CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

Capitolo 11 - L'isola dei Neolib

L’aria della spiaggia soffiava calda accompagnando le gocce delle onde più agitate. Arcadi sentiva il sole sulla pelle, sulle palpebre chiuse, lo sentiva come un abbraccio completo del suo corpo. Qualcosa che non aveva mai ricevuto in vita sua, ma inconsciamente ne sentiva la mancanza. Un desiderio cieco.
Le gocce d’acqua portate dalle onde gli finirono in faccia. Un disturbo, un’interferenza, la sensazione si corrompe.
Un sogno, era un sogno, si ripeteva Arcadi aprendo gli occhi. Il volto di Milly era sopra di lui, con un panno gocciolante.
“Salve! – disse la ragazza appoggiandogli il panno sulla fronte – Hai preso una brutta botta. Lo devi raccontare a chi progetta i comandi di quell’uovo col filo.”
“Cosa è successo?”
“Abbiamo navigato per un po’ lungo un canale, poi abbiamo sbattuto contro uno sbarramento, la chiamano diga, e siamo rotolati dentro un coso che si chiama scolmatore. Buffo come nome vero?”
Arcadi provò a sollevarsi e sentì sul cranio le fitte di una corona chiodata. Subito ricordò i chiodi sparati da Rumpo, l’assalto alla Farmateca di Lanzogorgo, la mano di Milly che lo aveva salvato dalla caduta nell’abisso.
“Vacci piano! – Lo ammonì la ragazza – Hai salvato la testa, non vorrai perderla adesso.”
Arcadi si distese di nuovo. Iniziò a considerare quello che c’era attorno. Erano al riparo dentro una costruzione dalle pareti morbide, come il pavimento sul quale era sdraiato. Fuori si sentiva l’acqua scorrere. Valutò che non si erano allontanati dal canale menzionato da Milly.
“Va bene, puoi dirmi dove siamo?”
“Questa è la tenda dell’Adì.”
“Di chi?”
“L’Adì. – ripetè Milly – Ha detto di chiamarsi in quel modo e che non poteva dirmi di più per via della normativa su una cosa tipo ‘praivasi’. Guarda non ho idea di cosa intendesse, questi Neolib parlano tutti in modo strano.”
“Neolib?”
“Sì, non ne hai mai sentito parlare? Ah dimenticavo che tu non vai molto in giro. Te ne stai tutto il tempo nella tua celletta come una brava apina, vero?”
Arcadi si sorbì il sorrisetto ironico di Milly, poi tornò alla carica: “Spiegami allora: chi sono?”
“Non sono dei viandanti, loro abitano qui, sulla diga. Le loro tende sono piantate su una striscia di terra tra il canale e lo scolmatore. Sai che potevamo finire nel fiume?”
Arcadi fece un altro tentativo di rialzarsi, ma stavolta più lento e misurato. Cercando di evitare la morsa chiodata.
“DOVE SONO I MIEI VESTITI?”

