CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

Capitolo 6 - La frusta del Diavolo

Arcadi alzò la cornetta e venne stordito da una vocetta nota: “Ciao sono la Maviglia, dell’Agenzia. Tutto bene? Brumana mi ha detto di chiamare per sapere se hai ricevuto tutto. Intendo il maglio con i caricatori, la mappa aggiornata e i rapporti degli alveari di confine. Tra questi c’è anche il resoconto dello sfortunato Rubagotti, almeno quello che ci ha riportato chi lo ha soccorso, perché dallo scontro il poveretto non ha ripreso conoscenza. Ma tutti i liquidatori degli alveari sono già in allerta sai? E sono convinta…”
Arcadi si sentiva mancare il respiro: non la poteva soffrire. Non c’era modo di discutere con Maviglia, era un fiume verbale che riversava a precipizio nelle orecchie dell’ascoltatore. Nessun modo di interloquire, scambiare informazioni, dovevi soltanto attendere che si scaricasse. E, quando avveniva, solitamente Arcadi salutava per levarsela di torno.
“Sì sono proprio convinta che devono essere disperati quelli dell’Esterno per arrivare qui in nove. Dico nove, vero? Era da tanto tempo che non se ne infiltravano così tanti. Forse due o tre anni. Se non contiamo la crociata dei podisti falciati dagli alveari di confine giù nel Mocrenese…”

Arcadi intanto cercava di sbirciare i testi dei rapporti: dalla busta trasparente leggeva gli stampati lunghi e stretti su carta da plotter. Caratteri sottili che raccontavano della segnalata infrazione di confine nei pressi di Maggior Casale: avevano attraversato il fiume schivando le mine. Ma giunti a riva le nuove fotoelettriche avevano tracciato il passaggio di nove individui.
Da buon liquidatore, Arcadi notò subito un dettaglio anomalo: i nove infiltrati si erano mossi in gruppo e non avevano puntato verso gli abitati. Di solito i portatori di contagio non vedevano l’ora di saccheggiare le proprietà degli alveari. I nove infiltrati seguivano un percorso per inoltrarsi il più possibile nella Zona rossa.
Un flash doloroso, la vista di Arcadi si oscurò. Poi tornò il respiro, lungo la schiena e sul braccio destro bruciava un solco infuocato.
“Preso!” strillò una voce carica d’entusiasmo.
Arcadi si ritrovò abbracciato all’armadietto, si era aggrappato per non cadere a terra. Con la mano stringeva ancora la cornetta, ma il filo era tranciato.

La manica della sua camicia bianca era squarciata fino al gomito e del sangue gocciolava sulla sabbia ai suoi piedi. Strani schiocchi vibravano minacciosi nell’aria. Arcadi si girò con circospezione: mise a fuoco un’ombra rossa che oscillava alle sue spalle, lontano una ventina di metri. Era una figura larga di spalle, le gambe sembravano le punte di un compasso, sempre in movimento.
“Avanti! Prova a muoverti, attacca! Rispondi alla sfida del Diavolo Coraggioso!”
Arcadi senza accennare passi, mollò la cornetta che cadde a terra, con l’altra mano cercò subito il maglio, lo tastò prima di impugnarlo ancora dentro la tasca. Fortunatamente era già carico.
“Non ti è piaciuta la mia frusta? Forse è meglio che assaggi anche l’altra!”
Prima che il colpo potesse raggiungerlo, Arcadi aveva piegato le ginocchia: la frustata sibilante gli sfiorò l’orecchio per abbattersi contro l’armadietto.
“Uh, uh, uh! Abbiamo un furbo! Un furbone che non vuole prendere lezioni di ballo dal Diavolo Coraggioso.”
Arcadi sgattaiolò per mettersi al riparo dietro gli armadietti. Un’altra frustata lo carezzò sopra la schiena. Il gilet protettivo stava facendo il suo mestiere, ma il colpo non era stato indolore. Cercò di riprendere fiato, rannicchiato dietro gli armadietti. Sull’avambraccio destro la pelle era stata grattata via come da una lima. Arcadi tentò di tamponarsi con i brandelli della camicia. Ma un movimento percepito con la coda dell’occhio lo fece desistere. L’ombra rossa era alla sua destra e si stava arrampicando sulla piattaforma della teleferica, usando la frusta per accelerare il passo.

