CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

Capitolo 10 - Il cuore del pilone

Il secondo piano interrato era meno illuminato e l’aria era più polverosa. Arcadi lo sentiva pur con la protezione dei filtri nel naso. Stava seguendo Milly che correva verso un angolo buio. Prima che potessero avvicinarsi la vide spiccare un salto, un calcio volante con le sue scarpe bianche rinforzate. Lo “sbam!” che ne seguì fu una traccia sonora che Arcadi avrebbe volentieri evitato. Però in quel modo brusco la vecchia porta era stata abbattuta. Potevano avventurarsi per la stretta gradinata già percorsa da altri fuggitivi.
Arcadi ne avrebbe fatto a meno di quella compagnia. Mescolarsi con altra gente era contrario alla disciplina del Contatto zero: acqua e olio non possono mescolarsi. Ma visto che Milly fino a quel punto era stata una buona guida, si inserì nel flusso scalpitante di coloro che scappavano dalle carezze del brutale Rumpo.
Una nota positiva, rilevò Arcadi, i primi fuggitivi avevano alzando un notevole polverone ma avevano anche ripulito i gradini. Le sue calzature erano grate, avrebbe capito meglio dove stava per mettere i piedi e mantenere le debite distanze.
Nelle sue prime uscite sotto l’ala protettiva di Rubagotti uno dei primi ostacoli da superare, una volta acquisito l’equilibrio, erano le scale. Negli alveari se ne incontravano davvero poche. Al massimo c’era da scavalcare un anello di giunzione tra una porta stagna e l’altra. Nell’Esterno invece le scale abbondavano. Gli architetti del pre disastro le avevano distribuite ovunque con un’insistenza che doveva essere frutto di una predisposizione alla sofferenza. Non c’era da stupirsi, rilevava Arcadi, che un mondo del genere fosse collassato così rapidamente. Sembrava concepito per consumarsi, male.

Con il cuore in gola per lo sforzo di una corsa su due piani e quattro rampe di gradini, arrivarono alla luce. L’uscita era spalancata, niente cardini ma pericolose sbarre di ferro contorte, affiorate dalla sbucciatura del calcestruzzo. La gente vi si aggrappava per slanciarsi fuori. Arcadi lo fece con gran circospezione. Quel metallo rugginoso poteva conservare invisibili killer.
Si rimise in piedi sulla vasta facciata di un fabbricato crollato in un’età violenta. Ora la costruzione appianata si offriva al sole pallido, lo sorbiva come un premio di pensionamento, tra un erosione e l’altra delle tempeste di microplastiche.
Arcadi ne saggiò la consistenza con qualche pedata. Era un vizio. Milly lo stava guardando con tanto d’occhi. Tutti intorno i fuggitivi si dipartivano. Ognuno per sé o con qualche familiare stretto. Correvano sulla superficie levigata del lastrone di cemento sollevando brevi strisce di polvere bianca.
“Si può sapere che stai facendo? Dobbiamo levarci di qui: quel coso… Niente lo ferma.”
“Tu che ne sai?” le chiese Arcadi scansando un nanerottolo pescaratti in fuga con l’agilità di un torero.
Milly alla luce del sole asfittico sfoggiava un’abbronzatura naturale, epidermica non temporanea. La corta mantella plissettata che si era infilata lasciava intravvedere un bustino blu di stoffa antica. Arcadi lo identificò come cotone, ma avrebbe dovuto tastarlo.
“Io… io l’ho già visto.”
“Dove?”
“Fuori.”
“Fuori dalla Zona rossa?”

