Il rimpianto che conta: da Hemingway a Andersen

Testamenti e favole dell'occasione che non ritorna

Delle forze che donano profondità a un racconto, poche sono comparabili all’energia negativa sprigionata dal rimpianto umano: il dolore per l’occasione perduta, la consapevolezza di una decurtazione delle proprie potenzialità, l’epifania del non essere stato. Difficile inquadrarlo fuori dal registro del dramma, ma non impossibile. Il rimpianto infatti si declina nei generi del racconto con estrema fluidità di sfaccettature: dalla favola alla fantascienza, la sua luce smorta e melanconica conferisce alle riflessioni esistenziali un retrogusto amarognolo che spesso è il tocco magistrale di un’opera d’arte.

In letteratura il borsino dei classici è mutevole, specie quando non trova l’abbrivio di un anniversario o di una dipartita eccellente. Così, anche se nelle scuole di scrittura rimane tra i testi obbligatori, un autore del calibro di Ernest Hemingway (1899 – 1961) oggi risulta un po’ appannato dalla concorrenza di testi che trovano maggiori corrispondenze nel frangente instabile e precario che disegna i nostri orizzonti abbacchiati.

Hemingway, il grande narratore della vitalità, viaggiatore delle terre esotiche, l’avventuriero delle lande selvagge e delle nazioni infiammate dalla guerra, virile cantore dei piaceri della vita e dei sentimenti brucianti che la rendono degna d’essere vissuta. Ebbene questo scrittore sanguigno non si inquadra agevolmente nella carta millimetrata del politicamente corretto che caratterizza la cultura mainstream del 21° secolo. Epiteti di tipo “razziale”, situazioni intrise di colonialismo, disparità di genere a piene mani. La prosa vigorosa e fiera del buon Ernest, per quanto “esemplare” nel dettaglio, armonica della costruzione e incline a colpi d’ala, sconta una visione del mondo che stride con la conquiste sociali dei decenni a venire.

Per lo scrittore americano de Il vecchio e il mare i protagonisti di ogni storia degna di essere raccontata sono il mistero umano e il suo rapporto conflittuale con la natura. E non è certo poco. Affrontata in prima persona la morte delle grandi illusioni della prima guerra mondiale (la guerra che doveva terminare tutte le guerre) e la guerra civile spagnola (il primo round mortale tra democrazie e totalitarismi), Hemingway non ha modo di cogliere il filone aureo della narrativa del secondo novecento: le lotte per le emancipazioni, le rivendicazioni sociali e il “gioco” della politica. Temi che di sicuro non lo allettavano e forse anche per questo – più che il terrore di essere testimone della sua decadenza fisica – proprio per il fatto di trovarsi in una realtà che mutava e non gli concedeva spazi d’azione congeniali, decise di sparare il suo ultimo colpo di fucile nel 1961.

Un addio deflagrato in coerenza con il suo vivere alla grande.

Ovviamente l’opera di Hemingway è specchio rivelatore del suo pensiero, la materia della storia va necessariamente plasmata dal narratore e nel suo caso non poche volte gli è stato contestato uno spiccato gusto per il protagonismo (fosse l’unico…).

Ne I 49 racconti c’è un una storia estremamente rivelatrice del pensiero hemingwayano sul rimpianto: Le nevi del Kilimanjaro. Il racconto è il testamento di Harry, un artista mancato. Un uomo sensibile e con il senso dell’avventura, bravo a surfare sulla cresta dell’onda per campare al di sopra dei propri mezzi. Conoscitore delle donne e gran giocatore d’azzardo, si è conquistato una posizione invidiabile sposando una ricca ereditiera, ma continua ad alternarsi tra frustrazione e insoddisfazione. Finché un incidente di caccia lo pone davanti all’ultimo traguardo: si è ferito, ha trascurato un’infezione e ora la cancrena gli sta divorando la gamba e l’esistenza. Soltanto un trasporto aereo può condurlo in un ospedale attrezzato per le cure. Nel frattempo, assistito dalla moglie, alterna scatti rabbiosi, momenti di cupa rassegnazione e una vivida rassegna delle occasioni perdute: i rimpianti.

