CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

Capitolo 9 - L'asta sotterranea

I casi erano due: o Giommi aveva fatto quella strada migliaia di volte oppure era un pilota dotato di senso radar. Arcadi dal suo sedile non vedeva le curve in fondo ai brevi rettilinei, se non quando il furgone si inclinava leggermente sulla sua sinistra. Alla terza svolta calcolò che stavano scendendo in profondità di almeno duecento metri. E a una velocità che faceva sperare nella tenuta perfetta dei freni.
I pneumatici plastici erano messi a dura prova, qualche frammento li abbandonava causando scossoni e fremiti che scatenavano l’ilarità di Pit e dei quattro incappucciati.
Anche Milly ridacchiava, ma Arcadi sentiva che il suo sguardo era cambiato: dall’accoglienza di un cercatore di fortuna alla consapevolezza di avere al fianco un tipo sospetto.
La quarta curva, dal raggio più corto, venne accompagnata da un entusiastico “oooooh!” di tutti i viaggiatori. Arcadi capì che era la soddisfazione di chi ben sapeva dove andare a parare.
L’ambiente era ben illuminato da luci rosse d’emergenza e dai soliti grappoli di erebofile. Giommi fece un lungo giro schivando pilastri di cemento e qualche carcassa arrugginita che ormai pochi riconoscevano come dei suv.
Fischi di approvazione e grida arrivarono dal pubblico già accomodato. Dei tizi dalle facce dipinte di bianco che indossavano lunghe palandrane nere davano bastonate a vecchi bidoni producendo un rombo che echeggiava tra pareti e colonne.

Mentre Giommi parcheggiava abilmente il furgone ondeggiante con un solo lungo colpo di freno, Arcadi completava la sua valutazione su quel luogo. Era un piano interrato, l’ultimo, forse un rifugio-deposito dei tempi andati. La disposizione dei pilastri suggeriva che si era voluto lasciare più spazio possibile, frazionandolo però in unità rettangolari. Ad Arcadi ricordò subito il progetto costitutivo degli alveari: unità singole assemblate per costituire una più grande costruzione comune. Gli Amministratori fondavano la loro conoscenza su un sapere che andava ben oltre i disastri, si disse Arcadi, sentendosi fiero di rappresentare un sistema così efficiente e superiore all’orda cenciosa e spelacchiata che gli stava davanti.
Il raduno contava un centinaio di persone. Un ammasso pauroso per Arcadi, i mantra dell’Equalizzatore calmieravano però la sua paura, i filtri nel naso lo isolavano dall’aggressione degli odori a piede libero. La folla esibiva grande varietà di costumi raffazzonati e facce scavate che riflettevano la precaria condizione degli sbandati. Gruppi promiscui costretti a vivere nascosti, a rovistare nella terra per ricavare i mezzi necessari a sopravvivere.
Una volta quelle persone avevano un nome preciso, pensò Arcadi, Zaverio me l’ha detto: archelogi, arcanogli o qualcosa di simile.
Grida festose degli arlecchini spettinati accolsero l’arrivo del quartetto degli incappucciati, che zampettarono sfoggiando scarponi da cantiere al centro di un’arena delimitata da auto demolite e bidoni imbottiti di scarti plastici.

Tra la cerchia plaudente Arcadi individuò dei fiocinatori di cinghiali muniti di visore notturno ormai esaurito, le smilze mollettatrici, cavalcatrici di cavi e ladre di energia, gli scavatori col badile pieghevole allacciato alla schiena e la piccozza ciondolante al fianco, le collettatrici nei lunghi cappotti pelosi dagli interni multitasche. Volti uniformemente segnati dalle fatiche e da uno sporco ormai refrattario all’acqua.
Al centro dell’arena arrivò uno dei tizi in palandrana nera sfoggiando un cappello a cono. I baffoni a spazzola gli davano l’aspetto di una ridicolo di una foca imbronciata, però nessuno degli spettatori aveva mai visto una foca e il suo intervento venne accolto da un serioso silenzio.
“Benvenuti! Benvenuti amici! Benvenuti ospiti! Benvenuti alla Farmateca del Gorgo!”

