CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

capitolo 1 - Risveglio in Alveare

La tempesta mattutina di microplastiche aveva appena finito di scartavetrare l’area metropolitana di Milangeles. Per la maggioranza della popolazione degli alveari erano stati bruschi risvegli, causati dall’attrito dei mulinelli contro le pareti di plastiglass. Si prospettava un’ondata di malumore nei turni produttivi del primo quarto diurno e in via preventiva gli Amministratori stavano inondando i cellapp di melodie soffuse e fragranze sintetiche. Un ambiente profumato e pervaso da sonorità gradevoli può attenuare il disagio delle ore di sonno perdute.

Erik Arcadi era già seduto al tavolo da cucina, chino su un’olostampa. A fianco aveva una tazza di caffè fumante. Indossava una camicia bianca e la cravatta allentata gli penzolava dal collo come un cappio. Ma quell’anno andava di moda così.
Con l’indice Arcadi sottolineava i passaggi che gli sembravano interessanti: nove infiltrati in zona rossa. Punti di ingresso sconosciuti. Un soggetto intercettato in provincia di Ambergo. Un liquidatore gravemente ferito in una stazione di controllo.

Il rapporto era fresco di appena mezz’ora e per notificarlo i simpaticoni dell’Agenzia gli avevano sparato un getto telecomandato d’aria gelida in faccia. Arcadi era stato bruscamente strappato al suo sogno. Era un bel sogno: stava su una spiaggia assolata, camminava sulla riva sabbiosa, mentre la luce riverberava sulla distesa del mare. Era in compagnia di una donna in bikini, una donna attraente con una gran massa di capelli neri e un’espressione assorta. Camminavano insieme, mano nella mano, Arcadi avvertiva il calore umido e questo irradiava tutto il sogno di una parvenza di realtà. Si sentiva felice, anche se erano indifesi, all’aperto. La donna, formosa ma slanciata, non lo guardava, si schermava gli occhi con un braccio per difendersi dai riflessi regolari del mare scaturiti dalle quiete onde. Tutta la scena aveva un candore familiare, il disagio di trovarsi all’aperto, seminudo, non lo sfiorava. Ma il getto gelido frantumò tutto.

Nella testa di Arcadi, mentre si passava il rasoio davanti allo specchio nella colonna bagno del cellapp, era rimasta una traccia del tepore di quella mano gentile, di quelle labbra pensose. Essere stato strappato a quel momento di felicità inconscia un po’ lo disturbava, anche se non era una modalità tipica dell’Agenzia molestare i dipendenti durante il riposo: era successo qualcosa di grave.
Sua moglie Mari non aveva sentito nulla. Né la tempesta, né il getto d’aria fredda. Stava ancora sotto il lenzuolo, la testa bionda voltata verso la parete di plastiglass che un tempo avrebbe ospitato una finestra. Mari si sarebbe svegliata alle otto in punto, sbadigliando serena, prima di servire ad Arcadi un sorriso soddisfatto.
La notte scorsa avevano avuto una parentesi di accesa passione, che entrambi avevano classificato come ‘appagante’ prima di addormentarsi. Arcadi pensò che forse nel sogno aveva sovrapposto quel che aveva fatto e un personaggio visto di sfuggita in una videonovella.

Nel cellapp si stava insediando un odore persistente di violette di campo, accompagnato da una serie di arpeggi incrociati in un continuo armonioso frattale sonoro. Arcadi si portò la tazza di caffè sotto il naso.
L’olostampa riportava i dettagli dell’aggressione: l’infiltrato aveva messo ko Rubagotti il suo capo servizio. Era lui che gli organizzava le commesse di ricerca sulla mezzaluna, il perimetro meridionale della Zona rossa. Alcuni avrebbero detto che era stato lui a insegnargli il mestiere, ma senza un minimo di attitudine e una sana applicazione non si diventa liquidatori.
Arcadi aggrottò le sopracciglia come per controbattere a una ipotetica malalingua. Si domandò perché diavolo non lo avessero chiamato subito invece di mandargli il rapportino. Bevve un sorso automaticamente e si scottò il labbro. Gli venne in mente che se Rubagotti era fuori gioco, il caposervizio sostituto era Brumana. Era sicuro di non essere ben visto da Brumana. Per lui nessuno faceva mai abbastanza.

Arcadi soffiò sulla tazza colma di caffè caldo. Forse Brumana stava aspettando la sua chiamata e contava i minuti per poi rinfacciarglieli.
“Auummh, buongiorno Erik!” disse Mari con la solita precisione.
“Buongiorno. Vuoi del caffè?”
“Eh, no. Lo sai che non bevo caffè o altri eccitanti nelle 24 ore dopo il rapporto, altera l’equilibrio basale e può interferire nel processo di incubazione.”
“Ok, scusa – disse Arcadi voltandosi verso la dispensa – Un succo di frutta?”
“Volentieri, grazie.”
Mari, in piedi vicino al letto, si stiracchiava nella sua sottoveste di seta fluo-celeste. Le spalline scendevano e si alzavano mentre lei ritmicamente sollevava le braccia per sgranchirsi. Teneva gli occhi semichiusi e un gran sorriso a labbra strette che dava la misura di un intimo piacere. Il suo volto era un bell’ovale accentuato dall’acconciatura a caschetto dei capelli biondi. Ad Arcadi piaceva il suo naso, proporzionato, elegante e storto quel tanto che bastava a dare una piega sbarazzina ad ogni sua espressione.
“Ma cos’è questa noia? – domandò Mari all’improvviso – Lo sai che non sopporto la sintomusica. Accendi l’olowall: “Mattina con…” è già iniziato.”
“Mi ha chiamato l’Agenzia.” disse Arcadi dopo un sorso di caffè a temperatura accettabile.
“Davvero? Altri infiltrati?”

“Nove. – Arcadi arrotolò l’olostampa e aggiunse – Uno ha steso Rubagotti.”
“È terribile.” esalò Mari con espressione sperduta.
Arcadi si infilò il gilet d’ordinanza stringendo in vita la cintura multifunzione.
“Ma… ma tu adesso… – il respiro di Mari si fece affannoso – Tu andrai FUORI?”
“È il mio lavoro.” disse con calma Arcadi mentre appoggiava la tazza nel lavandino.
“Non farlo, è pericoloso! Ti prego Erik.” Mari si avvicinò al marito con le braccia tese per chiuderlo in una morsa disperata e supplichevole.
Prima che potesse farlo Arcadi prese la stilomat nel taschino della camicia e premette il pulsante. Mari smise di parlare. Abbassò le braccia e il suo sguardo si fece assente, come perso nella contemplazione di una meravigliosa opera d’arte fantasma.
Arcadi prese dalla dispensa una confezione di oxygum e la infilò nella tasca laterale del gilet. Prima di uscire accese l’olowall e lo orientò perché proiettasse sulla parete di plastiglass. Vide di sfuggita un giovanotto tremante che porgeva solennemente una insalatiera d’argento verso una giuria di incappucciati. Il volume era al minimo, gli arpeggi frattali novati dagli Amministratori avevano la precedenza. Anche il profumo di violette di campo, che stava nauseando Arcadi.

© 2020 – Associazione Culturale RetroEdicola Videoludica – via Gabriele Rosa 18c – Bergamo
1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
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