“Ehi! Che ti strilli? È tutto qui. Non abbiamo rubato niente. Quando ci hanno tirati fuori dalla tua bolla ci siamo inzuppati d’acqua. Tutto qui.”
Arcadi notò che anche Milly era senza la sua mantella plissettata e il bustino. Si era avvolta in un ampio asciugamano azzurro. La pelle abbronzata delle sue spalle rifletteva macchie di luce per via della lanterna appesa sopra di loro. Intorno si vedevano grossi cuscini panciuti e folti tappeti, alcuni sovrapposti, altri arrotolati.
Arcadi era sdraiato sotto una coperta pelosa e bianca.
“Dammi la mia roba.”
“È là, vicino al braciere. Non è ancora asciutta.”
“Non mi importa. La voglio, adesso.”
Milly butto il panno umido in un angolo e lo fulminò con un’espressione stizzita: “Vai a prenderteli!”
Arcadi non se lo fece ripetere: spostò la coperta mostrando la sua pallida nudità e iniziò a gattonare verso i vestiti appesi ad una rastrelliera davanti al braciere. Andava al rallentatore, perché la testa e il collo non si erano ancora ben sincronizzati.
Milly sbuffava infastidita manifestando il suo disappunto.
Una porzione triangolare della tenda si scostò facendo entrare un raggio di luce giallo paglierino e un giovane uomo dall’aspetto atletico, in una perfetta tenuta da cricket bianco latte. Mascella quadrata, occhi azzurri, capelli scuri: sorrideva cordiale.
“Sto interrompendo qualcosa?” chiese senza modificare di un millimetro il sorriso di benvenuto.
“No. – sbuffò Arcadi cercando di infilarsi i calzini – Sto soltanto cercando di ritornare presentabile.”
“Ossia armato…” Il tizio non la smetteva di spremersi gli zigomi. Prima che Arcadi potesse ribattere o aggiustarsi i boxer, riprese: “Non si preoccupi non abbiamo toccato nulla della sua proprietà. Per noi dell’Isola è cosa sacra.”
A conferma di quanto sentito, Arcadi notò che le due parti del neutralizzatore erano state riposte vicino ai suoi pantaloni.
“Io sono l’Adì dell’Isola, sono a capo del consiglio: le dò il benvenuto.” L’Adì porse la mano ad Arcadi, pronto ad una stretta vigorosa e sincera quanto il suo sorriso. Arcadi naturalmente replicò con un cenno della testa, rispettoso, ma distaccato. Tutto ciò mentre si infilava i pantaloni.
“Abbiamo provveduto a rammendare la camicia strappata – disse l’Adì tenendo l’indumento per il colletto – Un lavoro un po’ artigianale. Questo è un bel capo in tessuto vegetale: integratori di bio-flora incorporati, vero? Non se ne vedono molti in giro. Immagino non sarà interessato alla vendita…”
“No. Mi serve per lavoro.”

“Ah, capisco –disse l’Adì appoggiando la camicia alla rastrelliera. –Anche tutti quegli interessanti attrezzi… offensivi.”
Arcadi rimase zitto continuando a vestirsi. Anche Milly nell’angolo faceva altrettanto.
“Abbiamo parlato già con la sua collaboratrice – continuò l’Adì in tono aperto e gioviale – Ci ha riportato sommariamente la vostra disavventura. Premetto subito che la nostra politica è contraria agli atti di distruzione e al disturbo del pubblico commercio.”
“Politica?”
L’Adì ignorò la domanda e continuò il discorso con una piega sorniona: “Anche lei, da quello che ho capito rappresenta un’organizzazione che ha una certa importanza qui nella Zona rossa.”
Arcadi, che si stava allacciando il gilet, stavolta sorrise. Un sorriso di pura formalità. Il tizio gli chiedeva se gli Alveari avevano ‘una certa importanza’. Avrebbe voluto dirgli che la Zona rossa era proprietà degli alveari e tutti loro erano tollerati quanto la polvere che si deposita sulle mensole. Ossia, provvisoriamente.
Ma naturalmente non sono cose da dire ad un ospite gentile, premuroso e viscido.
“Avremmo interesse ad intrattenere rapporti d’affari con la vostra organizzazione – affermò l’Adì piantandosi le mani sui fianchi – sappiamo che avete una struttura piuttosto chiusa ma…”
A Milly scappò una risatina che quasi contagiò Arcadi.
“Oh, ma che sbadato! – esclamò l’Adì – Fuori abbiamo allestito un piccolo cocktail di benvenuto, vi prego. Il consiglio desidera fare la vostra conoscenza.”

Uscirono dalla tenda nella luce addolcita della sera. Il sole pigro, stufo di stuzzicare quelle nuvole piatte come lame, cercava il grembo della Terra per riposare. Terra che in quel lembo di mondo offriva un prato verde su terriccio rosso mattone.
Allineate perbene lungo un rettilineo che portava verso il corso d’acqua, c’erano una decina di tende. Erano grosse tende militari che qualche mano artistica aveva deciso di foderare con strati di vinile e tettoie di gommapiuma. Materiali di pregio, di certo estratti da qualche giacimento d’auto sotterraneo.
Arcadi avanzò tenendosi dietro l’Adì, si sentiva ancora un po’ scosso, attorno alla testa sentiva un cerchio di ferro. Niente che non potesse appianare il ricostituente di taurospirulina che aveva in tasca.
Accanto a ogni tenda erano allestiti dei banchetti di legno con tanto di tettoia e leziose tendine di stoffa. Fece in tempo a registrare la presenza di bottiglie, sculture di plastica e ninnoli di metallo. Tutto materiale di contrabbando, osservò Arcadi. Nella Zona rossa non si produceva da lustri materiale simile. Questo spiegava perché il simpaticone che li aveva accolti fosse tanto interessato all’aspetto commerciale.