Harry passa in rassegna alcuni momenti forti della sua esperienza terrena, episodi che avrebbe voluto fissare sulla carta, momenti intensi che avrebbero destato forti impressioni nei lettori. Eppure Harry ha sempre trovato di meglio da fare, si è incancrenito nella pigrizia, incatenato alla sua sete insaziabile di esperienze sempre più nuove e forti. Un continuo I can’t get no satisfaction che gli ha impedito di fare il punto, mettere a frutto sensibilità e memorie in una testimonianza letteraria.

La storia termina con un volo della speranza, che lo condurrà in cima dal Kilimanjaro, meta poetica e metafisica di una parabola esistenziale spinta oltre il conoscibile. Eppure vibrante di un comune sentire, quello del lascito ultimo che risuona nel testo di My way (magistralmente interpretata da Frank Sinatra).

Il rimpianto è un parente stretto dell’ultima insoddisfazione, quella che si colloca al di là del confine con il rimediabile. Rappresenta il momento in cui si traccia un bilancio esistenziale e si stima la conclusione di un ciclo d’azione nel corso del tempo. E parlando di uomo e tempo non possiamo trascurare il massimo occupante del vivere moderno: il lavoro. L’attività produttiva – detta anche di sostentamento – è un enorme generatore di rimpianti, in quanto si nutre di tempo ed energie sottratte ad un “altro”. Da qui la visione conflittuale tra lavoro e sfera privata.

Andare, camminare, lavorare cantava Piero Ciampi scoprendo in una sorta di inno beffardo la coesistenza complicata del dualismo tra dimensione personale e prestazione lavorativa (soprattutto subordinata). Ma immaginiamo che per azzerare il rimpianto delle cose non fattibili per mancanza di tempo (sul fronte lavorativo come su quello del tempo libero), si possa scindere le due attività. Tale speculazione è alla base della serie tv Severance: si immagina una tecnologia in grado di eliminare l’alienazione da lavoro. Il prestatore d’opera, tramite un dispositivo infilato in testa, vivrà una doppia realtà distinta e segregata: la dimensione lavorativa e quella personale. Il soggetto avrà in sostanza esperienze e memorie diversificate a seconda del luogo in cui opera. Al lavoro nessuna interferenza da traumi e distrazioni “esterne”, perché il suo bagaglio di conoscenze sarà ristretto alla competenza necessaria all’opera richiesta dal datore.
A casa invece nessuno stress post lavorativo, perché tutto ciò che concerne l’attività prestata “svanisce” non appena oltrepassata la linea di confine del luogo di lavoro.

Una soluzione perfetta… ovviamente no. Anche immaginando che la separazione in due personalità distinte possa garantire efficienza e nessun effetto collaterale, è inevitabile che il senso di “perdita” sia motore di un progressivo disfacimento dell’impianto.
La serie tv è imbevuta di richiami distopici, ha accenti lynchiani e a tratti rammenta la segregazione “intellettuale” del telefilm “Il prigioniero” (1967-1968).

Nel Labirinto di George Bataille (filosofo e scrittore 1897-1962) si legge un passaggio illuminante sul rapporto della subordinazione lavorativa: “Gli uomini agiscono per essere. (…) nel senso positivo di una lotta tragica e incessante per una soddisfazione quasi irraggiungibile. Nel primo movimento (…) il padrone priva lo schiavo di una parte del suo essere. Molto più tardi, in compenso, l’esistenza del padrone si impoverisce nella misura in cui si allontana dagli elementi materiali della vita. (…) La separazione fondamentale degli uomini in schiavi e padroni non è che la soglia superata, l’entrata nel mondo delle funzioni specializzate dove l’esistenza personale si svuota del suo contenuto; un uomo non è più che una parte di essere e la sua vita impegnata in un gioco di creazione e di distruzione che la supera appare come un frammento degradato al quale la realtà manca”.

La sensazione della mancanza è linfa principe del rimpianto. Il non aver potuto fare corrisponde ad una negazione dell’essere e quindi ad un mancato compimento di sé. Se fossimo in un contesto romantico non avremmo esitazioni nel definirlo “compimento del proprio destino”.

