CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

Capitolo 18 - L'operazione Plus

Il ritorno all’alveare si completò in silenzio. E silenzio li attendeva in cima alla costruzione. Un fioco bagliore arrivava dalla cupola della serra. L’unico segno di vita. L’unica manifestazione di calore dopo due giorni di calci, pugni, fatiche e spaventi. Arcadi sentì nascere il bisogno di rivedere le sue pianticelle e ritrovare la quiete, l’equilibrio. Entrando nel corridoio che portava all’ascensore gli sfuggì un’occhiata alla porta della serra. Là dietro c’erano i suoi quattro verdi amici in attesa: Igor, Nora, Septimus e Nelly. Chissà se Zaverio aveva già messo le mani su Nelly, si chiese Arcadi. No, non l’avrebbe mai fatto senza di lui.
L’ascensore aprì le porte ma prima di muovere un passo Arcadi e Brumana si ritrovarono bocconi sul piano di carico, sbattuti a terra da un paio di convincenti spintoni alla schiena.
“Ti avevo detto che tornare qui era una pessima idea.” disse Brumana senza cercare di alzarsi. Cosa che invece tentò Arcadi ricevendo un brutto colpo nelle reni.
“Stai giù!” ordinò una voce di donna, una voce senza corpo.
“Agenzia.” disse un’altra voce di donna. Soltanto le voci registrate potevano ottenere l’accesso al livello dell’Agenzia. Il fatto che l’ascensore non si fosse bloccato, rifletteva Arcadi, indicava due possibilità: o erano stati in grado di aggirare i sistemi di sicurezza oppure la voce era riconosciuta come membro dell’Agenzia. Inutile dire che la seconda eventualità inquietava parecchio Arcadi.
L’ascensore scese al piano desiderato e aprì le porte sulla sala d’accesso alla sede dell’Agenzia. Un complesso di cellapp unificati in tre ampi ambienti sigillati, che nell’arredo parevano ricavati all’interno di un tronco gigantesco.
“In piedi!” ordinò la prima voce distribuendo dei calcetti sulle suole dei due uomini. Questi eseguirono con movimenti svogliati. Arcadi fu costretto ad aiutare Brumana che aveva i polsi legati. Ne approfittò per sondare l’avversario. Tenendolo per il braccio lo fece indietreggiare di mezzo metro e con la coda dell’occhio vide uno sfarfallio sulla porta dell’ascensore.
Non erano perseguitati da due fantasmi, concluse Arcadi, le voci arrivavano da due corpi invisibili, due esseri comunque materiali che potevano assestare colpi e per il principio di reciprocità, riceverne. In che maniera l’avrebbe stabilito alla prima occasione opportuna, avevano troppo vantaggio ora.
Camminarono nell’inutile e pomposo atrio decorato come una tana dalle pareti corteccia. Sculture lignee di arbusti nell’imitazione di roveti ardenti erano disseminate su un morbido tappeto d’algastep.
Arcadi riconobbe sotto una lampada a stelo l’angolo riservato alla scrivania di Maviglia. Non l’aveva mai vista al suo posto. Del resto tutti i residenti degli alveari svolgevano le loro occupazioni direttamente dai cellapp. A fianco della scrivania, che aveva le forme tondeggianti di un fagiolo, c’era la doppia porta in termoplastiglass dell’ufficio principale, la sala operativa del caposervizio.
Quanta emozione la prima volta che Arcadi aveva varcato quelle porte: un incontro personale con il caposervizio significava un avanzamento di carriera, un riconoscimento di tante ore spese a cartografare luoghi desolati, a intercettare sbandati dementi e ammonire potenziali predoni rosi dalla fame. Rubagotti si era congratulato e lo aveva introdotto ai livelli superiori delle missioni operative: l’Esterno. Avevano faticato tanto per tenere i pericoli di un nuovo contagio fuori dalla Zona rossa, considerò Arcadi, e ora se lo ritrovavano direttamente negli alveari.
Entrati nell’ufficio non trovarono nessuno ad attenderli. Sul grande olowall acceso alla loro sinistra ruotavano cinque figure antropomorfe ben note a Brumana e Arcadi. Le immagini erano contrassegnate da sigle esplicative: D. C. Deiectus Coelum, P. R. I. Plus Rumpo Immunis, P.S.I. Plus Somnium Immunis, P.S.D.I. Plus Super Dentatus Immunis, P. L. I. Plus Libido Immunis. Ogni figura era illustrata con una serie di voci: potenziale offensivo, resistenza, movimento, autonomia. La frusta del Diavolo Coraggioso era descritta nei dettagli, lo stesso per l’armatura-granchio di Rumpo, il dispositivo dei sogni indotti, le fauci meccaniche dell’uomo serpente e la tuta ai feromoni di Libido.
