Ordine, sapere e civiltà: fondamenti e affondamenti di storia

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Linea, cerchio e punto della narrazione: da Fondazione a Sgargabonzi

Chiedete a uno storico. Quale è la più grande invenzione mai fatta dall’essere umano? Il fuoco, la ruota, la spada? Io direi che è la storia stessa. La storia non è la realtà ma il suo racconto, scritto e curato nei minimi dettagli. Sotto i colpi di penna dello scrittore giusto un malvagio diventa un eroe, una menzogna diventa verità.

Parole della Fondazione. La recente serie tv tratta dall’opera di Isaac Asimov. Parole che marcano con evidenziatore fluo una centralità nella costruzione dell’umano sentire, una matrice del comune condividere che viene definita Storia. E per essere tale la Storia deve essere un racconto ordinato: personaggi chiave, sequenze di causa effetto, percorso lineare. L’ordine del racconto è però una spada della doppia lama: quella esterna serve a tagliare i contorni della realtà, per tracciare la forma di ciò che chiamiamo mondo. La lama interna è rivolta verso noi stessi e si chiama disciplina. La forza che ci costringe a seguire il solco tracciato per conseguire un obiettivo. È la cadenza del passo, il ritmo incessante di un movimento. 

Immaginatevi l’inizio di “Money” dei Pink Floyd, la sequenza che tintinnante che si ripete è una costante che si propaga come un’onda nel tempo, è il tentativo musicale di ricodificare il mondo in termini economici, nel respiro del dare e dell’avere. La conquista dello “spazio” da parte dell’homo sapiens (sic!) è iniziata ben prima dei razzi di Wernher Von Braun e del volo del cosmonauta Yuri Gagarin. Ogni essere vivente deve adottare un modus operandi per ricavare dall’habitat che lo circonda la materia utile alla sua prosperità. E il modus è appunto un ordine, un’organizzazione di procedure. L’informatica lo chiamerebbe “programma”.

Ad ogni attività organizzata sottende un ordine che fa da architettura reggente e da prospettiva di sviluppo. L’ordine vale come algoritmo, come struttura che sottende alla costruzione biologica –  dalla genetica alla morfologia – e alla sostanza psicologica – che si articola nel pensiero e nei processi linguistici – per garantire la continuità: fisica e sociale. Ossia vale per l’individuo e per la comunità, il cacciatore errante e la tribù. Se il gruppo umano si riconosce, è perché sa sintonizzarsi a più livelli nelle domande e nelle risposte alle necessità primarie e secondarie: un processo di definizione dell’identità comune che nella sua concretezza viene chiamato civiltà. Un processo che prescrive priorità, centralità di valori, ritualità di gesti. E quindi, in circolarità di pensieri, torniamo alla pratica dell’ordine nel racconto. Ordine che di volta in volta può vestire i panni di precetto morale, imperativo filosofico, articolazione normativa. 

Nel racconto l’ordine è una qualità necessaria, l’esposizione deve seguire una sequenza che in successione accompagna l’ascoltatore/lettore/spettatore in un percorso che ha un principio e un capolinea. La struttura della favola definita dall’antropologo russo Vladimir Propp esplicita gli stadi  dell’esposizione di una storia e gli elementi che la caratterizzano, nei personaggi e nell’intreccio. L’ordine ha un peso non indifferente nell’impatto del racconto, perché le sue combinazioni determinano lo stile, l’atmosfera e il messaggio stesso di una composizione narrativa.

Prendiamo le fasi salienti di un anime di Go Nagai: abbiamo l’attacco dei malvagi con distruzioni di varia entità, accorrono gli eroi, si manifestano ostacoli, un comprimario o altra evenienza sventa il tracollo, si arriva al confronto conclusivo, finale con contemplazione del tramonto. Metteteci Mazinga Z, Jeeg, Grande Mazinga o Goldrake, più o meno lo schema è quello e l’ordine non cambia. Come l’autore ha accennato, la dinamica è presa a prestito dai lottatori di catch: le città e le periferie sono i ring dello scontro, un confronto che non ha premi perché gli ruoli sono già assegnati e pertanto può ripetersi all’infinito. 