Istante dopo istante Arcadi metteva a fuoco il suo aggressore: era una massa di muscoli in calzamaglia, le sue braccia muscolose erano avvolte da tubi flessibili che terminavano in uno zainetto caricato sulle spalle. Utilizzava le fruste come estensioni delle braccia, per colpire e spostarsi.
Il Diavolo Coraggioso ondeggiò il braccio e la frusta si avviluppò al pilone; subito si issò sulla sommità della capsula. Apparentemente senza fare sforzi. Arcadi concluse che le fruste non le usava a forza di braccia, erano gestite con un meccanismo retrattile. Probabilmente nello zaino che il Diavolo aveva sulle spalle, c’era un argano o un dispositivo di riavvolgimento. La fortuna l’aveva davvero aiutato, considerò Arcadi, un colpo ben assestato con quell’arma poteva spezzare le vertebre.
“Mi vedi? – gridava il Diavolo Coraggioso sventolando la frusta libera – Guardami bene liquidatore, perché sono venuto apposta per te. Ho un grande spettacolo da proporti. E ho anche il titolo: come liquidare un liquidatore!”
Il Diavolo Coraggioso spiccò un balzo e la frusta che teneva con la destra si avvolse al cavo della teleferica reggendo il suo peso. Si mise a oscillare come un pendolo, per poi iniziare a scorrere in avanti verso l’uomo. La frusta di sinistra mulinò a vortice, come per creare un bizzarro effetto elica.
Arcadi era quasi incantato dall’abilità del Diavolo rosso, un incredibile acrobata, ma anche un folle, un potenziale omicida. Andava liquidato. Avrebbe cercato di capire dopo se era un infiltrato oppure qualche sofisticato folle, scappato da un cellapp di contenimento degli alveari.

Il Diavolo Coraggioso si muoveva nella sua direzione, sospeso a meno di due metri dal fondo della piattaforma. Il mulinello della sua frusta sibilava sinistro. La calzamaglia sul viso gli lasciava scoperti soltanto naso e bocca. La bocca era aperta, ma i denti stretti, serrati dai ‘morsetti’ delle mascelle. Arcadi calcolò i tempi, poi si lanciò in una piroetta, rotolando sotto i piedi penzolanti del Diavolo. La frusta mulinante lo mancò.
Ma l’azione non poteva concludersi così. Arcadi era in vantaggio, perciò con grande sforzo si rimise in piedi e corse verso la figura rossa appesa alla fune della teleferica. Spiccò un salto e si aggrappò con tutto il suo peso alle gambe dell’uomo.
Arcadi voleva farlo cadere sulla dura superficie della piattaforma e risolvere la questione in un corpo a corpo, ma la frusta meccanizzata reggeva sorprendentemente bene il peso di entrambi. Scivolavano verso il bordo della piattaforma, torcendosi come due pesci presi all’amo. Il Diavolo era un osso maledettamente duro, rilevò Arcadi, proprio mentre andava a sbattere con la schiena contro la protezione in plastigum.
Scalciando, il Diavolo Coraggioso si era liberato della sua presa e prima che Arcadi potesse voltarsi, la lingua sottile della frusta gli si arrotolò al collo. Il Diavolo rise sonoramente: “Preso!”
Arcadi si portò le mani al collo per liberarsi dalla lingua setolosa della frusta, ma il Diavolo aveva messo a segno un buon lancio: lo teneva bloccato di schiena e lo stava strangolando, neanche troppo dolcemente. Anzi, tirando con l’ausilio meccanico, lo stava sollevando piano piano per portarlo oltre il bordo. L’effetto sarebbe stato una impiccagione in piena regola.

Arcadi non riusciva a respirare. Per prima cosa tirò un lembo della cravatta: il tessuto nero si gonfiò in una sciarpa protettiva che si oppose alla stretta della frusta. Qualche millimetro guadagnato per un respiro. Arcadi però non perse tempo a sbrogliare la presa della frusta, passò al contrattacco. Ormai le punte dei suoi piedi non toccavano più il pavimento della piattaforma. Il Diavolo ridacchiante voleva trascinarlo nel vuoto.
Arcadi non oppose resistenza, si sdraiò sulla barriera protettiva della piattaforma con la schiena ancora indolenzita per i brutti colpi subiti. Vide il Diavolo alla rovescia: la sagoma rossa con il braccio sinistro appoggiato alla sottile frusta avvolta alla fune della teleferica. L’altra frusta invece era tutt’uno con il braccio: un osceno tentacolo strangolatore. Le gambe del Diavolo continuavano ad aprirsi e chiudersi in maniera ridicola, una manifestazione di gioiosa frenesia che disgustò il liquidatore.
La sinistra non era la sua preferita, ma in quella mano aveva infilato il maglio e quella doveva usare. Distese il braccio sopra la testa cercando di mirare al Diavolo oscillante. La vista ricominciava ad annebbiarsi, la stretta della frusta lo stava soffocando. Arcadi aveva un solo colpo.

© 2020 – Associazione Culturale RetroEdicola Videoludica – via Gabriele Rosa 18c – Bergamo
1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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