CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

Capitolo 8 - Autostop tra le macerie

Come spesso gli capitava, Arcadi fu fortunato nella sfortuna. Era caduto da una decina di metri, poteva tranquillamente rompersi l’osso del collo o qualche altro organo di uso comune. Invece il gilet aveva ammortizzato l’urto e poi era scivolato su un corridoio lastricato dalle piastrelle che aveva ammirato. Era andato giù nella bocca oscura dell’abisso di cemento, ruzzolando e trottolando fino a fermarsi su un mucchio di calcinacci e intonaco triturati finemente dal tempo.
La nuvola di polvere scaturita dal suo impatto quasi gli levò il fiato. Era da parecchio che là sotto non si facevano pulizie. Giusto qualche decennio. Arcadi tossendo si rialzò in piedi. Guardò in alto, verso la luce che indicava la via d’uscita dalla trappola. La rampa sulla quale era ruzzolato aveva una notevole pendenza e pochi appigli visibili. Per quanto riusciva a scorgere Arcadi, le pareti dei bagni di quel palazzo sventrato si erano combinate e srotolate sotto un edificio vicino, ugualmente piallato. Le ondate di luce della tarda mattinata rimbalzavano sulla discesa piastrellata, ripida e liscia. Non gli era mai capitato di desiderare tanto l’Esterno.
Soltanto in un secondo momento Arcadi realizzò che il buio che l’aveva inghiottito non era poi così buio. Filamenti di erebofile, le colonie di microfunghi ricchi di luciferina, rischiaravano la scena: si trovava in una grotta artificiale costituita dalla facciata di un condominio. A destra e sinistra Arcadi aveva individuato dei balconi dalle ringhiere disarticolate. Le erebofile si avvinghiavano alle sbarre di ferro arrugginite e contorte illuminando un tunnel non concepito da alcun architetto.
Mentre Arcadi rifletteva sulla possibilità di trovare una via d’uscita alternativa, si accorse di non essere solo in quell’antro polveroso.

“Tutto bene gente?” gracchiò la voce di un uomo nell’ombra.
“Cosa è successo? Un terremoto?” chiese una donna.
“No, no, no, è cro-cro-crollato qualche palazzo.” sostenne un giovanotto.
“Ma che dici? Non c’è nulla in piedi per chilometri!” lo schernì un altro uomo.
“Saranno quei bastardi degli alveari! Trafficano e spaccano di continuo con i loro maledetti droni.”
Le parole e il tono di quest’ultimo personaggio consigliarono ad Arcadi estrema cautela. Se quella gente non era infiltrata, di certo non apparteneva alle comunità degli alveari: irregolari, predatori.
Pensò quindi che fosse meglio tenersi in disparte e non farsi notare.
“Ehi, tu! Dico a te col gilet e il cravattino. – disse la voce gracchiante che proveniva da dietro una grossa ombra squadrata – Vedi di saltare ai pistoni, ne ho visti abbastanza di furbi che salgono senza macinare.”
“G-Già, se-senza macinare!” rimarcò il giovane che uscì dall’ombra. Aveva un casco da minatore con torcia frontale accesa e un tulipano arancione, presumibilmente di plastica, infilato nell’elastico degli occhialoni da saldatore. Era un giovanotto di vent’anni scarsi, magro, guance scavate e barbetta. Indossava una canottiera gialla a macchie di varia pigmentazione, larghi bermuda neri e stivali da pescatore. Al collo aveva una catena con lucchetto a forma di cuore.
“Se-sentito co-Cosa ha detto Giommi, a-alle macine, dai!”
“Anche tu sei di turno Pit, non pensare di sfangarla.” La voce gracchiante si incarnò in un personaggio in camice bianco sporco ma non lacero.