“Perché me lo chiedi?”
“Le cose che indossi non si trovano facilmente qui intorno.”
“Io… io…”
Il terreno cementato tremò. Milly e Arcadi sbarrarono gli occhi e strinsero i denti mentre i muscoli si irrigidivano al comando del terrore.
Lunghe crepe, laceravano come artigli il lastrone bianco. Gli sbandati fuggitivi si erano immobilizzati come goffi insetti su una gigantesca carta moschicida. Il tremore divampò in un boato di detriti, giusto a trecento metri dall’uscita d’emergenza. La superficie di cemento si frantumò come il guscio di un uovo che esplode dall’interno.
Una breve pioggia di detriti e la voce frusciante chiarì nuovamente la causa del terremoto.
“Dove scappate? Rumpo è qui per voi!”
L’invito mise il fuoco sotto i piedi dei fuggiaschi. Ognuno cercava di mettersi in salvo distanziandosi il più possibile dal mostruoso persecutore.
Arcadi fece un cenno a Milly in direzione della piattaforma che si stagliava a neanche un centinaio di metri. Il pilone massiccio e il piano sottile la facevano sembrare una ciclopica “t” appoggiata nel desertico paesaggio di Lanzogorgo.
“Di qua! È l’unico modo per liberarci di lui.”
Corsero senza risparmiarsi mentre Rumpo ripeteva i suoi inviti inaccoglibili. E quindi si stancò: una sonora serie di “pop” annunciò che l’offensiva era ripresa.
Dalle grosse chele, Rumpo sparava in aria grosse pallottole gommose che si dilatavano, piombando sulle prede in forma di reti appiccicose. Chi ne era preso rimaneva avvolto nella sostanza nera e viscosa che aderiva al cemento, ai mattoni e a tutto ciò che costituiva la spianata di Lanzogorgo.
Una mollettatrice colpita, si agitava disperata per levarsi di dosso i lacci molli ma elastici che la avvinghiavano. Pochi passi, poi cadde a terra in un bozzolo impolverato di calcinacci.

Arcadi tentava di scegliere i blocchi di cemento che gli parevano più stabili e ci stava quasi riuscendo. Ormai mancava soltanto qualche metro alla base del pilone che ergeva dalla massa di cemento asfalto con la violenza immobile di un proiettile incastrato in un vetro blindato.
“Dove stiamo andando? – Chiese Milly che aveva ritrovato il fiato dopo la corsa – Non c’è niente qui sotto!”
Arcadi voltò la testa per rassicurarla e bastò quell’attimo: il suo prossimo passo si poggiava su una lastra di un paio di metri, leggermente inclinata verso l’alto. Un pezzo di resistenza che crollò miseramente sbilanciando Arcadi.
Milly scattò e lo prese per un braccio.
La scarica di paura dettata dall’istinto di conservazione bruciò il circuito mentale del Contatto zero. Arcadi la strinse con forza. Aveva una gamba che ciondolava sul vuoto nero. L’altro piede era appoggiato ad un bordo sbrecciato, l’alluce caricava il peso del corpo su un tondino di ferro sbucato dall’armatura. Milly lo stava tenendo con tutte e due le braccia.
“Non ce la faccio! Salta al mio via… via!”
Arcadi piegò il ginocchio e, fidandosi della tenuta del tondino, si lanciò in direzione di Milly: finirono a terra, salvi e senza graffi..
“Nooo!!!”
L’urlo di un raccoglitore impiastricciato che rotolava ferocemente in una buca a una trentina di metri da Arcadi e Milly diede la scossa per rimettersi in piedi.
Arcadi bordeggiò con la massima circospezione la voragine che si era aperta sotto i suoi piedi per accostarsi al pilone. Milly era dietro di lui.
“Sbrigati, mi sa che i prossimi siamo noi.”
Arcadi cavò lo Stilomat dal gilet e disse: “Apri.”
Un trillo del dispositivo annunciò l’apertura di una stretta e lunga porticina. Una nuvoletta di vapori odorosi d’umido e verde ebbe un richiamo familiare per i sensi di Arcadi. Molto meno per Milly che arricciando il naso chiese stizzita: “Cos’è quel posto? Cosa c’è dentro? Io non ci entro…”
Arcadi tento di sorriderle per rassicurarla: “È l’unico modo per passare dall’altra parte, altrimenti quel Rumpo ci sarà addosso!”