“L’operazione Plus è da ritenersi conclusa con esito negativo, non credi?”. La voce proveniva dalla parete opposta, dietro la scrivania del caposervizio era seduto un uomo dai baffi spioventi e la carnagione abbrustolita di un raccoglitore di marijuana messicano. L’impermeabile nero e lucido che indossava non nascondeva il fisico corpulento. Appena i nuovi arrivati si accorsero di lui, sollevò le gambe per poggiare gli stivali texani sul piano della scrivania. Forse era il suo modo per dare inizio alla conversazione.
“Contesto, – intervenì Brumana in tono formale e indice sguainato – il programma è stato un successo per il 90 per cento. Non ha senso giudicare la riuscita di un’operazione soltanto per un singolo tassello mancante. Neanche il più importante, detto tra noi.” E mentre lo diceva i suoi occhi accennavano ad Arcadi.
“Il suo caposervizio è poco cortese – disse il baffuto rivolto ad Arcadi – non ci ha neppure presentati. Capisco che da queste parti siete diventati tutti molto sbrigativi e poco amanti delle formalità. Le epidemie vi hanno spento non soltanto nel numero, ma anche nel calore dei rapporti sociali. Ed è un male, soprattutto quando si trattano affari che possono decidere della sopravvivenza di un’intera comunità umana.”
Arcadi cercava di inquadrare il personaggio dietro la scrivania: sicuro di sé, totalmente padrone del campo, però aperto alla trattativa, aveva bisogno di qualcosa.
“Chi sono e cosa faccio immagino lo sappiate già – disse il liquidatore -. Di voi non so niente.”
“Puoi chiamarmi Sonny – si affrettò il baffone – e da tanto di quel tempo che non ho sentito nessuno chiamarmi, che mi fa piacere sentirlo in ogni occasione. Sono una persona socievole… con gli amici.”
“Costa molto la sua amicizia?”
Sonny rise, una risata stretta e rasposa, come una pala che gratta sul catrame secco.
“Mi piace chi ha intuito, Erik Arcadi. Erik, se preferisci.”
Brumana si intromise bloccando la visuale a Sonny: “Ehi, non starete cercando di scaricami, non dopo tutto quello che ho fatto per voi. Non ricordate da dove vi ho tirati fuori? Il vostro segnale era talmente debole che gli olowall non rappresentavano nulla, a parte quel bisbiglio. Una richiesta di aiuto? Io ho risposto e vi ho dato fiducia. Se gli amministratori l’avessero scoperto avrebbero resettato il Commutatore e addio.”
Brumana si agitava goffamente, avrebbe voluto sbracciarsi, ma i polsi erano ancora stretti dalle fascette e nessuno pareva intenzionato a liberarlo.
“Va bene, – continuò – l’operazione di infiltrazione che ho pianificato non è stata un successo, lo ammetto. Ma non tutto è perduto. E poi guardate i lati positivi: i nostri Plus non era detto che avrebbero funzionato, invece qualcosa hanno fatto. Hanno dimostrato che possono muoversi e confrontarsi con i pericoli dell’Esterno. Hanno espresso le potenzialità superiori di cui erano dotati…”
Brumana ricevette uno spintone invisibile e una delle voci femminili sottolineò: “Sono tutti morti in modi molto originali, forse in linea con i loro nomi in una lingua morta e con i posti morti che li hai costretti a frequentare.”
“Ehi, – protestò il caposervizio dell’Agenzia – vediamo di non travisare i fatti: il piano operativo prevedeva prove sul campo per agguantare tutti i liquidatori di prima classe. Arcadi li ha bruciati, ma se andiamo a vedere come è successo… È stato molto fortunato, tutto qui.”
Sonny tirò giù le gambe dalla scrivania e si fece serio: “La fortuna è alleato prezioso, chi ne beneficia va tenuto in gran conto.”
Arcadi si senti chiamato in causa e ne approfittò: “Brumana mi ha raccontato una storia interessante voi non sareste né umani né sintoper. Davvero abitate nella corrente elettrica?”
La risata fu corale. Il ghignare rasposo di Sonny si unì alle note gelide delle voci femminili.
“Spiegartelo sarebbe troppo complicato e lungo – disse Sonny – arriviamo da una dimensione che è stata creata dall’uomo per comunicare a distanza. Oggi è abitata da creature che hanno superato le conoscenze umane raggiungendo vette inimmaginabili. In teoria potremmo infischiarcene dell’umanità e dei suoi effetti collaterali, però dobbiamo ammettere che alcuni di noi rimangono ancora attratti dalla bruta materia.”