Urla e applausi scattarono con tempismo collaudato e sottofondo rullante dei tamburini metallici.
“Prima di iniziare si esibiranno per noi, giunti dalla Sebinia, I quattro di Loverpool!!!”
Altra infilata di applausi e tamburi, ma breve. I quattro si disposero schiena contro schiena, poi si misero a sedere nella posizione del loto. Tutto con movimenti sincronizzati. Il pubblico seguiva con occhi sgranati e silenzio rispettoso.
Per Arcadi fu una sorpresa quando si scappucciarono quattro signori calvi. Crani abbronzati, occhi vispi, ma rughe visibilissime. Potevano tranquillamente essere dei coetanei di Zaverio, concluse Arcadi mentre li guardava estrarre dalle felpe delle ciotole di metallo. Quattro ciotole di dimensioni leggermente diverse, levigate e lucide, però certo non appena uscite dalla forgia. Anzi la lucentezza vaga indicava che avevano vissuto tempi migliori, forse in un periodo in cui i quattro di Loverpool non erano che dei ragazzi.
Arcadi si accorse che Milly stava sgattaiolando fuori dal furgone. Pensò che volesse guadagnarsi una postazione migliore per godersi l’esibizione. Invece sparì dietro un pilastro dove stava addossata una famigliola imbacuccata da capo a piedi: genitori e tre figli, facce larghe e grosse occhiaie, ricavate con lo stampino.
Imitando Giommi e Pit che si erano appollaiati sul cofano del furgone per vedere meglio, Arcadi si sedette sopra lo schienale del sedile. Vide così che i quattro di Loverpool tenevano sul palmo sinistro le ciotole e nella destra avevano un pezzo di legno lungo una spanna, sagomato ad arte. Fecero un cenno con la testa come se stessero per trattenere il respiro, poi iniziarono a far ruotare i cilindri di legno sul bordo delle ciotole.
Il silenzio venne tramutato in una vibrazione sonora, il metallo carezzato dai legnetti cantava! Erano onde di suono concentrico diffuse in quattro tonalità che andarono man mano a saturare il piano interrato. I pilastri e i corpi rifrangevano le frequenze creando un gioco di rimandi che rendeva l’armonia sempre più articolata.

Arcadi non aveva mai sentito nulla del genere. Era incantato come il bambino che amava perdersi nelle cose nuove, nelle meraviglie dello sconosciuto. Le note continue e possenti prodotte dalle ciotole erano un richiamo a perdersi in una dimensione di stasi e contemplazione. Una musica totalmente diversa dai frattali sonori degli Alveari che instillavano vigilanza, operosità.
Nelle vibrazioni create dal quartetto Arcadi iniziava a scorgere una bellezza che non aveva i contorni spiacevoli del disordine e il marchio della sconfitta: era un indefinito di grande valore, interrato nelle apparenze di un mondo devastato. Ad Arcadi sembrò d’aver già avvertito quella sensazione di piacevole abbandono. La identificò facilmente. Era quel sogno strano, quello della spiaggia sotto il sole insieme alla donna sconosciuta: la luce e il calore vibravano dentro il suo corpo sognante con la stessa intensità.
Arcadi avrebbe voluto esplorare quel paesaggio interiore che sentiva stranamente familiare, ma il suono iniziò ad affievolirsi, si ritirò, abbandonando l’aria attorno ai pilastri e gli uomini per rifluire dentro alle ciotole.
Applausi scroscianti e fischi d’approvazione crepitarono nel piano interrato tributando un gran successo per il quartetto. Gli anziani si rialzarono, fecero un inchino nelle quattro direzioni cardinali e si diressero verso i bordi dell’arena per ricevere i complimenti del pubblico.
Ma il presentatore aveva fretta e si rimise al centro per richiamare l’attenzione.
“Un sentito ringraziamento ai Quattro di Loverpool. Ma ora passiamo alle compere!”
Due palandranati a faccia bianca portarono nell’arena una lastra di metallo bruno con quattro gambette sottili. Altri due vi appoggiarono delle scatole porta attrezzi con lucchetti a combinazione tanto appariscenti quanto inutili. Uno sbandato in Zona rossa senza una tronchesina non ha motivo di campare.
“Iniziamo dal primo lotto – disse solenne il mastro cerimoniere – Per riscaldare la gentile platea proponiamo una confezione di acetilsalicilico!”