Milly non era convinta del tutto, ondeggiava fra timori e la minaccia. Stare così esposti però non conveniva a nessuno e Arcadi si decise a compiere un gesto insalubre: prese la mano di Milly. Come lei aveva fatto poco prima. Fu meno brutale, la tirò a sé con dolcezza, come quando si deve convincere un bambino imbronciato.
“È l’unico modo, non avere paura, ti guiderò io. Non lasciare la mia mano.”
Bastarono pochi passi. Dentro era buio e quell’odore vegetale teporoso e umido era ancora più marcato.
“D-dove siamo?”
“È il cuore del pilone. Aspetta un momento e dovrebbe rischiararsi. Ecco.”
Davanti a loro, gradualmente, prese forma una parete costituita da grosse celle dense di liquido luminescente. Bastava però alzare lo sguardo per vedere che la parete era soltanto la minima porzione di una gigantesca colonna di materiale. Un materiale vivente. Le celle pulsavano: quelle più piccole si scambiavano di posto tra le maggiori, finché una non implodeva cedendo il suo contenuto alle vicine.
“È-è vivo…?”
“È vita, certo.”
“Tu allora non sei un neolib, vieni dagli alveari…” Il tono di Milly, che non levava gli occhi dallo spettacolo della mastodontica colonna cellulare, era distratto ma guardingo.
“Sì, ma ora dobbiamo andare, tieni i piedi sulla striscia di plastigum. “
“Cosa?”
“Quella specie di tappeto nero che hai sotto i piedi, camminaci sopra e non uscire. Un pilone non tollera intrusi. Questo passaggio viene usato soltanto dagli addetti alla manutenzione.”
Milly iniziò a seguirlo. Nella stretta della sua mano Arcadi credeva di sentire stupore, apprensione e pizzico di fiducia. Era una ragazza speciale, non aveva esitato a uscire dalla sua cerchia per aiutare uno sconosciuto. Del resto, considerò Arcadi, gli sbandati sono tutti sconosciuti tra loro. Nessuno che viva all’Esterno può esprimere il senso di comunità che nasce negli alveari.

