CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

Capitolo 5 - Fermata Lanzogorgo

La mimetica simulò la corteccia scura dei rami sopra il grigio dei detriti di cemento dove affondavano le radici. Poi, mentre si spostava verso l’esterno del colle, il tessuto gradualmente si schiarì, abbandonando i motivi complessi delle braccia legnose per confondersi con le tonalità delle piastrelle e dell’asfalto sbriciolato.
La figura, a passo misurato, consapevole che gli amministratori avevano occhi ovunque e vista aguzza, si trovò un riparo. I resti di una passerella stradale, schiantati da decenni, avevano lasciato uno stretto passaggio che conduceva a un locale di servizio per le pompe anti allagamento. La tuta mimetica divenne ombra nell’ombra finché non si accese una torcia elettrica che venne poi appesa al muro. Mani guantate armeggiarono su un portatile: l’indice compose sei numeri sul disco combinatore.
“Sta arrivando.” disse l’ombra a un interlocutore non udibile.
“No. No. – ribadì in tono neutro – E se devo darti la mia impressione non lo trovo così temibile. Forse la fama dei liquidatori è un po’ esagerata, che ne dici?”
“Ok. Davvero? Non mi sto sbilanciando per niente. Non mi conosci abbastanza… e non mi spiace. Ci vedremo al punto di ritrovo.”
Il portatile sparì in una tasca della mimetica, la torcia elettrica venne spenta. La sinfonia di fogliame scosso e rami battuti dal vento tornò a dominare sul bosco spettrale.

Le domande sulla desertificazione e le inquietudini emotive di Arcadi si smorzarono quando la sua capsula varcò il confine metropolitano interno, all’altezza dell’alveare di Oscaretto. Era una costruzione molto più bassa rispetto agli altri alveari, il fatto che si affacciasse sulla periferia cittadina era stato tenuto in considerazione dai costruttori: la sua forma schiacciata offriva meno resistenza alle intemperie e, cosa non secondaria, rendeva l’edificio meno ‘bersaglio’.

Arcadi non si sentiva particolarmente attratto da quel genere di costruzione. Gli comunicava una sensazione di pericolo imminente e, forse, di sconfitta preventivata. Il pilone teleferico era al centro della piastra, spuntava da una cavità nella quale era stato ricavato lo spazio per la cupola della serra. Azionò con movimenti meccanici la leva per cambiare la direttrice della fune, usando pochissimo l’avanfreno. La ripartenza fu annunciata da una scossa un po’ brusca. Arcadi lasciò correre la capsula, ormai gli restava un solo scambio prima della destinazione, quello di Gabbo. Ma era una semplice piattaforma di transito, nessun insediamento nei paraggi.

La pianificazione degli alveari nella Zona rossa aveva seguito un criterio semplice: restare negli abitati. Forse altri esperti avrebbero ribaltato questa tesi sostenendo di poter operare al meglio su una tabula rasa, senza impedimenti di altre strutture, ma di terreno vergine la Zona rossa non ne disponeva molto. Gli Amministratori preferirono agire dove si concentrava la popolazione, dove la vita non si era arresa alla convivenza con il morbo.

Arcadi conduceva la capsula e seguiva un filo labile di riflessioni momentanee e ricordi scolastici, pensieri che sbocciavano spontanei quando era in viaggio. Un abbandono studiato: l’idea di spostarsi in una bolla plasticata e trasparente a circa 50 metri da terra può destabilizzare facilmente l’equilibrio di un inquilino d’alveare, che generalmente vive da segregato il 90% della sua esistenza.
Uno sguardo prolungato comunque gli era caduto sulle marcite del Lambro, un acquitrino che d’estate regalava stormi di rabbiosissime zanzare. E qualcuna incredibilmente riusciva a infilarsi negli alveari.

Anche queste intrusioni per Arcadi erano un segnale di inefficienza delle amministrazioni. Una presenza del genere soltanto un paio d’anni prima sarebbe stata classificata come contaminazione di primo livello.
Il paesaggio periferico della Martesana regalava sempre delle novità e Arcadi era più rapito dalla curiosità che dalle vertigini. Chiazze di prataglia incolta e bruna si contendevano lo scenario pianeggiante, solcato da fossati naturali e crepacci. In particolare lo attiravano i grandi piazzali dei capannoni scoperchiati: sembravano scatole regalo abbandonate dopo una festa, piene di cianfrusaglie indecifrabili che avevano perduto le forme e i colori originali. Forse delle opere d’arte astratta, riplasmate dalla mano cieca della natura.
Arcadi rispettava la natura, era una delle leggi degli alveari, anche se quel rispetto era figlio della paura. Le amministrazioni erano nate per tutelare gli uomini dai suoi ‘scherzi’. Il più grosso terribile si chiamava virus. Trent’anni prima un’epidemia inarrestabile aveva devastato la civiltà globale, cancellandola e frazionandola in tante piccole resistenze locali. Alcune comunità, prive di risorse e divise negli intenti, erano scomparse lasciando in circolazione torme di viandanti affamati e laceri. Altre organizzazioni, gestite da élite di possidenti, si erano nascoste nelle profondità, in fortezze o località remote, tagliando ogni legame con gli altri superstiti continentali.

