Kurahara e la nouvelle vague giapponese

La stagione della febbre: giovani, jazz e velocità

Marzo 1960 si leva la nouvelle vague, l’onda nuova, del cinema francese. E la palma del fondatore spetta a Jean-Luc Godard con il suo “Fino all’ultimo respiro” (A bout de souffle). Storia di malavita, ma soprattutto di sete di vita, l’arsura della novità che coglie chi è stanco di camminare su piste già battute e vuole assaporare il meglio. Per dirla con Jim Morrison (giusto qualche anno dopo): vogliamo il mondo e lo vogliamo ora.

Non è una novità assoluta ovviamente, le arti hanno declinato da secoli e in svariate forme questo richiamo selvaggio alla libertà individuale, impulsi fuori dalle regole sociali e dalle parabole esistenziali già calcolate. Sono storie dove l’amore per la corsa sfrenata, per il piacere puro si fa beffe del passo misurato della massa, dove la molla dell’azzardo sbaraglia le certezze, in fuga dal grigiore e forse dalla disperazione di vedersi davanti un destino segnato.

Settembre 1960 il Giappone affronta l’onda nuova e, trattandosi di un Paese che non si scompone neanche davanti agli tsunami, lo fa a modo suo. Infatti è difficile immaginare che il film “The warped ones” (in originale Kyōnetsu no kisetsu, ossia La stagione della febbre) di Koreyoshi Kurahara possa essere inscritto negli “instant movie”. Tanto più che tra le fonti di ispirazione della sceneggiatura è indicato semmai “Gioventù bruciata” del 1955. Ma se l’area del disagio giovanile è azzeccata, la parentela narrativa è quantomeno incerta, soprattutto perché nel film di Kurahara è meno attratto dai tarli adolescenziali e dalle linee d’ombra: misfatti e nonsense avvengono in piena luce. È una storia che si svolge in piena estate, in una città arsa dal sole dove le buone intenzioni si stemperano nella calura e ogni contatto umano pare riservare scottature, se non ustioni. 

Il protagonista, il frenetico Akira (Tamio Kawachi), fuorilegge in nuce, cultore dell’espediente come stile di vita, ama presentarsi al sole. In una posa che lo contraddistingue, si abbevera dei raggi solari, quasi per caricarsi in funzione delle scorrerie quotidiane. Akira si nutre di sole e di jazz, lo cerca ovunque e deve essere americano, nero, ad alta velocità. Sono gli anni del Free jazz negli Stati Uniti, ma il Be-bop arrembante di Toshiro Mayuzumi offre un tappeto sonoro perfetto alle movenze febbrili e spiritate degli attori e alle inquadrature rapide e ai tagli prospettici che diventano parte stessa della materia narrativa.

Akira lo conosciamo mentre viene pescato a derubare un turista gonzo in un jazz bar insieme alla sua socia Yuki (Yuko Chishiro), giovincella libertina e sintonizzata sul “qui e ora”. Il ragazzotto mano lesta viene spedito in riformatorio dove incontra Masaru (Eiji Go), compare ben incallito sulla via del crimine e seriamente orientato a farsi un nome sul lato sbagliato della strada. Quando escono la società è automatica, rubano un’auto e vanno al mare. L’incontro casuale con la giovane coppia che aveva denunciato Akira è il detonatore della trama: feriscono lui e rapiscono lei.

Il trauma del crimine lascia indifferenti gli assalitori, presi in un vortice referenziale molto distante dalla coppia delle vittime: due giovani della classe media con occupazioni intellettuali e artistiche, ma già incanalati su orbite definite. La collisione con Akira genera invece traiettorie incerte: lui si chiude e finge che nulla sia accaduto. Lei non può farlo, aspetta un bambino, molto probabilmente quello del giovane criminale. 

Un triangolo che ricorda quello di Rashomon di Akira Kurosawa, ma qui non ci sono tre interpretazioni della verità a confronto, l’accaduto è noto a tutti, le reazioni sono divergenti. Per Akira è soltanto un brusio di sottofondo. Per la coppia è una frattura che, da una parte, va relegata nell’oblio, dall’altra necessita una riparazione. Ma i tre abitano in “piani” differenti della città e potrebbero non incrociarsi mai. Tant’è vero che proprio lo scenario del  jazz bar, luogo del loro casuale incontro, ritorna:  è l’unico punto in comune tra queste vite giocate su gradini diversi dell’esistenza. La musica jazz che sconvolge gli schemi, alternanza di ammalianti dondolamenti e ritmi sincopati, sorregge le geometrie mutevoli delle relazioni dei personaggi.  

Akira in una battuta ricorda che il jazz è stato inventato dai neri, rubato dai bianchi e ora “copiato” dai giapponesi. Lo stesso concetto sembra riverberare nello stile del film, fuori dalla tradizione nei caratteri, audace nelle inquadrature e nei ritmi, anarchico nella narrazione. È il respiro corto di una nouvelle vague autarchica, fotografia degli inquieti spiriti dei tempi, totalmente dentro il contemporaneo, tanto da astrarsi dalle radici del passato e dai bagliori del futuro. 

L’opera di Kurahara non è certo un unicum, comunque ha relazione con le storie di miseria e malavita messe in scena da Shohei Imamura e dal funambolico Seijun Suzuki. The warped ones però si distingue per la sincronia con il cinema occidentale e per la felice sintesi tecnica ed espositiva, tanto da competere con altre classiche wild rides, le cavalcate sul lato selvaggio della vita, dedicate alla gioventù.      

Lo scrittore Yukio Mishima in una riflessione dedicata ai giovani osservava: chi ha la consapevolezza di essere nichilista riesce a convivere con questo atteggiamento, chi non ne è consapevole ne viene distrutto.

È quindi esemplare il finale del film: nel crescendo della risata beffarda di Akira e Yuki possiamo leggere la futilità del disvelamento di una comoda ipocrisia oppure la definitiva presa di coscienza di una realtà senza vie di fuga da se stessi.    

The warped ones (in originale Kyōnetsu no kisetsu)

Regia Koreyoshi Kurahara

Scritto da  Nobuo Yamada

Prodotto Nikkatsu 

Interpreti

Tamio Kawachi, Eiji Go, Yuko Chishiro, Noriko Matsumoto 

Durata 76 minuti

Gianlorenzo Barollo

è un alter ego professionale attratto dall’amatorialità e gran cultore del perseverare nell’errore che ci fa umani. Per pochi ma belli è noto come autore del bestial seller “I pensierini di Mosè” e di “Triscaidecafobia”.

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