CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

Capitolo 4 - Viaggio appeso al filo

Milangeles non era il nome originale della città. Tutti lo sapevano e, qua e là, si potevano ancora trovare targhe scrostate che riportavano quello originale, ma nessuno si sarebbe sognato di pronunciarlo. Era un nome che ancora faceva male, un nome che aveva il sapore della sconfitta. A Milangeles le illusioni avevano adottato una nuova forma. Che importava se queste crescevano sul cadavere della vecchia metropoli?
Arcadi si era accomodato in capsula e assicurato le cinture. Sganciò l’ancoraggio e il bilanciere issò la capsula in posizione di partenza, giusto tre metri più in alto di quel che serviva per superare le barriere ai bordi del tetto. Arcadi diede un’ultima occhiata alla cupola biancastra della serra, che da lì sopra sembrava una pallina da golf incastrata dopo un tiro maldestro. Poi allentò l’avanfreno che affrancava la capsula alla fune e questa iniziò a scorrere. Un fischio stridente indicava che il carrello era un po’ asciutto. Arcadi azionò un tirante e dal piccolo serbatoio sopra la capsula un getto oleoso riequilibrò l’attrito: il rumore fastidioso si spense.

Per dirigersi alla piattaforma di Lanzogorgo Arcadi prese la via abituale: la capsula si tuffò giù, con un lieve dondolio, nel canyon Pisani, uno stretto avvallamento serpentino formatosi dopo il collasso di grossi edifici porticati.
Arcadi teneva la mano sinistra stretta alla leva che controllava il gancio

direzionale, mentre con la destra modulava la velocità ruotando la presa dell’avanfreno. La capsula somigliava a un ragno che zampettava in destrezza lungo un filo semi-visibile della sua tela. In prossimità della spianata della Repubblica Arcadi eseguì il cambio di corsia: Il gancio direzionale ruotò di 90 gradi e si innestò sul cavo di transito in direzione Porta Venezia. Era una delle zone di Milangeles che aveva mantenuto la sua antica fisionomia. I crolli degli edifici nell’ultimo decennio infatti avevano modificato definitivamente la mappa cittadina. Enormi blocchi di cemento armato gonfiati di detriti e rifiuti d’ogni genere implodevano con frequenza, spandendo nuvole di polvere e brontolii che somigliavano al ringhio di un animale ferito a morte.

Arcadi aveva fatto in tempo ad assistere al gran crollo del Pirellone. Evento che aveva destato qualche preoccupazione agli Amministratori del suo alveare. Il grattacielo era molto vicino e venne deciso di procedere con una demolizione controllata. Esperti bardati come astronauti si calarono nelle interiora marcescenti di uno dei simboli della vecchia città e piazzarono cariche esplosive. I residenti delle facciate più esposte furono costretti a trasferirsi in cellapp di profondità, maggiormente riparati. Arcadi abitava con sua madre a quel tempo e la curiosità per le anomalie già allora gli bruciava dentro come una febbre.

Capita a tutti i bambini: a un certo punto vogliono guardare oltre, scoprire cosa fa rumore dietro la parete opaca di plastiglass che filtra la luce.

Sapeva bene che era una situazione pericolosa, dagli altoparlanti continuavano a ripetere indicazioni: era una novità. E poi i lampeggianti nei corridoi il piccolo Erik Arcadi non li aveva mai visti, davano fastidio agli occhi, ma non se ne poteva fare a meno: erano una meraviglia. Sua madre lo precedeva e lo richiamava all’ordine. All’ennesima svolta si persero di vista, Erik si trovò solo, tra le luci lampeggianti e il tono monocorde dell’annunciatore che dava istruzioni incomprensibili per un bambino uscito dal cellapp una decina di volte.

Erik Arcadi in quell’occasione diede dimostrazione della sua intraprendenza. In fondo al corridoio riconobbe la segnaletica degli ascensori e corse davanti alla porta, il protocollo di sicurezza era disinserito per favorire lo spostamento celere degli inquilini, così Erik trovò le porte spalancate. Il sensore sotto la pedana avvertì il peso del bambino e le porte si richiusero automaticamente.