Facciamo un balzo di un paio di decenni e arriviamo a Neon Genesis Evangelion. Teniamo a bada la lettura metafisica e osserviamo la sequenza degli eventi. La prima cosa che balza all’occhio sono le pause, l’anime di Hideaki Anno adotta tempi dilatati per concentrare l’azione in sequenze dense e accelerate. Pur adottando uno schema simile ai classici nagaiani, il confronto si sposta sullo spazio interiore: il bianco e il nero si affrontano, ma lo scontro si ripercuote sotto la superficie, sotto la pelle dei protagonisti. Ogni personaggio è un campo di battaglia che ripete in sequenza le fasi di una crisi che periodicamente tocca l’acme e si quieta. La periodicità è definita nel confronto tra gli spettri percepiti e le inquietudini interiori. 

Così se Nagai ripropone la saga dell’eroe intrepido e strepitante che difende a spada tratta il suo mondo – ovvero il suo ordine di percezione della realtà -, Anno invece espone la fragilità dei suoi personaggi, logorati all’interno come all’esterno dalla consapevolezza di un ordine superiore e inafferrabile. Spesso si ha l’impressione che Shinji (il ragazzino catapultato ai comandi del gigante  e gli altri piloti degli Eva siano nient’altro che delle intercapedini di carne e nervi, strette tra il dovere delle aspettative altrui (il padre, lo Stato, le relazioni) e le leggi di un cosmo che nel suo tumulto non calcola minimamente la consistenza dell’individuo. 

La vicenda di Neon Genesis Evangelion ruota attorno sul tema della divinità come potenza che sovrintende alla creazione e alla distruzione, in fasi che si susseguono – ovviamente un ordine – e nel loro “dialogo” producono la realtà. Una realtà che risulta difficile da abbracciare nella sua totalità, per sua natura e, soprattutto per la nostra limitatezza, nell’estensione dello spazio-tempo. I nostri delicati equilibri individuali faticano ad accettare l’ordine della continua mutazione: la sopravvivenza della nostra forma richiede costanza di risorse, continuità di eventi e un habitat non eccessivamente ostile. Il nostro quotidiano non può gestire l’idea del caos come linguaggio corrente dell’essere. Siamo partecipi, ma non comprendiamo – nel senso dell’apprendere e dell’afferrare –  l’Universo che ci contiene. Certo, l’osservazione e lo studio illuminano sempre di più le regole del cosmo, ma gli stessi scienziati ammettono che la fiammella del nostro sapere è ancora fioca per fare luce sui misteri universali. La capacità di speculare, di lavorare di immaginazione ed elaborare aiutano molto il cammino sul sentiero della conoscenza. Merito dell’ordine – anche qui –  del metodo scientifico. 

Ma anche la religione – che si può  inscrivere ad un sentimento irrazionale – nella sua articolazione è accomunata da un impianto di dogmi e credenze che possiede un suo ordine narrativo, e da tale struttura trae la sua forza. Uno degli esempi più calzanti è la concezione del tempo  nell’induismo, una costruzione circolare, infinita, suddivisa in quattro ere chiamate Yuga. Si parte dall’età dell’oro detta Satya e poi si declina nelle successive Treta, Dvapara e Kali

Uno dei libri forse meno acclamati di Gore Vidal – scrittore e intellettuale statunitense – è Kalki (1978), un’opera che sinceramente sembra scritta qualche anno prima per via di qualche riferimento alla politica (sempre molto presente nei suoi scritti) e alcuni tratti di femminismo che alla fine degli anni ‘70 già si stemperavano. La storia è quella di un dio che annuncia la fine del mondo e lo fa come Kalki/Visnu incarnato in un brillante giovanotto, ex militare, ex chimico ed ex  – ma non troppo – trafficante di droga. I segnali di un mondo in profonda crisi ci sono tutti: inquinamento, sovrappopolazione, centri urbani fuori controllo, sfruttamento di classi sociali e Paesi e, in sottofondo, la minaccia dell’apocalisse atomica. Kalki, narrato da Theodora Ottinger una disinibita aviatrice convertita al giornalismo di inchiesta, annuncia la fine dell’ultima era del ciclo temporale: porterà l’umanità alla sua conclusione per innescare un nuovo inizio. Egli è la manifestazione divina che adempie alla sua volontà, anche se le ombre del non detto persistono, affinché gli eventi possano svelarsi nella forma concepita dalla mente primigenea.

