Quando le parole stanno a zero: la violenza oltre la meccanica delle arance

Violenti o nolenti: il dono prezioso della comunicazione che lascia i lividi

“Gioco di mano, gioco da villano”. Questo antico andante arrivava puntuale per contenere l’esuberanza di bambini maneschi e/o dispettosi. Alzare le mani invece di usare la parola è giustamente considerato uno scadimento delle “regole di ingaggio” interpersonali, una manifesta espressione di inferiorità rispetto a chi sa esporre le sue ragioni attraverso il linguaggio e ottenerne soddisfazione. Nondimeno si può affermare che l’azione violenta resta una forma – seppur basilare nell’impronta –  di comunicazione.

Se l’immagine vale più di mille parole, allora un colpo ben assestato è la forma più diretta per “trasmettere” un’informazione connessa al disagio. Certo, si tratta di un genere limitato di informazione, quello che viaggia sulla frequenza della forza e che impone gerarchie. Vale per le contese tra singoli individui e, purtroppo, anche per i gruppi, i popoli, le nazioni.

“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, diceva il generale Carl Von Clausewitz. Un concetto che si può attribuire al gesto aggressivo, inteso come continuazione di un desiderio di affermazione verbalmente inespresso (o, per varie evenienze, inesprimibile).

Dagli sberloni sonori di Bud Spencer all’urlo di Chen (Bruce Lee nda) che terrorizza l’occidente, è indubbio: la violenza – per quanto edulcorata o mediata – è spettacolare. Contiene emozione, coreografia, e soprattutto accende nello spettatore una rapida immedesimazione. Chi guarda subito entra in empatia, sposa una causa o si sente partecipe. La violenza non lascia indifferenti.

Miliardi di pagine in letteratura, oltre un secolo di cinema, un’infinità di opere d’arte consacrate alla guerra e alle sue divinità: non possiamo davvero affermare che la pulsione aggressiva sia marginale nella natura umana e nelle sue pratiche sociali.

La parola “pulsione” negli studi di Sigmund Freud indica la tendenza che innesca un comportamento, un modo di essere e quindi di esprimersi nei confronti di un altro soggetto. Il padre della psicanalisi divide le pulsioni in due grandi categorie: sessuale e aggressiva. Si potrebbe  discutere se in realtà non ne esista soltanto una, visto che entrambe costituiscono una spinta ad affermare la volontà dell’io in una doppia finalità: la continuazione di sé e la difesa. Che in sostanza hanno il medesimo obiettivo di fondo: essere.

La violenza perciò è una modalità espressiva che appartiene alla natura umana, così come il suo opposto. Non sfugge a nessuno che le relazioni aggressive e conflittuali costituiscano la rappresentazione più diffusa nei prodotti di intrattenimento. Da che mondo è mondo, per catturare l’attenzione del pubblico si inseriscono nella storia ostacoli e minacce che mettono alla prova il protagonista. Nella contrapposizione il carattere si plasma, le contraddizioni – o le tare – vengono alla luce, i personaggi evolvono e si costruisce una “morale” del racconto.

L’uso della violenza accelera il processo di svelamento dei personaggi e soprattutto instaura una forte connessione con il pubblico. La pulsione violenta verso il prossimo schematizzata nel gesto, nell’atto di offesa e nelle sue conseguenze (fuga, reazione, accettazione) è un dato immediatamente comprensibile. Un messaggio elementare, ma che può riverberare a più livelli, scandagliando nel profondo dell’animo dell’individuo. Una verità che le civiltà orientali sembrano maneggiare con maggior consapevolezza. Mi riferisco in particolare alle arti marziali che racchiudono filosofia e pratica fisica in un connubio che amalgama l’azione e la passività per determinare nuovi codici comportamentali, capaci di andare oltre gli istinti e le innate inclinazioni. Arti che rappresentano la ricerca di una armonia capace di contrastare nella disciplina dell’esercizio le intemperanze del libero arbitrio. Il lottatore è quindi istruito a indirizzare le sue pulsioni, in modo da disperdere la matrice del nocivo egoismo attraverso la dimensione del sacrificio.

Arriviamo cosi a “Kill la kill” è un anime (2013-2014) e già dal nome si comprende che non tratta di orsetti carini, teneri innamorati o altre amenità. La storia: Ryuko Matoi è una ragazzina in cerca di vendetta, le hanno ucciso il padre e cerca soddisfazione alla prestigiosa Accademia Honnoji, una bizzarra istituzione scolastica dove la lotta è la materia principale. In pratica la scuola è un’Arena dove sopravvive il più forte, premiato con promozioni di rango e privilegi. Ma la vicenda principale non interessa quanto le sue modalità di svolgimento. Infatti i personaggi interagiscono quasi esclusivamente a suon di calci, pugni e colpi d’arma bianca e via così, in totale escalation offensiva. 