A un cenno dell’Adì da dietro i banchetti uscirono una ventina di persone. Tutti vestiti di bianco, con il bizzarro completo da cricket, alcuni anche dotati di cappellino con visiera. Tutte facce distese, in generale con marcati sorrisi su lineamenti non segnati dagli stenti. Uomini e donne, di stazza diversa, ma tutti di bell’aspetto, misurati nei gesti e nelle parole. Si avvicinarono senza fare calca attorno ai nuovi venuti.
“Cari ospiti, questo è il gran consiglio della nostra modesta isola. Accomodatevi pure.”
Prima che Arcadi potesse chiedere dove, vennero portate delle sedie dalle alte spalliere. I membri del gran consiglio invece preferirono andare a sedersi sopra dei grandi bauli svuotati dalla merce e coperti di pellicce.
Arcadi si voltò verso Milly e scoprì che si era cambiata d’abito. Erano sparite la gonna che portava infilata al collo come mantella e la collana con le boccette di plastica che le davano un aspetto da neo selvaggia. Aveva preso una giacca di pelle nera, rinforzata da gomitiere. Lei si accorse d’essere osservata e spiegò strizzando l’occhio: “Ho fatto un cambio, ti piace?”
Prima che Arcadi potesse risponderle si fecero avanti tre persone, due delle quali brandivano un piede di porco e una lunga chiave inglese.
“Quella roba è mia.” considerò Arcadi badando di non risultare irritante.

“Sintoper.” mormorò Arcadi.
La platea degli isolani aveva assistito senza manifestare emozioni di alcun genere. Continuavano a guardare Arcadi. Era lui l’opportunità da valutare.
“Io dico di metterli a profitto.” esordì Taeg indicando gli ospiti con la punta del piede di porco.
“Sei il solito ‘vendi e incassa’ – lo rimproverò Tan – non sapresti riconoscere un opportunità di investimento neanche con un prospetto statistico.”
“Puah! Numeri, curve e torte a spicchi! Soltanto esercizi di aritmetica e un po’ di dati storici – la faccia di Taeg mostrò un sincero disgusto – Niente di certo. Tanto vale affidarsi alla roulette.”
“Insisti con l’economia cognitiva – entrò in scivolata la dottoressa Target – e sarà anche vera però le reazioni umane sono talmente basilari che non c’è sostanza né piacere a intavolare imprese. Quanti ne abbiamo incontrati che uscissero dagli schemi.”
A sprazzi si manifestarono le voci dei sostenitori di Taeg.
“I folli barcaioli, i bot people! I compulsivi borseggiatori, i cowboy traders! Le tartarughe ganja, i cassettisti di lungo corso”.
L’Adì sollevò l’indice ponendosi ad arbitro della contesa: “Mi pare che il punto all’ordine del giorno sia evidente e vada messo ai voti in base al peso dei vostri pacchetti azionari. Il quesito è semplice: il signor Arcadi può essere sfruttato per avviare una nuova linea di servizi con i popoli degli alveari, oppure è un impostore e va riclassificato come materia prima pronta all’uso?”
Inizialmente Arcadi avrebbe classificato questa eccentrica tribù dell’Esterno come ‘raccoglitori e scambiatori’. Vivevano in una zona del fiume riparata ma questo non gli impediva di beneficiare di quanto poteva giungere dal corso d’acqua e dal canale incidente. Gli ultimi sviluppi però avevano preso una piega tutt’altro che rassicurante. Arcadi stava riflettendo: quale prova inconfutabile del suo status poteva mostrare? Ovvio che rivelare d’essere un liquidatore in caccia non rientrava tra le opzioni sensate.
“Prima del voto – propose Tan – si potrebbe saggiare lo spread tra la sua supposta verità e le nostre legittime aspettative.”
“Un’analisi psicometrica?” propose speranzoso Taeg.
“No – interruppe la dottoressa Target – credo che intenda qualcosa di più fisico.”
Vvvlasshh! Un grosso tonfo nell’acqua verdastra richiamò l’attenzione degli isolani. I membri del consiglio che stavano nella cerchia esterna si alzarono dai bauli per andare a vedere. Ma non fecero in tempo ad affacciarsi sulla riva che una massa emerse dai flutti.
“Aaaargh!!! Coniglietti dove siete!? Rumpo vuole stringere amicizia.”
L’energumeno violarancio fece un paio dei suoi sonori passi straziando l’erba e il fondo sintetico che ricoprivano l’isola. Le chele mostruose si aprivano e chiudevano in una ritmica provocatoria.

