Viaggio ai confini dell’attività lavorativa

Due retrovisioni: dall'occupazione
alla preoccupazione

Da quando la nostra Officina di salute letteraria ha aperto i battenti abbiamo offerto diversi spunti narrativi e creativi. Opere che abbiamo ritenuto utili a lubrificare gli ingranaggi della fantasia. Opere e autori che consideriamo interessanti per tematiche, stile e approcci. Ci scuserete quindi se ora parliamo di noi, ossia delle Retrovisioni, i libri prodotti da Retroedicola Videodudica. 

Un progetto narrativo corale al quale hanno contribuito i soci del Club con racconti di genere diverso, ma accomunati da una visione articolata del futuro nel quale l’uomo si misura con le sue creazioni: le macchine, i computer, le intelligenze artificiali. Una visione che nasce dalle traiettorie del nostro passato, dall’esperienza del nostro essere homo technologicus. Ossia un uomo sempre più supportato dall’artificiale, servito e seguito sì, ma ormai anche anticipato e ossessionato. 

La fantascienza, in quanto narrativa di anticipazione, ha prefigurato molti smarrimenti e contraddizioni derivati dal rapporto tra uomo e macchina. L’aspetto più evidente nella nostra raccolta di “visioni” sta nel fatto di raccontare un processo evolutivo non più futuribile, ma in corso d’opera. I contesti sono fantastici, certo. Le citazioni attinte da un vasto calderone che è patrimonio della cultura pop globale, ovvio. Ma nelle trame esposte nelle “retrovisioni”, la figura dell’uomo pare uscita da cronache di un presente alternativo, più che da un remoto futuro. La materia dei racconti insomma è genuinamente retro, ritroverete i “mattoncini” di un immaginario già giocato. È la materia di cui erano fatti i nostri sogni nei decenni scorsi, messa a confronto con i dilemmi di un’esistenza in cui “l’artificiale” non prelude a nessun paradiso per l’uomo.

Uno dei temi che attraversa nelle due raccolte di racconti è il lavoro. Ossia l’occupazione – per usare un termine che non è equivalente, ma rende bene l’idea dell’evoluzione dell’attività lavorativa, dalla sopravvivenza al contributo dell’individuo ad una società organizzata – che rappresenta il tempo della vita consacrato alla produttività. Un tema centrale per l’economia e la politica che oggi si manifesta profonde contraddizioni. A partire dall’abbinamento tra l’uomo e la sua creatura, la macchina: un rapporto che si voleva subordinato e poi cooperativo, e ora sta decisamente scivolando in favore dell’artificiale.

Le ragioni di questa prevalenza si fanno evidenti in un sistema che ha per cardini il profitto e la produzione e pretende di regolarsi attraverso il libero mercato. Un simile contesto, seppur fabbricato dall’uomo non è affatto a sua misura e somiglianza: l’essere biologico stenta ad eguagliare le efficienti prestazioni di un “partner” meccanico-informatico. 

La maggior mobilità e le rapide capacità di interazione erano delle qualità che comunque distinguevano l’uomo nel mercato del lavoro. Ma in questi mesi di pandemia abbiamo scoperto quanto fragile ed effimero sia questo vantaggio. Le macchine possono circolare su altri pianeti, applicazioni che fanno circolare informazioni in tempo reale. Noi siamo limitati da condizioni climatiche, energia, malattie. Nel lungo termine siamo un investimento a perdere.   

In “Retrovisioni – Racconti di gioco a otto bit” il racconto intitolato “All’ombra delle Micromec” di Giuseppe Ferri immagina un futuro nel quale il mercato del lavoro è ormai invaso dalle macchine, piccole, versatili macchine intelligenti. Agli uomini non restano che ruoli marginali: il cosiddetto “lavoro da uomini” infatti si è ridotto a poche funzioni, a tutto il resto “pensano” le macchine. La maggiore parte della for​za lavoro viene progressivamente  “pensionata” e tenuta buona con sussidi. La via d’uscita, la qualità che si suppone faccia la differenza nel confronto con la macchina, resta la creatività. Così il protagonista del racconto di Ferri – non vi diciamo come 😉 – ritrova il suo ruolo e il rispetto per se stesso. 

In “Vita morte e videogames – Retrovisioni 2”, si torna nella sfera lavorativa, quasi in continuità con la storia precedente. Ne “L’oppio di PopolousGianlorenzo Barollo infatti mette in scena un summit di creativi – un incontro simile a quelli della nostra quotidianità pandemica – alla ricerca di idee per un programma di intrattenimento (come quelli che ci foraggiano nell’isolamento domestico). 

Creare con la mente sembra l’unica via di fuga per l’uomo nel futuro. Ma è così? La facoltà di fantasticare, di immaginare situazioni e contesti alternativi, è una proprietà dell’intelligenza umana. La civiltà stessa non è forse una Storia, un racconto? La nostra percezione della realtà non è forse una convenzione narrativa, in costante evoluzione grazie alle correnti globali dell’informazione?

Detta così, il Verbo dell’uomo pare l’accesso ad una dimensione eterna. Ma in questo “giardino” è arrivata la macchina. E ci sfida in ogni specialità del medagliere. Anche quella del sapere. È vero che teoricamente non c’è limite alla conoscenza, alla capacità di raccogliere dati. Ma forse è anche vero che esiste un limite nella capacità umana di elaborare queste informazioni. Esiste quindi un punto di arrivo della Storia, nel quale tutte le trame e i possibili intrecci collassano fino a… questo però dovrete scoprirlo leggendo il racconto 😉

Insomma che il presente delle attività umane appaia precario, non è una novità. Chi ha vissuto prima di noi ha attraversato  secoli di ostacoli costanti e minacce letali, in contesti ben peggiori. Ma la differenza tra la nostra e le epoche precedenti è abissale. Infatti il nostro è un mondo globale che per funzionare non può fare a meno dell’idea di futuro. Le nostre azioni devono avere un obiettivo programmato, dei progetti, o se volete, una prospettiva di evasione. Il sistema avvitato nel ciclo della produzione e del consumo è un motore che si si sta ingolfando. Riaccendere il futuro è il compito dell’umanità di oggi. Purché non venga fatto con il falò delle ultime illusioni.

Nel frattempo, per ispirarvi, buona lettura con le Retrovisioni!

Viaggio ai confini dell’attività lavorativa

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