La modalità del “ti meno poi ti spiego” che vale per tanti cartoni animati della sfera anime e associati, in Kill la kill è quasi macchiettistica, talmente esagerata da sfociare nella parodia dei capostipiti: Dragon Ball su tutti, ma anche i vari Naruto e One Piece che hanno spopolato qualche lustro prima della produzione dei Trigger e Kazuki Nakashima. Le “trasformazioni” (che sono caricature ironiche e maliziose delle entrate in scena di miriadi di supereroi) e gli scontri degli allievi dell’Accademia, citano ed elaborano i classici Kung fu movie anni ‘70 del novecento, metamorfosi di matrice tokusatsu & super sentai e le disfide degli scolaretti combattenti che hanno riempito pagine di manga e scaffali di anime.

L’aspetto che colpisce nell’anime è l’incapacità degli opponenti di instaurare un dialogo minimale che vada oltre i proclami di minaccia, gli sberleffi e le umiliazioni: parlarsi chiaro potrebbe eliminare ombre e accorciare distanze. Ovvio che si tratta di espediente narrativo specifico: i protagonisti belligeranti preferiscono sfoggiare i muscoli delle ambizioni segrete e le energie dell’ira repressa, piuttosto che “perdere tempo” a spiegare le reciproche ragioni. Kill la Kill inoltre ricama in maniera curiosa sul rapporto simbiotico e simbolico tra corpo e abito. Nulla di troppo cerebrale, infatti la trama vive la ritualità schematica dello scontro progressivo allo scopo di acquisire conoscenza/potere. Anche qui, si scoprirà, che l’abito non fa il monaco.

In definitiva, Kill la kill afferma che il desiderio di infliggere dolore per liberarsi del proprio trauma deve necessariamente attraversare degli stadi di confronto violento per giungere alla rivelazione. La violenza è un codice espressivo di livello inferiore, ma è un esercizio che si rende indispensabile in una società che celebra l’estetica del corpo su altre forme di comunicazione razionale.

Trattando delle molteplici valenze della pulsione aggressiva, è notorio il lavoro di Anthony Burgess e Stanley Kubrick: rispettivamente autori del libro (1962) e del film (1971) “Arancia meccanica”. Una riflessione critica sull’uomo e le sue stagioni, sulla società e le sue illusioni in una parabola di violenza adolescenziale. Le pulsioni aggressive del giovane Alex, il protagonista minorenne dalla mente criminale, sono ammantate di estetica e confuse velleità artistiche. La sua inclinazione ad aggredire è la manifestazione di un bisogno di affermazione, una certificazione d’esistenza all’interno di un contesto sociale di abbrutimento culturale e impoverimento materiale.

Kubrick traduce magistralmente il senso estetico del ragazzino “cattivo” in sequenze da sogno, deliri di onnipotenza che esaltano nella dinamicità e nella coreografia. Ogni ascesa però ha la sua naturale caduta ed ecco che il sogno di perpetuarsi nella violenza, nell’atto distruttivo, si scontra con l’apparato difensivo della società, che reagisce con altrettanta aggressività. Il “dialogo” non può essere più esplicito nella dinamica della causa e dell’effetto. 

La vicenda è nota: con la cura “Ludovico” le autorità si propongono di “disinnescare” Alex. Un metodo drastico, una inibizione artificiale che si traduce in una mutilazione dell’individuo: il giovanotto diventa vittima e in definitiva, cambia la forma, ma non l’entità del problema. L’aggressività è una qualità necessaria per essere una rotella produttiva del corpo sociale: Alex va quindi restaurato.

Burgess nel romanzo – da cui è stato tratto il film – inscenava un finale diverso, più rispondente all’osservazione di un ciclo vitale: la nascita, la ribellione, la repressione e la riconciliazione. Alex passa dall’altra parte della barricata, non quella delle istituzioni pronte alla menzogna santificata e al pestaggio, ma quella delle figure giudicate “grigie” e melliflue, ossia i genitori: persone istintivamente votate al sacrificio per un bene più grande, un bene non percepibile dalle giovani e inquiete generazioni. Lo sguardo analitico di Alex cambia, mente e corpo sono mutati nel corso del suo viaggio doloroso: la grammatica elementare dell’ultraviolenza non basta più ad esprimere le sue istanze esistenziali. Il suo corpo ora chiede altro. 