Io gioco. Debbo attenermi alle regole di questo gioco, che pongo io stesso, perché esse pongono me, anche. Non posso dirti di più perché il linguaggio umano è insufficiente”. In questa frase Kalki rivela di dover sottostare ad un ordine della narrazione di se stesso, le regole del gioco che sono indispensabili per dare forma alla creazione. Che il potere non sia nulla senza il controllo lo hanno rimarcato miriadi di opere e trattati, alcune ampiamente popolari (pensiamo ad una certa saga che tratta del governo della “forza” 😉

Kalki però rivela l’esistenza di un ordine superiore che per sua natura non ha giustificazione, il senso della causa e dell’effetto si smarrisce di fronte alla finalità dell’eterno fluire. Un concetto che rimbalza in un romanzo totalmente diverso e distante dalle atmosfere e dallo stile di Vidal, ossia “Morte a credito” di Louis Ferdinand Celine. Anno di pubblicazione 1936, è il suo secondo libro e, anche se travisato nelle iperboli di trama e nelle acrobazie stilistiche, racconta la sua infanzia e giovinezza. Una chiacchierata ininterrotta, una cataratta di eventi presi dai vortici del sentimento e dalle pennellate colorite del rancore per le cicatrici ancora dolenti. Celine ad un certo punto introduce Ferdinand alla corte di un mastro inventore, tale Courtial des Pereires. Una specie di Archimede pitagorico, calamita culturale e primo motore immobile di una pletora di presunti inventori affamati di gloria e di fame letterale, ma carichi di fantasia e fede nelle pseudoscienze del possibile.  

Quando Ferdinand si approccia alla sede della rivista che agglomera e catalizza tutto lo scibile del futuribile e dell’improbabile trova una caterva di carte, scritti, tomi, spartiti ammucchiati in precario equilibrio che costituiscono l’ammasso patrimoniale del sapere noto e ignoto maneggiato da Courtial. Ma ecco che il suo compito di mettere ordine nel marasma viene repentinamente troncato dal principale, con questa filippica vibrante (nella traduzione di Giorgio Caproni): “In ordine! Puah! In ordine! Mi si tolga dai piedi una parola simile, una simile roba! Abituatevi all’Armonia! E l’Armonia tornerà a visitarvi! E voi troverete tutto ciò che andate cercando da così lungo tempo per le strade del Mondo… e anche di più! … Tutto crolla? Eh! Tanto meglio! Non voglio più contare le stelle 1!2!3!4!5! Mica presumo che tutto mi sia permesso! E il diritto di restringere! Correggere! Corrompere! Tagliare! Ricucire! Eh? E da dove l’avrei imparato? Dall’infinito? Nella vita delle cose? No. Naturale, giovanotto mio! Non è naturale. Sono maneggi infami! Me ne sto dalla parte dell’Universo, io! Lo lascerò  come l’ho trovato! Mai lo rettificherò! No! L’universo sta bene come è! Io lo capisco! Lui capisce me! E’ mio quando lo richiedo ! Quando non ne ho bisogno lo lascio andare! Così stanno le cose!… E’ una questione cosmogonia! Io non ho ordine da mettere! Tu non hai ordine! Nessuno ce l’ha!… Buah! Buah! Buah!

