Aggiungi alla cetra, togli alla cetra: l’arte Mizuki e Badalamenti

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Tributo alla voce di "mazinga Z" e all'architetto sonoro di Twin Peaks

Due stelle in più brillano nel firmamento sempiterno della nostra retro-musica. La walk of fame lunga milioni di anni luce si è arricchita delle spoglie mortali di due autori capaci di creare un sound inconfondibile, melodie che hanno incantato allacciandosi ai ricordi di milioni di ascoltatori. Stiamo parlando del re delle sigle anime Ichiro Mizuki (7 gennaio 1948- 6 dicembre 2022) e dell’alchimista sonoro Angelo Badalamenti (22 marzo 1937 – 11 dicembre 2022): personaggi distanti, abbinati casualmente dalle date della scomparsa, eppure opposti nelle loro qualità musicali. Il primo era la quintessenza della carica, dell’incedere ritmico, l’altro era maestro d’atmosfere, equilibrista delle suggestioni.

Di Mizuki la platea occidentale potrebbe ignorare il volto trasfigurato e le pose iconiche con fazzolettone inamidato al collo, ma alle prime battute di una qualsiasi delle sue interpretazioni si troverebbe ad annuire con il sorriso sulle labbra. Gli anime dell’età d’oro sono infatti marchiati a fuoco dalla sua voce prorompente e carismatica: Devilman, Mazinga Z, il Grande Mazinga e Voltron e…. Non solo: sue sono le sigle dei maggiori telefilm tokusatsu anni ’70-’80 (gli eroi scattanti in casco e tuta gommata): Kikader, Kamer Rider, Koseidon, Battle Fever J, Megaloman… e via così

Un cantante “minore” per cartoni animati? Chi ha ascoltato sa bene che non è così. Mizuki mette nei suoi brani tutta la carica di un interprete lirico, l’energia di un autentico trascinatore da palcoscenico, l’affabilità di un declamatore che ti richiama all’avventura. Difficile non farsi contagiare dal suo incedere possente, che dà un taglio netto alla tipologia delle sigle con cori di bimbi: di fatto segna uno scatto nella presentazione del prodotto di intrattenimento. La tacca dell’audience si sposta sugli adolescenti, strizzando l’occhio ai giovani e agli adulti open mind.

Alla voce di Mizuki si devono una varietà di performance che hanno arricchito il repertorio di genere e traghettato gli anime dall’intrattenimento per giovani e giovanissimi fino agli anni del revival. Con i colleghi del Jam Project, il nostro Aniki (fratello maggiore, in quanto riconosciuto pioniere del filone) ha riempito stadi e palazzetti per concerti sold out all’insegna della nostalgia e dell’effetto sing-along.

La sua carriera nel mondo della musica inizia alla fine degli anni ’60, però decolla decisamente quando si immette sulla pista delle anison, le canzoni per anime. La sua voce accompagna gran parte dell’universo di Go Nagai nel piccolo schermo e poi si dirama al servizio di tanti eroi. Pensate a capitan Harlock, un personaggio ferito ed enigmatico, una saga spaziale che deve respirare nella poesia e nelle profondità del sentimento. E pur non capendo ben poco di giapponese, Mizuki sa trasmettere questi concetti con il vibrato della sua voce.

Ma sua è anche la voce nella sigla di Tekkaman, che in Italia venne trasmessa in originale (uciuu no kisci, noi si cantava ignorandone il significato) offrendo un manto ancora più suggestivo al cavaliere dello spazio.

Mizuki ha calato su ogni canzone la doppia carta dell’entusiasmo e dell’emozione, aprendo la via a tanti colleghi e rendendo inconfondibili le sue performance. Questo perché il suo approccio era onesto, non cantava solo per un tipo di pubblico, cantava per creare il miglior “impatto” con l’audience. Come ebbero a dire i nostri maghi nostrani delle sigle tivù, ossia Vince Tempera e Luigi Albertelli (già proficuamente attivi su vari fronti nella canzone italiana): non ci si metteva a tavolino pensando ad intrattenere bambini, l’obiettivo era il sound, l’orecchiabilità, non un accompagnamento bensì una caccia alla hit.

Ancora oggi chi sente Jeeg robot d’acciaio (benché la versione di Fogus, alias Roberto Fogu, sia assolutamente robusta e armonicamente arricchita), Getter Robot o il Grande Mazinga non può fare a meno di drizzare le antenne. Mizuki ti chiama, è un allarme che scatta, inizia l’avventura degli eroi senza timori, degli assalti dallo spazio o dalle viscere della terra, occorre mobilitarsi in uno sforzo fantastico. Ebbene sì, il divertimento è partecipazione a una storia corale, con Aniking al timone.