“Un mese di corrente elettrica!” strillò una mollettiera dalla chioma color sabbia imbigodinata.
“Carne fresca! Per due mesi!” urlò un fiocinatore che teneva il colbacco a fil di sopracciglia.
“Fresca di fogna!” gridò una voce anonima tra i pilastri di fondo, dove la folla era più folta scatenando risate.
“Calma signori! – intervenne il cerimoniere – Non turbate le compere.”
“Corrente un mese e due settimane!” rilanciò la mollettiera.
“Una batteria funzionante!” fece la voce acuta del primogenito della famigliola degli imbacuccati notati da Arcadi. La sua offerta destò un brusio interlocutorio nella platea degli acquirenti. Segno che era una proposta difficile da superare. Il cerimoniere attese ancora qualche istante poi sancì: “Merce aggiudicata!”
Il giovanotto e i fratelli sfilarono tra la cerchia del pubblico per andare a depositare la batteria e ritirare l’acquisto.
“Un articolo di lusso ora: antipiretico!”
La folla si animò e le offerte vennero lanciate quasi in contemporanea. Il cerimoniere socchiudeva le palpebre con espressione sofferente per pescare una proposta coerente nella tempesta vocale.
“Mese… ratto… vena di polistirolo… corrente…”
Non si capiva nulla. Allora il cerimoniere agitò le braccia e i palandranati sbiancati pestarono sui bidoni coprendo ogni voce.
Tump! Tump! Tump!
La folla si azzittì, riconoscendo che il caos non serviva a nessuno. Smisero anche i palandranati, però in lontananza ancora si udiva un battito ritmato.
Tump! Tump! Tump!
Il rumore era evidente. Il cerimoniere si era voltato per rimproverare i suoi tamburini, ma questi gli ricambiarono uno sguardo perplesso.
Tump! Tump! Tump!
Il rumore arrivava da sopra. Qualcosa di molto pesante stava scendendo la rampa con passo deciso, al galoppo.
Il cerimoniere fece un cenno e due fiocinatori corsero su brandendo i ferri del mestiere. Sparirono dietro un pilastro portante, oltre il quale cominciava la prima curva della salita.
I ‘tump!’ Si facevano più vicini e tutti stavano con le orecchie tese e il fiato sospeso.
I ‘tump!’ Si fermarono. Due urla, due rantoli, suoni di oggetti metallici che cadevano e rotolavano. Le fiocine dei due uomini.
Di nuovo. Tump! Tump! Tump!
La paura trasformò la disposizione della folla attorno all’arena. Tutti preferirono mettersi in fondo, possibilmente dietro le carcasse dei suv e in aree poco illuminate. Giommi e Pit lasciarono il cofano per strisciare sotto il furgone. Arcadi invece preferì la mobilità: balzò sulla pedana del mezzo e poi si acquattò dietro il pilastro più vicino.
I passi ormai erano all’ultima curva della rampa.
Un piede enorme, uno stivale violastro si piantò in un triangolo delimitato dal fondo della rampa e da un pilastro. L’altro piedone si posò con l’ormai noto ‘tump!’, il corpo dell’intruso era ancora coperto da una porzione del piano superiore. Indubbiamente quella ‘cosa’ era molto grossa, proporzionata alla sensazione di minaccia che stava opprimendo il pubblico della Farmateca.
“Aaaah! Vi nascondete quassotto coniglietti!”
La voce era amplificata da un’altoparlante e nell’ambiente chiuso risentiva di un fondo di fruscii al limite del fischio.
Nell’arco di tre “tump” l’intruso fu in piena luce e non fu una bella vista. Grossi piedi a pianta larga, cosce ipertrofiche montate su ginocchia servomeccaniche, un’armatura di piastre viola venate di porpora sormontate da una calotta che conteneva un volto umano. Un volto barbuto e rosso. Non si capiva se di rabbia, per lo sforzo oppure perché era la sua carnagione.
Ma a tenere desta l’attenzione del pubblico a bocca aperta erano le due chele: due grossi strumenti a pinza che quella creatura ben poco umana aveva al posto delle braccia.