Citazione lunga, ma per lo stile ciclo cross di Celine assolutamente necessaria a rappresentare il pensiero narrante nella sua libera esposizione. Courtial, pur ponendosi come uomo di scienza e logica, ammette di non poter penetrare l’ordine intimo dell’Universo e non si sente di imporre il suo ordine meschino sulle movenze insondabili del creazione in itinere. Da qui lo sviluppo di un sesto senso, una selettiva sintonia per riuscire ad azzeccare la posizione delle scartoffie smarrite al momento giusto. Una sorta di momento zen che coglie l’attimo facendo combaciare l’ordine interiore a quello universale, illuminando in una presa di pollice e indice il senso stesso dell’esistenza. 

L’epilogo – ma non anticipo nulla – toccato a Courtial direbbe molto sulla possibilità di cavalcare questa armonia e camparci sopra. I surfisti del reale hanno in genere una vita breve. Tante sono le sollecitazioni dell’esistere che ogni equilibrio si sfalda, la sintonia si spezza. Quando accade, l’ordine si frantuma in un caleidoscopio di informazioni, una marmellata di luoghi comuni che hanno smarrito la struttura.  Un po’ come il pensiero critico contemporaneo ormai privo di bussola, in quanto orientato su pluripolarità e periodiche alternative che depistano e devastano ogni itinerario: un ordine disordinato che si riconosce nella suo ristagno palustre.

Per cogliere lo stato delle cose, l’invito è leggersi lo Sgargabonzi, alias Alessandro Gori: i suoi scritti sono uno zenit del nonsense nostrano, scampoli politicamente scorretti e abrasivi che tastano in punta di mannaia i confini dell’etica contemporanea. 

Nel suo libro “Confessioni di una coppia scambista al figlio morente” inanella quadretti di quieta follia, personaggi esibizionisti senza pudore e situazioni tra il morboso e il surreale, che comunque sono strettamente imparentati alle cronache sguaiate del nostro tempo. Anzi alcuni racconti potrebbero tranquillamente passare per  trattateli di pubblica amoralità. Gori sminuzza e riassembla il comune sentire e le retoriche da reality, le vite in diretta, le dissertazioni televisive, le forbisce dell’eloquio dei social e di specifici richiami al vintage per poi amalgamare il tutto in una cartapesta letteraria che sa di intontimento e perseveranza nell’errore. Le sue storie sono l’esatta rappresentazione, soffice e crudele, del pensiero avviluppante dei nostri giorni: nella narrazione del disagio individuale c’è decadenza del corpo sociale ormai atrofizzato che indossa la banalità del male come un deodorante spray

Nelle inerzie del patologico, negli inciampi del citazionismo, Gori rappresenta il mondo senza più ordine del racconto, senza movimento (mancano sia la prospettiva futura che il tempo circolare), la realtà autoreferenziale collassa in un vortice lento che scolora le fazioni e smussa i contrasti. Restano soltanto automatismi nevrotici e modaioli che si sovrappongono con finto entusiasmo, in attesa dello stimolo liberatorio per uno spurgo apocalittico che non arriva. 

Gori ha ottenuto il premio della satira 2022 di Forte dei Marmi, un riconoscimento nazionale ma nel recinto al neon della comicità. Mi permetto di affermare che siamo ben oltre la “commedia”: c’è soltanto una vaga eco di ironia demenziale  nelle pagine dello Sgargabonzi, siamo ormai oltre le fauci della follia. L’ordine della storia è perduto in un maelstrom d’alzheimer e vanagloria che ha inghiottito la linea, il cerchio e ogni punto fermo del racconto umano. La rivelazione della cosiddetta “fine della Storia” non stava quindi nell’esaurimento degli argomenti, delle combinazioni possibili, bensì nella perdita dell’ordine che rende viva la memoria e dà prospettiva al presente. 

Gianlorenzo Barollo

Gianlorenzo Barollo

È un alter ego professionale attratto dall’amatorialità e gran cultore del perseverare nell’errore che ci fa umani. Per pochi ma belli è noto come autore del bestial seller “I pensierini di Mosè” e di “Triscaidecafobia”.

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