Occhiali a led con la scritta ‘Hell-oh!’ Che gli copriva la fronte. Il suo mento era ispido e storto. Ad Arcadi parve riassemblato malamente dopo un incidente.
Un sonoro ‘snap’ annunciò l’accensione di un filare di luminarie che mostrò la vera identità della grossa ombra: era un vecchio furgone. Un grosso scatolone di lamiera senza tetto che poggiava su ruote, pneumatici pietosamente foderati di rifiuti plastici. L’interno era stato abilmente sventrato per farne una vettura a dodici posti, con tanto di pedane laterali. Una curiosità carica di novità per Arcadi che conosceva la teleferica come unico mezzo di spostamento nella Zona rossa.
Prima di avvicinarsi ad ammirare l’insolito apparato di locomozione, Arcadi di soppiatto cambiò i filtri che aveva installati nelle narici e si nebulizzò volto e mani scoperte.

Il braccio ferito era già disinfettato. Era facile immaginare che quegli strambi soggetti avessero atteggiamenti promiscui, sicuramente poco rispettosi di distanze ed elementari protezioni. Alle orde dell’Esterno salute e armonia importavano poco rispetto all’orgoglio di mantenere il proprio stile di vita: libertà la chiamavano.
“Ehi! Anche voi quattro incappucciati! – gracchiò Giommi, che aveva l’aria di essere un capo carovana – Anche se siete il gruppo spalla di stasera non me ne frega niente: vedete di remare come tutti gli altri!”
Arcadi, con l’aiuto delle luminarie che cingevano le fiancate del furgone, diede un senso alle parole guardando i quattro giovani che balzavano dalla pedana ai sedili. Davanti ai posti di tutti i passeggeri c’erano sbarre con doppia impugnatura che terminavano dentro le voluminose portiere.
Arcadi intuì che quello era il meccanismo principale del motore e il combustibile consisteva nelle braccia dei passeggeri: macinando si caricava un sistema di ingranaggi che trasmetteva spinta all’asse al quale erano attaccate le ruote. Una trazione animale insomma.
“Ehi bamboccio! Vieni a ruotare con me!” Era la donna che aveva parlato prima. Una ragazzona dalle labbra rosse e la carnagione scura. Il bianco dei suoi occhi risaltava intenso nella semioscurità di quella caverna di macerie. Ma risaltava meno del suo profumo: una nota di limone che bruciava… alcol! Un afrore stordente che Arcadi avrebbe evitato volentieri per non mettere alla prova i suoi filtri.
“Mi-Milly hai tro-trovato l’a- amichetto, eh?”

“Fatti gli affari tuoi, ratto!” lo fulminò facendo ciondolare una collana di palline di plastica su una mantella plissettata quanto una minigonna. Per il resto la ragazza indossava dei jeans dorati con strappi laterali e scarpe a zeppa bianche che all’occorrenza potevano diventare letali armi di difesa.
Arcadi si fece forza. Doveva avvicinarsi. Doveva infrangere la distanza limite del metro di sicurezza. C’era anche la possibilità d’essere toccato: il reato del contatto zero. Perciò Arcadi seguì la procedura dettata dall’Equalizzatore: liberare la mente dall’ansia, concentrarsi sui dettagli, lasciare scorrere il pensiero nell’azione.
Non fu difficile, Arcadi doveva badare a non inciampare sulla pedana attorno al furgone. Reggersi alla portiera saldata e scivolare sui sedili nella penombra era una manovra abbastanza impegnativa da fargli dimenticare che si stava accostando a una donna. E per una distanza inferiore ai 50 centimetri.
Arcadi arrivò a sedersi, mise le mani sulla barra unta. Le sue labbra si contrassero in una smorfia di disgusto che dissimulò in un sorriso offerto a Milly. La ragazzona lo stava osservando, anzi gli respirava addosso! Milly non era per nulla distratta dagli sberleffi enigmatici che si scambiavano i quattro incappucciati del gruppo spalla. Arcadi stimò che fossero quattro ragazzini: non facevano che darsi spallate e apostrofarsi con suoni gutturali: un dialetto?
“Guarda che braccio! – esclamò Milly – Ti sei fatto male quando Giommi ha inchiodato?”
“Ah, non è niente, solo un graffio.”
“Dovrebbero levargli la patente a quel fungo umano…”
“Ohè, dietro: dateci dentro dobbiamo ricaricare. Uno, due tre, via!”