Angelo Badalamenti è stata una figura particolare nel panorama della musica popolare. Ha svolto per decenni un lavoro di sottobosco, quasi fosse un gregario di lusso, un uomo da team, bravo a rifinire, ad arrangiare, portare ritocchi. Si è mascherato dietro pseudonimi, ha suonato e composto colonne sonore per alcuni film degli anni ’70 che non hanno imboccato la pista della grande notorietà. Ma si è comunque guadagnato le credenziale di musicista solido, capace. Forse la sua versatilità, la sua padronanza dei generi, gli negava il riconoscimento di un ruolo autoriale, non vedevano nel suo lavoro il “polso” dell’autore maturo. E quindi probabilmente – per le orecchie di chi investe – lo si riteneva non troppo affidabile per un’opera in piena luce.

Sappiamo che la luce poi è arrivata. Nessun riflettore, ma una fiaccola iniziatica portata da uno spirito delle profondità labirintiche dell’animo come il regista David Lynch. La loro collaborazione è fiorita in Blue Velvet, una colonna sonora intrisa delle malie del rock and roll anni ’50, eppure già inoltrata nelle ombre della metafisica, nelle pieghe del desiderio inconfessabile che appartiene anche alle anime più specchiate. Dietro le superfici levigate e cromate della middle class, al di là dei paraventi religiosi e morali, si apre una regione che si può soltanto evocare, non ammette la luce.

Badalamenti ha saputo architettare questo non luogo dell’inconscio sposandolo ad una concezione minimale e dilatata delle sonorità. Il tema di Twin Peaks con le sue due note di introduzione è esattamente come la rotazione di una porta sui cardini: si lascia la rassicurante zona illuminata e razionale della realtà conosciuta per entrare in una dimensione straniante, di penombre ammalianti e progressive distorsioni.

I luoghi della tranquilla cittadina immersa nella natura sono gli stessi di qualsiasi altra cittadina del nord america, cambia la percezione, gli sguardi si confondono, i sentimenti si sfaldano, vorticano sottoposti a forze sconosciute. Forze che sono guidate dal sound scarno ed evocativo di Badalamenti e dalla voce cristallina ed eterea di Julee Cruise (voce che, ahinoi, si spenta troppo presto). La musica non è soltanto un completamento dell’opera, ma parte integrante del racconto lynchiano, un elemento sonoro capace di completare e amplificare la scenografia che scivola nelle vertigini del suo mondo onirico.

Se negli anni ’90 la cosiddetta ambient music esce dalle orbite ristrette delle avanguardie (e dalle etichette d’élite della musica contemporanea) qualche merito l’ha anche Badalamenti, che però non è un compositore elettronico sperimentale. Il suo percorso attraversa la musica popolare dal “basso”, ossia dalla pratica dei generi popolari: attraversa soul, R&B, country, pop, rock e altro ancora. La sua impostazione è classica, la sua conoscenza della musica è vasta e priva di steccati.

Superfluo dire che superata la risacca grazie a Lynch, la carriera di Badalamenti ha preso il largo verso numerosi progetti, cinematografici e non solo. Il suo intuito “sartoriale” ha cucito abiti sonori per parecchi film dai soggetti più diversi: l’horror di Nightmare 3 e la comicità di National Lampoon vacations, la serie tv Profiler e la commedia romantica Holy Smoke, il drammatico The Beach (sì, quello di Danny Boyle con Leonardo Di Caprio) e il bellico Stalingrad di Fedor Bondarchuck.

Badalamenti è un abile artigiano della sottrazione. Sa togliere prima di tutto il proprio ego per mettersi al servizio del progetto e esprimerlo nelle sue potenzialità. Il paragone con il vestito è rispondente perché come artista sa rispettare il talento altrui e applica la rara dote dell’umiltà per cogliere l’obiettivo del maggior impatto emotivo possibile.

Mizuki e Badalamenti, due stelle della musica lontane nelle coordinate geografiche e nelle performance, eppure accomunati dagli approcci professionali… in direzioni opposte. Se il primo aggiungeva la sua grinta interpretativa alla canzone per farne un propulsore, un “gancio” per il pubblico dell’anime. L’altro invece era un cesellatore, individuava la forma, l’essenza del racconto e la intagliava a dovere per completare il gioco di incastri che costituisce la magia del cinema. Due artisti che è bene conservare nel ricordo come pietre miliari nel cammino dell’arte.

Gianlorenzo Barollo

È un alter ego professionale attratto dall’amatorialità e gran cultore del perseverare nell’errore che ci fa umani. Per pochi ma belli è noto come autore del bestial seller “I pensierini di Mosè” e di “Triscaidecafobia”.

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