Camminarono sulla corsia, attenti ai movimenti ma senza perdersi l’ipnotico movimento delle celle. Il processo della vita era accelerato e magnificato in quel complesso al servizio degli alveari. La colonna cellulare “respirava” e “mangiava” attraverso radici che affondavano nel terreno per centinaia di metri. Alla causa degli Amministratori donava la carica elettrica necessaria al funzionamento della piattaforma e del tratto di teleferica di sua competenza. Milly era ammaliata da quella creatura asservita all’uomo, Arcadi lo percepiva nell’incertezza dei suoi passi. Impiegarono comunque soltanto due minuti per arrivare sul fronte opposto del pilone.
Arcadi ripeté con lo stilomat l’operazione fatta per entrare. La luce del giorno riportò il buio dentro il pilone. Dopo un rapido sguardo di controllo, Arcadi uscì lasciando la mano di Milly.
“Vieni, è sicuro.”
“Sicuro? Ma dove stiamo andando?”
“Dobbiamo allontanarci…”
“Dove?”
Arcadi non rispose, si voltò verso il suo obiettivo: la capsula che pendeva dalla teleferica sfiorando il terreno. Doveva riallacciarsi al cordone ombelicale dell’alveare, quell’escursione nella follia dell’Esterno era durata fin troppo. Arcadi sentiva il bisogno di un bagno nebulizzante per togliersi di dosso polvere, batteri ed eventuali parassiti. Quel mondo era sporco e sentiva di non farne parte.
Milly però l’aveva salvato. Un gesto che non valeva nulla secondo le leggi degli Amministratori: al primo posto c’era la sicurezza gli Alveari, al secondo l’integrità dei singoli individui. In una parola: la salute. Pubblica e privata. Un gesto di generosità aveva senso se veniva speso per tutelare la comunità o per proteggersi da una contaminazione.
Milly non aveva agito per nessuna delle due motivazioni. Eppure gli aveva teso il braccio, aveva impedito che finisse sfracellato. Perché? Anche per dare una risposta a questa domanda, Arcadi la stava invitando sulla capsula.
La ragazza era titubante. Non aveva mai messo piede su un mezzo del genere. Però doveva averne visti, magari anche solo di passaggio.
“Avanti sali e siediti là, io mi metterò a fianco.” cercò di rassicurarla.
Milly si guardava attorno, con cautela si accomodò sul sedile tenendosi a distanza dalle leve di comando.
“EHI VOI! Non siete autorizzati a tagliare la corda!”
Era Rumpo che strillava amplificato. Era emerso dalle ombre dietro il pilone della piattaforma.
Arcadi saltò dentro la capsula, si chiuse la cintura di sicurezza sull’ombelico e fece fare altrettanto a Milly.
“Chinati in avanti! Testa tra le ginocchia!”
“Perché?”
“Giù!” le intimò Arcadi prima di strappare la manovella del controllo verticale. L’argano riarrotolò il cavo a massima velocità e la capsula subì un contraccolpo che la sbalzò oltre l’altezza del filo guida. Come due tuorli shakerati Arcadi e Milly furono costretti a sorbirsi il brusco su e giù. Le cinture e l’asta di bilanciamento evitavano che i sobbalzi causassero traumi gravi. Fu comunque una brutta esperienza, ai limiti della nausea.
Non appena potè mettere le mani sulle leve, Arcadi mollò l’avanfreno e la capsula si mise in movimento distanziandosi dalla piattaforma di Lanzogorgo.
“NON POTETE! TORNATE QUI!” Strillò Rumpo con tutti i decibel che i suoi altoparlanti potevano consentirgli. Il tono del suo ordine suggeriva un approccio tutt’altro che conciliante.
Si udì infine una raffica di corte esplosioni.
“Ci spara addosso!” gridò Milly.
“Tranquilla. – disse Arcadi – Anche se ci colpisce, non può infilarci in una delle sue reti.”
No. Rumpo non poteva farlo. Ma le sue chele non spaccavano soltanto il cemento causando terremoti e non scagliavano soltanto reti appiccicose per fare prigionieri.
CRACK!
“Che cosa…?” Arcadi cercò la causa del rumore. Poco sotto la sua gamba sinistra la capsula era stata perforata: la punta di un chiodo lungo un dito faceva capolino. Rumpo li stava investendo con una pioggia di proiettili.
CRACK!
Milly lanciò un grido acuto. Un altro chiodo si era conficcato nella superficie della capsula, all’altezza della sua testa.
“Stai calma. Dobbiamo solo allontanarci ancora un po’…”
Arcadi lasciò libero l’avanfreno per procedere alla massima velocità.
CRACK!
Milly e Arcadi si guardarono intorno. Dove aveva colpito? La risposta arrivò con un orribile cigolio.
“L’asta! – gridò Arcadi – L’asta di bilanciam…”
L’asta si spezzò tranciando il cavo e lasciando libera la capsula. I due occupanti annaspavano nel tentativo di puntellarsi, mentre la boccia di plastiglass che li conteneva ruotava in aria.
Un tuffo lungo e fortunato. Il primo impatto a terra venne attutito da una matassa di spinosissimi cespugli palustri prosperati a dismisura. La forma tonda della capsula riduceva l’attrito e il plastiglass è un materiale notoriamente leggero, perciò Arcadi e Milly ormai in preda alla nausea rimbalzarono una seconda volta. E fu un centro perfetto: un corso d’acqua color topazio li attendeva. La capsula venne trascinata via come un uovo di ragno rapito da un rigagnolo di pioggia.

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1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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