Tutti e otto, Giommi e Pit in testa, piegarono le schiene e insieme, seguendo il ritmo, fecero ruotare le aste. Un lavoro più semplice del previsto, osservò compiaciuto Arcadi. Continuarono così per quasi cinque lunghi minuti, inframmezzati soltanto dagli sghignazzi degli incappucciati e dagli sbuffi di Pit che non pareva molto in forma. Giommi diede l’alt e poi zampettò al posto di guida scivolando dietro il volante, facilitato dallo strato d’unto sopra il sedile. Girò una manopola piazzata in mezzo al cruscotto e il furgone si mise subito in movimento.
Ci spostiamo alla velocità di un carico di gramigna pressato su una cariola, pensò Arcadi. E fu l’ultimo suo pensiero prima del… contatto.
“Bravo mister Muscolo!” disse Milly dandogli un buffetto sulla guancia.
Pelle – carne – vasi sanguigni – ossa – pelle – sudore – batteri – sporco – infezione – pelle – contatto – infiammazione – febbre – paura – pelle – carne – terra – pianta – vita – pelle.
“Ehi, che cosa ti piglia, stai bene?”
Arcadi si riscosse dal suo mantra antipanico, un trucco insegnatogli dall’Equalizzatore.
“Certo, certo, solo un crampo…”
“Dove? Fa vedere: sono una massaggiatrice di primo livello.”
“NO!” strillò Arcadi.
Tutti sul furgone si girarono verso di lui.
“Niente, solo un crampo. È andato.”
“Lascia perdere il giovanotto, Milly – brontolò Giommi – Non vedi? È uno di quei puzzalnaso del fiume, è venuto a fare affari mica a divertirsi.”
I riflettori dell’attenzione puntati su Arcadi si spensero. Gli incappucciati tornarono a confabulare tra loro, Pit scavalcò la fila di sedili per mettersi a fianco di Giommi. Milly invece guardava il paesaggio in movimento stuzzicando la collana di plastica: la volta del tunnel, costituita dalla facciata del palazzo, si era combinata con il relitto di una sopraelevata. I guardrail corrosi rimandavano nel sottosuolo la pallida luce superficiale. Giommi poteva schivare meglio i mucchi di mattoni delle antiche case che non ce l’avevano fatta.
Arcadi ebbe modo di ricomporsi e riallacciare il nodo dei suoi pensieri. La traccia principale era la tipologia della gang che lo ospitava: sbandati. Gente che sopravviveva di quanto ancora regalavano le rovine della Zona rossa. Ribelli. Soggetti che rifiutavano la legge degli Amministratori. Sconfitti. Erano i discendenti di coloro che avevano perso la battaglia per la gestione delle antiche città.
Non sembrano ostili, pensava Arcadi, ma bisogna tenere gli occhi aperti: non voglio concludere la missione dentro un calderone, la portata a sorpresa si chiama… Erik.
“Che hai da ridere?” gli chiese Milly corrugando la fronte.
“Ah, no niente. Pensavo a questo mezzo di trasporto. Lo sai che un tempo la gente aveva auto per spostarsi. La maggior parte viaggiava da sola. Ora è il contrario. Anzi senza braccia la macchina non avanza.”
La ragazzona sbuffò: “Proprio un ragionamento da Neolib. Sapete pensare solo a quello.”
Arcadi stava per chiederle chiarimenti ma il furgone sobbalzò. Giommi tolse il contatto per risparmiare la carica: stavano scendendo su una rampa malamente rischiarata dai grappoli di erebofile. Nell’oscurità del fondale gli occhi decifravano a fatica le tracce di una curva. Il furgone aveva imboccato una pista per le viscere della terra. Arcadi si fece ancora più inquieto.

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1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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