La violenza appartiene alla sfera delle relazioni e non è ristretta ai singoli individui; purtroppo vale per i gruppi, per le moltitudini, i villaggi, le città e le nazioni. Gli assalti, le faide, le scorrerie, le conquiste e le guerre punteggiano il respiro convulso della narrativa storica (e senza dubbio preistorica) della nostra specie. Le istanze di governo e, in particolare, l’amministrazione della giustizia non sfuggono all’ombra della violenza. Le società impongono regole ai “partecipanti” e il soggetto non allineato – fuori dalle leggi e dalle consuetudini – è percepito come nocivo e quindi va neutralizzato… con la sanzione e con la pena esercitate in pienezza di poteri e, all’occorrenza, con la forza. Ma l’uso della forza – per quanto giustificata dalle circostanze e motivata dalle leggi – implica il marchio della violenza.

In giurisprudenza, letteratura e filosofia il tema è ampiamente trattato: dalla Magna Charta (documento promulgato da re Giovanni Senza Terra nel 1215 dove si afferma, tra l’altro: Nessun uomo libero sia punito per un piccolo reato, se non con una pena adeguata al reato), al Cesare Beccaria nel suo “Dei delitti e delle pene” (1764), al “Processo” di Franz Kafka (pubblicato postumo nel 1925). Il problema della giusta misura nell’esercizio del potere, del rispetto della dignità e dei diritti dell’individuo, rimane uno dei terreni di scontro nella società civile. 

E, trattandosi di battaglia, la violenza può macchiare le buone intenzioni nelle sue tinte più scure. Nell’arbitrio della forza istituzionale germoglia infatti una delle piaghe peggiori, che prende il nome di tortura: una violenza inflitta nel nome della ricerca della verità. Coercizioni e costrizioni somministrate per ottenere ammissioni, informazioni, o addirittura per espiare la “giusta” pena. Un territorio moralmente ed eticamente infido, nel quale la ragione soccombe e divampano le pulsioni più nere mirate a storpiare il fisico e ferire la mente dell’imputato. 

Il film “Il collezionista di carte” (in originale è più correttamente il “contatore”) di Paul Schrader racconta la vicenda di un ex torturatore statunitense, un professionista formato dall’esercito con il compito specifico di “rompere” la resistenza mentale dei prigionieri. Will mostra attitudine e viene indottrinato dal maggior Gordo che ne fa uno dei suoi discepoli più dotati. Poi c’è una fuga di notizie, circolano foto compromettenti e scoppia lo scandalo: a farne le spese sono i pesci piccoli.

Will finisce in galera, dove passa il tempo con le carte e scopre una disposizione al calcolo e al metodo. Si inventa una nuova personalità aggrappandosi al gioco d’azzardo, saltando da un casinò all’altro per vincere quello che gli serve per campare, non di più. Non intende finire sotto i riflettori, vuole vivere quello che gli resta sotto traccia, appeso alla regolarità offerta dal calcolo matematico.

Ma in un mazzo ci sono anche i jolly e quando gli capiterà la carta, il suo progetto esistenziale sarà sgretolato dagli echi delle passate violenze. L’aspetto decisivo è che Will non reagisce opponendo forza alla forza, ha abbandonato il linguaggio dirompente della violenza che scatena traumi e umiliazioni fuori controllo per abbracciare quello del calcolo. Non solo, ha abbandonato ogni relazione con il corpo per soffocare le emozioni e gestire le relazioni nel controllo marziale imposto dalla sua mente calcolatrice. Fino all’ultimo lavora di sottrazione e prevenzione, cercando di disinnescare ogni focolaio. 

Il mondo degli uomini però si regola attraverso le pulsioni di cui si è detto sopra, e a Will non resta che esercitarle nel tentativo di chiudere la spirale di violenza. Lo fa con la freddezza algebrica di chi, conoscendo il male nella sua più intima fioritura, lo recide: Will si riappropria della fisicità a lungo negata e traduce l’ultimo gesto del torturatore in un estremo atto sacrificale. Il contatore  disinnesca così l’atto violento della sua valenza puramente distruttiva per convertirlo in un messaggio dal significato più profondo, quello del dono. Non è forse il donare uno dei messaggi più potenti espressi dall’uomo?

Gianlorenzo Barollo

Gianlorenzo Barollo

è un alter ego professionale attratto dall’amatorialità e gran cultore del perseverare nell’errore che ci fa umani. Per pochi ma belli è noto come autore del bestial seller “I pensierini di Mosè” e di “Triscaidecafobia”.

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