Il gelo funesto del Grande Fratello

Oltre le colonne della privacy: La diretta mortale di Guy Compton

Oggi probabilmente sono in pochi a ricordare il film del 1980 “La Morte in Diretta” di Bertrand Tavernier con la compianta Romy Schneider, e sicuramente ancora meno, coloro che a suo tempo hanno avuto occasione di leggerne il libro dal quale è stato tratto. Scritto con uno stile pacato ma incisivo, con una sobrietà che sfiora la freddezza e una sottile vena di antipatia, l’autore mette in mostra quello che nel 1974 era solo un immaginario spettacolo televisivo del futuro ma che oggi è, purtroppo, trasmissione televisiva quotidiana, con sfoghi emotivi, tesi solo a suscitare rabbia e piagnisteo negli spettatori.
Una visione del futuro, allora estrema, ma oggi forse fin troppo azzeccata.
 
Con un distacco tipicamente inglese l’autore ci introduce nella vita Katherine Mortenhoe, una scrittrice di romanzi seriali, assemblati con l’aiuto di un computer (e anche qui, già oggi, tali programmi di scrittura robotica sono già operanti) si scopre colpita da un male incurabile. La drastica notizia le viene confermata dal suo medico curante, iniziando così un percorso che porta il lettore a scoprire pagina dopo pagina, un futuro di corruzione espanso a tutti i livelli sociali. Dal medico, che rivela lo stato di salute del paziente a una rete televisiva ideatrice del programma televisivo “Destino Umano”, dove un malato terminale è seguito in ogni sua fase di graduale decomposizione fisica e mentale, per soddisfare le esigenze voyeuristiche di un pubblico
emozionalmente depravato, proteso solo a monetizzare ogni singolo istante
della propria vita.
 
La stessa Katherine è spinta a contrattare il prezzo della sua morte, sia per lasciare una sorta di eredità al marito, a sua volta firmatario di un contratto che lo lega alla rete televisiva, sia per tentare una sottile ribellione, pensando ingenuamente di poter violare gli accordi, lasciando a bocca asciutta i produttori di tale spettacolo. Le mosse di Katherine però sono, fin dallo studio del medico, seguite da Roddie, l’uomo i cui occhi sono due telecamere perennemente accese sul mondo. Roddie è l’occhio insonne, colui che non può chiudere gli occhi. Occhi destinati a stare sempre nella luce, poiché se li chiudesse o restasse al buio il sistema elettronico che li governa ne verrebbe danneggiato, provocandone la cecità. Una condizione disagiata, fatta d’insonnia perenne, ma resa appetibile da un contratto economicamente vantaggioso. 
 
Si innesta così una graduale comparazione tra la vita dell’osservato inconsapevole e l’agire in segreto dell’osservatore. Due vite legate da una fuga e un inseguimento, prima a distanza e poi sempre più ravvicinato, fino a condividere alcune peripezie, attraverso le quali si intravede una società oppressa, avida, qualunquista e repressiva, tendenzialmente psicotica, nella quale il denaro è l’unico motivo per cui esistere.
 
“L’Occhio Insonne” è un romanzo implacabile, a quarantasei anni di distanza è attuale più che mai. La pandemia del Coronavirus ci chiede di scegliere fra la salute personale e il bisogno del denaro. Rinunciare all’una in favore dell’altro o viceversa. Quel denaro che Katherine Mortenhoe non potrà mai spendere, quel denaro che Roddie preferirà perdere in cambio di una ritrovata salute mentale.
Un romanzo da leggere, sul quale spendere una seria riflessione, anche per gli
amanti del pensiero estremista.
Giuseppe Ferri
 
L’OCCHIO INSONNE
di DAVID GUY COMPTON
Collana Narrativa d’Anticipazione Nord (1977) e Collana Narrativa Nord Editrice Nord (1993)
Titolo Originale – The Unseleeping Eye (The Continuos Katherine Mortenhoe)
Traduzione – Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli
Pag. 223 

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