Quello con la chiave inglese, viso tondo e timidi baffetti orientali, annuì: “Vero, ma i servizi hanno un costo.”
“Le presento il mio braccio destro – intervenne l’Adì – il signor Tan. E poi il nostro analista, il dottor Taeg.” L’uomo più smilzo fece un cenno amichevole, ma con il piede di porco in mano risultò un bizzarro contrasto di intenzioni.
“E non ultima, la nostra esperta di pianificazione, la dottoressa Target”. La donna aveva un naso all’insù, capelli corti castani e studiava intensamente Arcadi come se stesse calcolando le sue mosse future in un arco di tempo molto vasto.
“Cosa intendete per costo del servizio?” chiese Arcadi cercando di movimentare quella superficie di finta intesa.
Tan abboccò: “Consideri che abbiamo messo a rischio parte importante del nostro capitale per metterla in salvo. Potevate annegare nello scolmatore.”
“In sostanza mi state dicendo che per il vostro salvataggio c’è un prezzo. Cosa volete?”
“La capsula contiene materiali interessanti – disse il dottor Taeg sventolando il piede di porco – È anche un mezzo di trasporto, però ormai inutilizzabile. Per voi è inservibile, una zavorra. Anche nei confronti della sua organizzazione si tratta di una perdita di beni già messa a bilancio.”
Arcadi si stupì: non aveva mai considerato in quel modo gli oggetti che venivano messi a disposizione dagli Amministratori. Era chiaro che i cellapp, le serre, le teleferiche, i droni avevano tutti un valore. Ma erano parte del servizio delle amministrazioni, garantite a tutti coloro che vivevano negli alveari e nel rispetto del Contatto zero. Capiva bene che gli isolani avevano altri costumi, ma quel modo di ragionare non gli piaceva.
“Questo non toglie che quegli attrezzi siano miei. Mi servono, per il mio lavoro.”
“Quindi lei lavora con questo genere di cose.” disse la dottoressa Target mostrando le due componenti del neutralizzatore. Arcadi non si era accorto che non erano attaccati alla sua cintura.
“Ehi, stia attenta, potrebbe farsi male…”
“Oppure potrebbe essere lei a intaccare il nostro capitale, non è così?”
“Non sono venuto qui per voi. Non sapevo neanche della vostra esistenza. Siamo arrivati per caso. Siamo stati aggrediti.”
“Lei signor…”
“Arcadi, Erik Arcadi.”
“Signor Arcadi – continuò la dottoressa Target – la sua presenza ci mette davanti a un bivio: potrebbe rappresentare davvero la potenza degli alveari, oppure potrebbe essere un predatore con un racconto patetico come diversivo in vista di un’acquisizione a costo zero.”
“Cinquanta per cento?” disse Tan.
“Direi quaranta e sessanta per la bugia.” sentenziò Taeg.
“Comunque sia – intervenne l’Adì – è bene che sappia che l’acquisizione dell’Isola non sarà a costo zero.”
Detto questo sfiorò con l’indice l’avambraccio di Milly. La ragazza cacciò un urlo e scattò in piedi.
Arcadi ritenne saggio non reagire, troppi occhi gli stavano addosso. Milly, dolorante, con la mano stringeva forte la parte sfiorata dall’Adì. Si decise a controllare e strillò: “GUARDA MI HA STRAPPATO VIA LA PELLE!”
Una striscia di carne rosa, pulsante, lunga almeno quattro centimetri le sfigurava l’avambraccio abbronzato.
“BASTARDO! CHE TI HO FATTO?”
Milly andò alla carica dell’Adì, ma quello la respinse con un colpo del palmo della mano piazzato al centro della sua fronte. La mise a sedere tra l’erba, stordita e piagnucolante.