Erik ebbe un istante di esitazione, ma soltanto per via del cambio di luce.
“Serra” disse la sua vocina.
L’ascensore eseguì, lo portò all’ultimo piano. Erik aveva lasciato il cellapp materno poche volte e una di quelle era stata la visita alla serra: un mondo meraviglioso, grande, verde, pieno di profumi non sintetizzati. Aveva toccato la corteccia degli alberi e i suoi piedi si erano impigliati nei fili d’erba più alti, dove gli era stato detto di non camminare. Ma Erik era un piccolo esploratore, un ricercatore istintivo, forse equipaggiato di un pizzico di fortuna che è indispensabile per la buona riuscita di una missione.

La sua fuga in cerca della serra era la dimostrazione che nei suoi geni scintillava una predisposizione ancora non inibita dal quieto sopravvivere dell’alveare. Anche quando il piccolo Erik si trovò di fronte alla porta chiusa della serra non si arrese: contravvenendo alle regole più elementari di convivenza dell’alveare spinse con le sue manine la superficie di metallo. L’ingresso della serra era consentito soltanto in orari precisi, ma a un bambino guidato dall’incanto non si comanda, Erik picchiò contro la porta i palmi aperti delle mani. Nel corridoio non c’erano voci o lampeggianti, il rumore causato dal bambino era ben amplificato. Erik voleva entrare ed esprimeva tutta la sua testardaggine di piccolo pretendente. Prima che il suo desiderio scivolasse nella disperazione impotente, la serratura scattò e apparve il volto barbuto di Zaverio. La sua barba era soltanto brizzolata, ma nei suoi occhi brillava un sorriso che esprimeva tutta la felicità per quella visita inaspettata.

Erik Arcadi si sentiva ben lontano da quel bambino, però non aveva perso l’abitudine di picchiare i pugni sulle porte chiuse.

Una capsula in movimento nel centro di Milangeles non passa inosservata. Il traffico mattutino era poca cosa, anzi lo era in qualsiasi momento della giornata. La vera singolarità consisteva nella presenza di un osservatore. Lo spostamento di Erik Arcadi dall’alveare Centrale era stato rilevato e seguito a distanza con un potente binocolo. L’aggancio della capsula alla linea sulla spianata della Repubblica, disseminata di grossi blocchi di cemento erosi dal vento, come tante formine per giganti, era stato scrutato con attenzione da una postazione tra le rigogliose rovine del bosco spettrale. Una figura in mimetica integrale era accomodata in mezzo alle ramaglie che si intrecciavano e trasformavano la collina in una massa di vegetazione dall’aspetto impenetrabile. Nessuno poteva immaginare che quella boscaglia un tempo aveva avuto un orgoglioso sviluppo verticale.

L’osservatore vide scendere la capsula di Arcadi verso l’alveare Venezia e decise che era giunto il momento di muoversi: ripose il binocolo nello zaino e ridefinì i parametri della mimetica sulla modalità ‘movimento’. Scivolando dal ramo nodoso al quale si era assicurato, l’osservatore fece valere i suoi muscoli per transitare sul dorso di un tronco ciclopico, torto dalle chiome secche dei suoi simili vicini. Le piante crescevano soffocandosi a vicenda, nessuna aveva la forza per generare altra vita fuori dal bosco spettrale.

L’osservatore sgusciava come un’ombra fluttuante, quasi perfettamente indistinguibile dall’intorno. A meno di trovarsi a una ventina di metri. La discrezione professionale dell’osservatore faceva intendere che questa volta il liquidatore sarebbe stato anche preda.

Erik Arcadi rimuginava ancora sul carattere sgarbato di Brumana: era la sua natura o era diventato così? Di sicuro lavorare con un tipo del genere non avrebbe facilitato il suo compito.

Nove infiltrati da neutralizzare. – pensava Arcadi – era da tanto che non si verificava una falla così grossa.

La qualità del servizio di confine forse si era abbassata dopo tanta, troppa, tranquillità.

La sommità dell’alveare Venezia era in vista. La costruzione aveva conservato i due antichi caselli neoclassici impacchettandoli in strati di flexigum. Una scelta eccentrica ma gli inquilini del Venezia ne andavano fieri, eraun dettaglio originale per farsi riconoscere. Per il resto non si sarebbe distinto dall’alveare Centrale.