La Zona rossa era un’eccezione, dalla prima comparsa della crisi la sua amministrazione aveva saputo adattarsi all’emergenza con drastici provvedimenti, si era organizzata per promuovere risposte immediate e pianificare una gestione a lungo termine. Una gestione che aveva come punto fermo l’auto-isolamento dei singoli individui. Una precauzione per limitare la diffusione del virus in attesa di un vaccino risolutore. Ma il vaccino non arrivò mai.
La chiusura delle vie di trasporto, il collasso dei canali di comunicazione a lunga distanza, l’accaparramento delle risorse disgregarono nel giro di due anni duemila anni di storia. La lancetta della civiltà venne riportata indietro, in un’età imprecisata di egoismo armato, proprietà trincerate e terre selvagge.
Nella Zona rossa l’ordine si era mantenuto grazie all’unico principio antivirale valido: il contatto zero. L’eliminazione dei contatti umani toglie al virus i veicoli di diffusione, su questo principio drastico le amministrazioni costruirono il sistema degli alveari, unità plurime di autosufficienza per migliaia di residenti.
Non c’era posto per tutti. Ma non tutti erano disposti a pagare il prezzo d’ingresso: vivere da soli, confinati nelle cellapp. Tanti preferirono abbandonare la Zona rossa e tentare la fortuna altrove.

Altri si ribellarono e cercarono di rovesciare l’autorità degli Amministratori. I disordini vennero sedati, anche se al prezzo di molte vite umane e distruzioni, però al termine degli scontri il processo di trasformazione della Zona rossa era diventato irreversibile. Gli amministratori avevano ottenuto la forza, le risorse e il consenso per completare il progetto di una comunità auto-isolata allo scopo di contrastare ogni patologia virale. Un progetto che aveva come principio costituzionale l’azzeramento dei contatti tra esseri umani.

Lanzogorgo era in vista. E c’era ben poco da vedere oltre il mastodontico pilone che reggeva la piattaforma di scambio. Le auto bombe del Fronte di Comunione Latina avevano devastato l’abitato durante la guerra incivile e le Amministrazioni avevano risposto con lanciarazzi e cecchinaggio indiscriminato. Una ricetta efficace per trasformare un’antica borgata in una discarica di rottami.
Arcadi diede un colpo leggero di avanfreno seguito da altri due, si era distratto un po’ lasciando correre i pensieri e la capsula nell’attraversamento della periferia. Poco male, pensò, ho parecchie cose da fare e uno scocciatore alle calcagna.
La capsula, decelerata a dovere, dondolò un poco mentre superava i margini della piattaforma protetti dalla barriera in plastigum. Docilmente si accostò al pilone e Arcadi fece scattare il gancio di chiusura: il meccanismo del pilone scartò la capsula sulla fune fuori servizio lasciandola penzolare un attimo sul lato opposto, quello dei veicoli non utilizzati.

Arcadi abbandonò l’abitacolo e scese dalla piattaforma di carico con una agilità impropria per qualsiasi altro inquilino d’alveare. Soprattutto dopo un viaggio sospeso per 21 chilometri. Ma un liquidatore doveva avere un approccio studiato e ovviamente una naturale predisposizione per operare all’Esterno.
Le piattaforme di transito erano in generale tristi e spoglie. Questa era ancora peggio. La tempesta l’aveva spazzolata perbene e il fondo di piastre metalliche era cosparso di almeno mezzo centimetro di granelli di plastica dura e fine sabbia di laterizio. Un grande mandala semi cancellato, così lo giudicò Arcadi mentre camminava diretto alle colonne di comunicazione. Addossati alla parete nord si vedevano degli armadietti di metallo corazzati. Cinque in tutto. Arcadi puntò al quarto, quello riservato all’Agenzia e con un click dello stilomat estratto dal gilet ne aprì la porticina.
Uno sbuffo di disinfettante nebulizzato lo investì facendogli sbattere le palpebre. Fissato alla parete in fondo si vedeva un ricevitore fisso con disco combinatore e in basso, agganciato alla parete dell’armadietto, un neutralizzatore. Sul piccolo ripiano c’erano un maglio con dieci caricatori, un pacchetto sigillato con le stampe dei rapporti sull’infiltrazione e un rotolo di olofogli che conteneva le mappe. Arcadi infilò quest’ultimo nella tasca del gilet di sinistra e il maglio nella destra. Era ansioso di leggere quei rapporti, voleva capire come erano riusciti a fregare Rubagotti. Neanche il tempo di aprire la busta che squillò il ricevitore.

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1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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