma non principalmente di letteratura. La mutazione è avvenuta. Con Ra-Dio l’avevo, in un certo senso e con una consapevolezza minore del necessario attuale, preconizzata.

PM: Di fatto quando uscì Ra-Dio non furono pochi (almeno nella mia cerchia di periferici e provinciali lettori) a chiedersi se fosse più una provocazione artistica che un’opera letteraria. Quale è stato l’impatto e il “ritorno” di Ra-Dio, a livello personale e di “audience”?

LMIG: Ra-Dio è quello che si potrebbe definire un ready made letterario, mi colpiva molto il fatto che nell’universo digitale la scrittura si trasformava fortemente in letterario puro, ma colpiva ancora di più il fatto che proprio come l’orinatoio e la ruota di bicicletta che quel geniaccio di Marcel Duchamp prese dai luoghi quotidiani, ormai invisibili per sovraesposizione percettiva, li portò in una galleria d’arte e li espose come oggetti estetici. Il rovesciamento era straordinario, il velo si sollevava e di colpo il reincanto del misterico emergeva dal disincanto della razionalità da sopravvivenza che il sistema finanziario capitalista spalma sulla nostra testa. Io presi l’oggetto letterario e lo portai in un ambiente ad esso ostile per i tempi, e lo riesplosi come punto avanzato del simbolico umanoide in terra cibernetica. Un ibrido in fieri. In effetti l’operazione ebbe una risonanza enorme, non passava giorno che non venissi chiamato dalla pletora giornalistica dei freelance o da quelli stabili in redazioni più varie e disparate. Sul piano personale la storia è diversa e più complessa, voglio essere davvero onesto al riguardo: scopersi l’impatto che avrebbe avuto il mio iperteso quando, malato da qualche giorno, chiesi alla mia compagna dell’epoca di prendermi due cornetti un cappuccino e un paio di giornali, era il 1993. Quando tornò aveva tutto, i giornali erano La Repubblica e Il Manifesto (all’epoca si potevano ancora ritagliare articoli di cultura, spesso di valore indiscusso). Mi misi a mangiare, sorseggiare e leggere. Quando arrivai ai paginoni centrali (al tempo era così) dedicati alla cultura, per poco non mi prese un colpo: a lettere cubitali su doppia pagina stava una scritta, L’EPOPEA VIRTUALE DI RA-DIO. Rimasi di stucco, sulle prime pensai che mi avessero rubato il titolo dell’ipertesto per fini differenti e invece parlava proprio e in termini epici di Ra-Dio, del MIO Ra-Dio. Da quel giorno due o tre giornali, riviste o televisione, compresi i TG, o anche radio pubblicavano, ognuno alla sua maniera mediatica, un pezzo su me e la letteratura elettronica. E fu così per due anni. Mi chiamavano ovunque per presentare il progetto, ma alla lunga mi resi conto che non era quello che volevo. Quando vincevo diventavo una persona che non mi piaceva per nulla. E allora emerse come una epifania il dato principale: a me piaceva e piace ‘perdere’. Potrei e dovrei spiegare meglio questa chiosa finale, ma non lo farò, altrimenti sarebbe una vittoria, no?


Note

  • Alvin Toffler: sociologo statunitense, futurologo e studioso dei mezzi di comunicazione di massa (1928-2016)
  • Alessandro Mendini: architetto, designer e artista (1931-2019)
  • TuxedoMoon: band post punk-new wave fondata nel 1977, aperta alle sperimentazioni sonore e multimediali, condotte in particolare da Bruce Geduldig (1953-2016).
  • Ircam: istituto per la ricerca e la coordinazione acustica-musicale.
  • Chiara Boeri: artista visuale del secondo ‘900, scoprì la possibilità del computer alla Standfort University e sviluppò opere digitali-video a partire dagli anni ’80.
  • Igort: fumettista (un tratto inconfondibile già dalla fine degli anni ’70), sceneggiatore e regista
  • Carmelo Bene: attore, regista, poeta (1937-2002)
  • Storyspace: ideato nel 1987 è il primo software per la creazione di ipertesti nell’ambiente Mac. Venne usato per produrre le prime narrazioni di fiction ipertestuale come “Afternoon, a story” di Michael Joyce (scritto nel 1987 e pubblicato nel 1990 su dischetto).
  • Marcel Duchamp: pittore, scultore e scacchista (1887-1968)
  • Philip K. Dick: davvero dobbiamo dirvi chi era?
  • Bob Dylan: idem come sopra

Gianlorenzo Barollo

È un alter ego professionale attratto dall’amatorialità e gran cultore del perseverare nell’errore che ci fa umani. Per pochi ma belli è noto come autore del bestial seller “I pensierini di Mosè” e di “Triscaidecafobia”.

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