Arcadi azionò l’avanfreno e la capsula iniziò a rallentare. Il pilone di scambio era in vista, del tutto simile a quello del punto di partenza. Al livello inferiore vide l’asta di una capsula inutilizzata.

Dal Venezia niente di nuovo, si disse Arcadi mettendo mano alla leva del gancio direzionale.

Il carattere effervescente degli inquilini dell’alveare dei bastioni interni era stato fonte di diversi problemi nei primi anni dell’Amministrazione della zona rossa. Era accaduto una volta sedati i disordini degli irrequieti latinos che avevano battezzato Milangeles. Il regime di contenimento dei rischi non era facile da imporre a chi, per cultura e indole, coltivava comportamenti di comunanza fisica e condivisione di esperienze.

Con i ‘veneziani’ la contesa fu di carattere privato. La violazione dei contatti personali pareva essere una piacevole costante della loro quotidianità. A quanto aveva saputo Arcadi, la struttura interna del Venezia era sezionata in più compartimenti stagni sullo stesso piano. Un modello di costrizione necessario per stroncare tentazioni, che poi con il passare degli anni si erano addormentate. Al Venezia era rimasta la nomea di alveare ribelle, però ora riposava tranquillo sotto il velo della quiete metropolitana.

L’unica nota della passata stagione irrequieta era quel semicerchio colorato che partiva dallo spigolo della facciata trapezoidale per terminare sopra il bianco della cupola della serra. Un arco di più colori, dal blu al giallo, che forse un tempo aveva un significato simbolico. Così almeno aveva concluso Arcadi, che in quell’istante frenava per poi agganciarsi al pilone sopra l’alveare. L’asta a cremagliera l’avrebbe messo sulla direttrice successiva, il cavo a nord, quello teso sopra il canyon di Buenos Aires. Anche questo un nome che Arcadi associava con le rivolte latinos della fine degli anni ‘30.
Rispetto al canyon Pisani, Buenos Aires era più stretto e le due sponde più basse e ravvicinate. Le tempeste di microplastiche lo stavano progressivamente livellando.

Come tutta la metropoli del resto. Arcadi, senza staccarsi dagli esercizi mentali anti-vertigine, allargò il suo campo visivo, spostando di pochi gradi la testa. A sinistra poteva scorgere la sommità dell’alveare Centrale, il pilone lo evidenziava come una puntina su una mappa. Il tronco mozzato del Pirellone lo proteggeva sul fianco sinistro, mentre a nord si estendeva per almeno due chilometri la palude della ruggine. Arcadi non la vedeva, perché basse colline di cemento la nascondevano. A parte quel lato debole il Centrale era in buona posizione per difendersi dalle tempeste sempre più violente. Certo, Arcadi si chiedeva fino a quando. Alla sua destra gli ammassi di edifici crollati erano stati ferocemente piallati dalla forza del vento. Le travi spezzate e le armature di ferro in vista erano state indistintamente levigate da quella tremenda piaga meteorologica.

Il sole stava prendendo vigore e la luce scivolando giù dalle alte nuvole, stese a pellicola sulla regione, dipingeva una metropoli desertica. Un susseguirsi di gigantesche dune inframmezzate dagli spigoli di stabili che ancora erano scampati al degrado.

Arcadi il deserto l’aveva visto soltanto in olowall, erano panorami estremi, tipici di lontane latitudini, terre molto al di fuori dalla zona rossa. Però con quella luce e quell’umore addosso, non poteva fare a meno di associare l’aspetto della metropoli a una cellula sotto attacco. Il nemico non la affrontava direttamente: la indeboliva giorno per giorno, esaurendone gli anticorpi prima di piazzare il colpo decisivo. Gli amministratori ne erano certamente al corrente, si disse Arcadi, è un fenomeno troppo evidente perché sia stato trascurato. Avrebbe voluto parlarne con Rubagotti che come caposervizio era più vicino agli ambienti amministrativi. Ma il suo superiore era fuori gioco. Arcadi si sentì in colpa, avrebbe davvero dovuto chiamare la moglie di Rubagotti come gli aveva suggerito Mari.

Arrivato al pilone di Loreto, trenta metri d’acciaio e plastigum che svettavano solitari in una radura polverosa, Arcadi si promise di chiamare appena arrivato alla piattaforma di Lanzogorgo. Alla faccia delle premure di Brumana.

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1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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