“Signori del consiglio – disse l’Adì con l’indice sguainato – temo che dovremo momentaneamente sospendere la nostra seduta. È in atto una violazione di proprietà. Capite bene che sarebbe disdicevole stabilire un precedente. Vi invito tutti perciò ad aderire alla mia Opa nei confronti del soggetto fonte di minaccia.”
Le braccia degli isolani in bianco si levarono in alto per sancire l’unanime consenso alla proposta dell’Adì.
“Dottoressa Target–aggiunse l’Adì –le lascio in consegna temporanea questi due prospetti.”
La dottoressa annuì. Impugnava ancora le due parti del neutralizzatore, ma sembrava non averne bisogno per tenere a bada Arcadi e Milly.
Intanto Rumpo aveva iniziato la sua opera distruttiva. Le sue chele facevano a brandelli una tenda. I primi isolani gli si fecero addosso a mani nude, scoprendo immediatamente quanto fosse inutile. Una torsione del busto di Rumpo e via: tre ometti in bianco vennero sbalzati nel folto delle felci.
L’attacco guidato dall’Adì però fu tutt’altra cosa: ogni isolano era armato. Mazze, sbarre di metallo, asce, martelli e addirittura rarissimi utensili a carica elettrica.
Arcadi guardò ammirato lo slancio ardito dell’Adì che si catapultò con immenso azzardo tra le braccia mostruose di Rumpo. Tutto in una frazione di secondo. Quella che gli serviva per saltargli in groppa. Il suo team d’assalto intanto si dedicava metodico a bloccare gambe e chele. Alte scintille si levarono quando entrarono in azione le fresatrici portatili.
L’Adì, aggrappato alla calotta che proteggeva la testa arrabbiata di Rumpo, impartiva ordini con la calma del leader. Un isolano cacciò una sbarra nell’ingranaggio a vite del ginocchio abnorme di Rumpo. Questo se ne accorse e lo pinzò con una chela: prima provò a spezzarlo in due pressando e torcendo, poi lo scagliò rabbiosamente a terra, con una tale violenza che il corpo rimbalzò.
La dottoressa Target non si perdeva lo scontro, voltata di tre quarti assisteva al preludio del successo degli isolani. Anche se Rumpo spazzava via gli assalitori biancheggianti a colpi di chele, le sue gambe erano state immobilizzate: gli avevano scardinato le ginocchia. La sua potenza era generata da quel meccanismo di carica.

L’Adì, usando un ignoto punteruolo, ruppe la calotta protettiva della testa di Rumpo e la gettò. C’era un totale contrasto tra la freddezza dell’Adì e l’ira impotente di Rumpo, rimasto senza la sua voce tonante.
Arcadi non si fece sfuggire l’occasione preziosa, sulla quale tanto avevano dibattuto i suoi ospiti in tenuta da cricket. Scattò dalla sedia, e si buttò contro la dottoressa Target. La mise a terra con uno sgambetto. Ma sapeva che ci voleva ben altro per metterla fuori combattimento. Perciò cercò di prenderle il neutralizzatore tentando di tenerla bloccata in maniera poco cortese con il proprio peso, le ginocchia sulle reni.
La dottoressa, pur pressata da Arcadi, non mollava la presa sull’arma. Aveva ancora la forza per liberarsi. Le bastò inarcare la schiena per sbilanciarlo. Ma Arcadi le fu di nuovo addosso, stavolta per strapparle i due pezzi del neutralizzatore. Si concentrò su quello che teneva nella destra. Arcadi rischiò: tolse la sicura mentre la dottoressa lo teneva ancora impugnato, poi le diede un forte strattone. Partì un colpo. La dottoressa fu centrata tra la tempia e l’occhio destro: restò a terra. Arcadi le prese le armi e il suo primo pensiero fu per Milly.
La ragazza lo stava guardando con un’espressione atterrita che non comprese subito. Poi lei puntò l’indice. Indicando dietro le sue spalle. Arcadi si voltò veloce e fece fuoco senza guardare. La dottoressa cadde di nuovo a terra. Questa volta con un buco nello stomaco.
Arcadi si prese il lusso di guardarla per due istanti: le mancava mezza faccia. Ma quello che vedeva non sembrava per niente una testa umana, quanto un blocco di marzapane. Dal grosso buco in pancia non usciva una goccia di sangue.
“Sintoper.” mormorò di nuovo Arcadi.
Milly richiamò la sua attenzione, si stava inoltrando nel folto delle felci. Arcadi non la fece attendere. Diede soltanto un’ultima occhiata allo smontaggio di Rumpo da parte dei bianchi combattenti. Morto in piedi, dentro l’armatura, come un cavaliere di tempi di cui nessuno aveva più memoria.

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1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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