Tra gli innumerevoli esempi di destini mancati, vorrei citarne uno giapponese, dall’anime Heavy Metal L – Gaim (1984-1985) che vede alla regia il “solito” Yoshiyuki Tomino e una squadra di autori che ha contribuito alla riuscita delle maggiori opere dell’ultimo ventennio del Novecento.

Trama: nel sistema stellare Pentagona l’imperatore Oldna Poseidal ha sconfitto i suoi antagonisti sui cinque pianeti abitati. Del vecchio ordine scampa soltanto un giovane erede del clan Yaman, Daba Myroad (con i nomi dei personaggi gli autori si sono davvero divertiti). Vi risparmio tutta la tortuosa trafila del quest dell’eroe, fatta di combattimenti con mecha e non solo, dolorose rivelazioni, tempeste ormonali e schermaglie politico sentimentali.

Il finale vede Daba Myroad salutare i suoi compagni d’arme: torna sul suo pianeta con la sorellastra Quwasan Olibee, menomata irrimediabilmente da una psico-possessione del malvagio imperatore e quindi bisognosa di assistenza. Uno scioglimento che frantuma in un colpo la cavalleresca devozione dell’antagonista Gavlet Gablae per Olibee e il filarino tra il “principe” degli Yaman e la ruspante Fanaria Amm. Finita la guerra quindi non c’è il coronamento della vittoria, l’eroe si toglie l’armatura e infila il camice dell’infermiere. Una chiusura che straccia ogni lieta conclusione e apre volontariamente la porta ai rimpianti di un destino glorioso non del tutto compiuto.

Il dulcis in fundo nella narrazione è abitualmente associato al genere favolistico. Ma anche qui le eccezioni sono piuttosto diffuse, non solo nella cerchia della favola classica con insegnamento morale, ma anche nel più recente campionario del periodo romantico. Pensiamo ad un autore che ha coniato pietre miliari del genere come Hans Christian Andersen. Nel 1839, ispirato da Le mille e una notte, si inventa il Baule volante, una favola dalla struttura non proprio cristallina: parte con la fortuna sperperata da parte del figlio di un ricco mercante, poi un esilio che sa molto di fuga dai debiti e il compimento di una profezia nella esotica terra dei turchi.

Il giovane, grazie al baule volante, impersona il “dio dei turchi” impressionando la corte e il popolo con trucchi, mezze bugie e una fiammeggiante “favola nella favola” sui fiammiferi. Un armamentario di trovate che lo porta alle soglie di un matrimonio con la bella principessa di turno, se non fosse per una distrazione che manda letteralmente in fumo la sua possibilità di convolare a nozze.

Andersen chiude la sua storia marchiando il suo protagonista nell’amarezza del rimpianto. Gli dona infatti la facoltà di girare “il mondo raccontando fiabe”, ma “allegre come quella dei fiammiferi non riesce a raccontarle più”. Anche nella fiaba la scansione del tempo perduto si impone e, in mancanza della sincronia di fortunati eventi, viene meno il conciliante “… e vissero felici e contenti”.

Il rimpianto è uno stato d’animo che sa superare le barriere dei generi e delle generazioni, tocca il potente come l’emarginato e riesce a insinuarsi nell’empatia del prossimo con la sinuosità dell’edera. Non è più il croupier ad ammaliarci con le possibilità di vincita, ma sono le carte sul panno verde a parlare. E comunque tu voglia leggere la storia, il numero dei percorsi, il calcolo dei punteggi, tutto è bloccato, congelato nel tempo: rien ne va plus.

Il colore un ricordo disseppellito, un atto di remissione in vista della trascendenza, una confidenza intima che nobilita una relazione: il valore dell’umano rimpianto riunisce l’individuale e l’universale in un solo abbraccio. Purché non sia soltanto un frignarsi addosso. Altrimenti tocca sfoderare un altro Frank… lo Zappa che canzonava: “Broken hearts are for assholes”.

Pablo Miguel

Gianlorenzo Barollo

è un alter ego professionale attratto dall’amatorialità e gran cultore del perseverare nell’errore che ci fa umani. Per pochi ma belli è noto come autore del bestial seller “I pensierini di Mosè” e di “Triscaidecafobia”.

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