Arcadi lo riconobbe: era la possente figura che aveva provocato i terremoti!
“Dovete venire da me! – ordinò alzando il volume – Devo passarvi tutti in rassegna: avanti!”
“Ladro bastardo!” Urlò una voce esprimendo il timore di tutti.
Una lancia andò a sbattere contro la calotta trasparente che proteggeva la testa del mostro. Non gli fece nulla, rimbalzò via come uno stuzzicadenti.
“Se fate così dovrò convincervi con le cattive! Rumpo non scherza!”
Col passo pesante l’autonominato Rumpo si accostò a un pilastro. La chela destra sferrò un colpo tremendo frantumandone una sezione. La dimostrazione distruttiva spinse la gente della Farmateca nel panico più puro: grida di paura, insulti, sassaiole e un gran parapiglia tra un pilastro e l’altro.
Rumpo avanzò cercando di coprire l’unica via di fuga: la rampa. I suoi movimenti di gambe erano lenti ma le chele erano molto agili. Un palandranato incauto venne pizzicato dalla chela di sinistra e sollevato da terra. Stretto all’addome lanciava ululati di dolore. Il bianco sul volto si squagliava.
Rumpo, stufo, lo buttò via e quello rotolò a terra come una bambola di pezza. Decisamente una mossa che non tranquillizzava nessun occupante della Farmateca.
Arcadi, come molti altri, stava calcolando il momento migliore per aggirarlo e sgattaiolare via. Magari mentre Rumpo macinava altri due innocenti.
Una mano sulla spalla. Milly.
“Vieni, non c’è speranza di fregarlo.”
Arcadi seguì in mezzo alla folla le gambe della ragazza inguainate nei jeans dorati. Malgrado lo scompiglio fatto di grida e inutili lanci di oggetti, i suoi riflessi di liquidatore gli fecero scansare sbandati urlanti e sbadati.
Milly lo stava guidando in un angolo illuminato da una solitaria lucetta rossa. Sotto si vedeva poco perché un gruppo di mollettiere si stava accalcando: era un’uscita d’emergenza.
Milly si bloccò. “No, c’è troppa gente. Verrà sicuramente di qua. Andiamo.”
La ragazza si mise a correre tra i pilastri, attraversarono metà del seminterrato per giungere accanto al pilastro portante del seminterrato, largo cinque volte tutti gli altri, era come l’albero maestro di quella cattedrale rovesciata nel profondo.
“Soffri di vertigini?”
Arcadi strabuzzò gli occhi quando notò cosa gli stava indicando Milly: sul retro del pilastro era fissata una stretta scaletta a pioli. Era di un metallo sporco e arrugginito. Dalla consistenza tutta da saggiare. Avrebbe retto il peso di una persona?
Milly sembrò infischiarsene dei calcoli. Spiccò un bel salto riuscendo ad aggrapparsi all’ultimo piolo. Digrignando i denti afferrò il piolo sopra e con tutta la forza delle sue braccia robuste si issò sulla scala.
Arcadi la imitò. Con più scioltezza dato il suo allenamento, il suo timore piuttosto consisteva nella possibilità di lacerarsi la pelle delle mani e infettarsi con qualche schifezza microscopica dormiente. Quella era la sua vera paura.
La visione del sedere dorato di Milly che ondeggiava sopra di lui non lo distolse dai pensieri ossessivi di patologie virali in agguato. Come poteva farne a meno, le avvertenze iniziavano da quando gli inquilini dell’alveare non erano che dei bambini. Le Madri li conducevano nelle sale degli Equalizzatori per imparare tutto quello che si conosceva sulle insidie della Madre superiore, la natura che comanda la vita. Il ciclo degli insegnamenti era intensivo, il programma era stato definito dagli stessi Amministratori ed era una delle pietre angolari dell’istituzione degli alveari. Chi si ribellava, chi risultava refrattario all’insegnamento veniva espulso. Non dall’apprendimento, ma dall’alveare.
Forse Milly è una bambina scacciata, considerò Arcadi mentre emergevano dalla penombra per incrociare il chiarore del terzo piano. Da sotto arrivavano urla di lotta e di dolore. Consapevolmente i due fuggitivi accelerarono la salita immergendosi di nuovo nelle ombre. La ragazza aveva un buon ritmo e Arcadi teneva la distanza di sicurezza ideale a scanso di contatti fortuiti.
“Saltiamo qua, dai” disse Milly mostrando la via.

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1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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