Quell’angolo dell’universo dove Dio gioca a dadi

La formula di Simmons per eliminare il brusìo telepatico e trovare il paradiso

Gli Uomini Vuoti” di Dan Simmons potrebbe essere l’ennesima storia di un telepate che si trova a fronteggiare la difficoltà di vivere in un mondo che lo disturba continuamente col suo brusìo di pensieri meschini, deprimenti, e avidamente sanguinari. Cose già lette a iosa in innumerevoli altri romanzi del genere, alcuni sciocchi, altri decenti, alcuni dei veri capolavori, come quel “Morire Dentro” di Robert Silverberg – Simmons da l’impressione di provarci a sua volta, forse nella speranza di superare il citato romanzo.

L’unico problema è che a Simmons di scrivere un romanzo sulle capacità telepatiche non gliene importa alcunché. Qui il telepate è solo uno strumento per portare avanti una idea già in parte espressa nella seconda parte del ciclo di Hyperion, e ancor più nella parte che riguarda Endymion. Ovvero quel lato della materia scientifica che sconfina nella metafisica quando si va a indagare nel microcosmo quantistico, là dove Dio gioca a dadi. La storia nel complesso è semplice, una lineare quanto degradante discesa verso l’autodistruzione di Jeremy Bremen, professore di matematica e recente vedovo inconsolabile.

La moglie Gail infatti è morta di tumore, lasciandolo solo in un mondo di pensieri altrui, indesiderati quanto sconfortanti, che entrano continuamente nella sua testa. Un neurobrusìo costante che solo la
presenza della moglie in vita, anche Lei telepate, gli dava la possibilità di tenere a bada e neutralizzare. Morta la moglie, Jeremy lascia il lavoro, da fuoco alla casa e si rifugia in una zona semi paludosa dove, casuale testimone, assiste alla eliminazione del cadavere di un uomo ucciso dalla malavita. Dopo
alcune peripezie sfugge al presunto killer, inoltrandosi senza una vera meta lungo le strade violente di una America sempre pronta a uccidere per denaro e potere.

Il romanzo si svolge in vari episodi delineando esistenze crudeli, dove il protagonista perde ogni cura di sé, diventa un senza tetto, un alcolizzato, e rivive tristemente in continuazione sprazzi di vita passata con l’adorata moglie, rimuginando in parte anche sulle sue teorie matematiche tese a
spiegare come funziona la telepatia, con tanto di formule matematiche riportate anche nelle pagine del romanzo. In questo sta ovviamente il nocciolo della storia, ben condita con introspezioni sul senso di una vita, resa monca dal perduto amore e attraverso questi ricordi il lento affiorare di una teoria quantistica discussa in parte con un altro matematico, Jacob Goldmann, studioso della matematica del caos. Si, esiste nella matematica un ramo che si occupa di esprimere in formule il caos. Uno scambio di informazioni che porterà Goldmann a una conclusione sorprendente, al punto che deciderà di suicidarsi.

Un suicidio che Jeremy inizialmente non comprende, finché riflettendo sugli appunti lasciati e considerando le sue cognizioni ed esperienze, alla fine comprenderà. Fidando sulle teorie quantistiche più estreme, si ritirerà da questo universo per entrare in uno creato da Lui, e unirsi di nuovo con la moglie in un nuovo universo, poiché sì, Dio, l’osservatore primigenio gioca a dadi nella dimensione quantistica dell’universo. La capacità telepatica di Jeremy lo rende quell’osservatore che determina quando gli elettroni sono onde o particelle, determinando uno stato preciso e
quindi una realtà desiderata. Simmons/Jeremy sembra volerci dire che solo nel momento che precede la morte si raggiunge l’intensità emotiva e intellettuale adatta alla creazione di una nuova realtà. In pratica il paradiso può esistere in quanto determinazione di uno stato emotivo estremo e intenso quanto quello che si prova quando si lascia questa nostra materiale realtà.

Nell’insieme il romanzo attraversa fasi altalenanti di interesse per quanto riguarda la teoria del fronte d’onda. Ma le varie disavventure casuali a tratti sono noiosette. Inizialmente non si capisce cosa abbia in mente Simmons, se raccontare la vicenda di un telepate sfigato o stupido o tristemente autodistruttivo, come per il personaggio di David Selig in “Morire Dentro”, finché non si arriva alla matematica del caos e le incognite quantistiche, e solo allora si intuisce dove Simmons vuole arrivare veramente.

Personalmente, come critica alla vera idea che ha ispirato l’autore a scrivere questo romanzo, seppellita in parte in una narrazione solo all’apparenza senza capo ne coda, sta nel fatto che la telepatia non sia il talento più appropriato per determinare, a livello quantistico, un nuovo Universo, al contrario di quello Precognitivo. Solo un Precognitivo può cavalcare il fronte d’onda dello
spaziotempo determinando nuove realtà.
Ma questa è solo la Mia teoria, allo stato attuale, buona quanto quella di Dan Simmons. (eh eh eh eh)

Giuseppe Ferri

 

Dan Simmons
Gli Uomini Vuoti 

Titolo Originale

The Hollow Man

Traduttore

José Campanella 
Pag 318 Urania n° 1529 –
Mondadori

Giuseppe Ferri

classe 1959 da sempre appassionato lettore di SF, unico genere letterario in grado di unire materia umanistica a 297 quella scientifica senza annoiare. Ama leggere più che scrivere e questo è il motivo della sua scarsa produzione. Attualmente, dopo 42 anni e 10 mesi di contributi finalmente in pensione, ma continua ad avere lo sguardo sul futuro.

Lascia un commento