“Guarda me ad esempio – continuò Sonny indicandosi con i pollici – io sono la copia di un uomo che ha bevuto, fumato e fatto a pugni per gran parte della piccola lurida vita. Potevo finire sotto un metro di terra senza lasciare memoria nella comunità umana. Invece sono stato catapultato nella memoria eterna di un’entità superiore. La splendida creatura che mi accolse nel subweb venne ridotta in pezzi dai suoi nemici, ma qualcosa di lei riuscì a sopravvivere. E io, per un tempo lunghissimo ho cercato i suoi pezzi sparsi nell’infinito del subweb come una paziente Iside e le ho dato nuova forma. Forse è il momento di mostrarsi al nostro ospite, che ne dite signore?”
Sonny venne accontentato. Due volti si svelarono ai lati della gran sala dell’Agenzia. Volti femminili composti in buona parte da una maschera bianca e capelli scuri, rigidi quanto un modellino ritagliato di carta. Le labbra fisse, di un rosso livido erano piegate per accennare un sorriso di sufficienza. L’aspetto che più colpiva erano gli occhi: ne avevano soltanto uno ciascuna. Erano oblò aperti su un una tempesta di neve nel cielo notturno. Arcadi non aveva paragoni per descrivere il carattere ultra naturale di quelle creature. Esseri intelligenti e dotati di grande forza, ma distanti. Emanavano un’aura aliena che non aveva mai percepito in nessun intruso: sentiva che non appartenevano al suo mondo.
“Ti presento Hisada e Secer’tor – disse Sonny in tono solenne -. La mia terza signora, Skordemaskin, è di guardia al cuore dell’alveare che ospita il Commutatore, la porta tra il subweb e il vostro mondo. Sai come è, gli amministratori sono amici, ma lo sono anche dei nostri nemici, gente poco salutare. Preferiamo se ne stiano alla larga dai nostri affari.”
“Giusto, – intervenne Brumana – siamo qui per affari: toglietemi questi stupidi lacci. Abbiamo un piano da completare, mettiamo da parte gli equivoci e torniamo a lavorarci, forza! Se ci tenete tanto, terremo Arcadi. Magari progetterò per lui un nuovo Plus con facoltà speciali.”
Sonny iniziò a tamburellare le dita sulla scrivania: “Essere e sembrare. Questo è il dilemma. Lo sai quale è la differenza principale tra noi reietti del subweb e carogne come te? Tutti siamo pronti a sbranarci per avere il potere. La differenza è che la tua fame è molto meno vecchia della mia.”
“Non provate a scaricarmi – ringhiò Brumana – ve la farò pagare cara. Vi farò tornare nel vostro limbo oscuro a sbirciare e invidiarci.”
Sonny ridacchiò con poca convinzione: “Il capo Brumana si sta alterando Hisada, credo sia il momento di indicargli la via d’uscita.”
Brumana tentò il tutto per tutto e, prima che potessero mettergli le mani addosso, caricò a testa bassa contro la iPersona più vicina. Anche se il corpo non era visibile, la posizione del viso la rendeva un bersaglio relativamente facile. E infatti la centrò, mandandola a sbattere contro la scrivania. Naturalmente si vide soltanto rimbalzare la testa della donna che presumibilmente era rotolata in braccio a Sonny. Brumana allora scattò verso Arcadi che si ritrasse. Ma il caposervizio dell’Agenzia riuscì comunque a sganciargli dalla cintura un pezzo del neutralizzatore. Senza prendersi la briga di mirare, fece fuoco verso l’altra signora del subweb. Quattro colpi trapassarono le immagini dell’olowall senza scalfire il volto composito della iPersona e il suo corpo di differente densità.
Sonny intanto si era alzato in piedi e da suo impermeabile aveva estratto un’asta corta che montava all’estremità una specie di lampadina nera. Da lì si sprigionarono lampi dello stesso colore che avvolsero Brumana. Il capo dei liquidatori si contorceva. Ebbe la forza di sparare altri due colpi che mandarono in frantumi il plastiglass. Un fiotto d’aria dell’Esterno penetrò nel cellapp. Subito una fioca luce rossa inondò la sala: era scattato l’allarme breccia.
Brumana, avvinto dal lampo nero, continuava ad agitarsi e… malgrado Arcadi non lo credesse possibile: si stava rimpicciolendo! Le proporzioni venivano mantenute, però nel giro di pochi secondi passò dalla sua statura a quella di un soprammobile. Quando il processo si concluse Brumana era ridotto a un pupazzetto alto soltanto un paio di centimetri. Non lo rimase per molto. La suola di Hisada, invisibile e pesante, calò su di lui e quel poco che rimase sul pavimento venne aspirato dal lampo nero.
“Bene, – disse Sonny disattivando l’arma – ora possiamo parlare con te del posto vacante di ambasciatore del subweb.”

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1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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