Errare è chandleriano

Vento Rosso e altri racconti "squilibrati"

Nei racconti noir appaiono eroi senza pensieri, quelli che affrontano le sfide della vita con la stessa disinvoltura con cui si affetta un salame nostrano. Altri indossano una armatura di cuoio, ma è una custodia, in realtà sono strumenti con corde interne sensibili, che cercano intonarsi ai rintocchi del prossimo in difficoltà. Sono personaggi che sanno di non poter vincere la guerra, però non si tirano indietro quando si tratta di entrare in azione. A questa seconda categoria appartengono i protagonisti dei racconti di Raymond Chandler.

Autore che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni. I suoi romanzi hanno varcato la soglia della settima arte e sul grande schermo hanno incrociato una vasta platea: Il grande sonno, Il lungo addio, La finestra sul vuoto, Addio mia amata. Ne ha scritti otto e quasi tutti sono stati adattati per il cinema. Le sue opere hanno quindi conseguito la duplice dimensione di stile e caratterizzazione che hanno fatto di Chandler un punto di riferimento del genere noir. Anzi, si potrebbe dire che  nell’immaginario popolare lo ha codificato (forse meglio di Dashiell Hammett, Mickey Spillane, più virati all’hard-boiled) con personaggi e atmosfere. 

Chandler racconta di eroi per necessità più che per caso, uomini non integerrimi e in equilibrio precario economico, morale, sentimentale. Le donne sono spesso punti focali della trama, fari luminosi nella notte, possono ispirarti o condurti contro gli scogli. Gli antagonisti non sono mai piatti, hanno astuzie e urgenze che spesso si rivelano fatali. Se si scorre la biografia di Chandler si capirà come questi elementi non siano soltanto letterari, ma facciano anche parte della sua esperienza personale.

Ma veniamo alle letture. La raccolta di storie intitolata L’uomo a cui piacevano i cani è stata definita fondamentale nell’opera di Chandler. In quattro racconti si trova racchiusa la matrice essenziale delle figure e delle trame dello stile chandleriano. 

C’è però un’altra raccolta edita da Feltrinelli, Vento rosso, che pare l’esatto opposto: se la prima definisce il canone, qui scopriamo quanto Chandler abbia lavorato per arrivare a sbozzare i suoi modelli. E capiamo anche cosa sia il dietro le quinte della creatività: la ricerca di un lessico, la costruzione di personaggi credibili e la tessitura di una trama che tenga desta l’attenzione del lettore. Insomma, il libro offre una finestra utile a capire il lavoro di Chandler alla ricerca della “sua voce”.

“Vento Rosso”, la storia che dà il nome alla raccolta (1938) ha la partenza bruciante di un thriller cinematografico, un evento accidentale che innesca una sorta di trappola… dalla quale però anche l’autore fatica a uscire. Credo che prove come questa abbiano fruttato a Chandler le critiche di autore dalle trame “tortuose”. 

I ricattatori non sparano è il suo primo racconto venduto, nel 1933 alla rivista Black Mask (a 45 anni poco dopo essere stato licenziato: una bella riscossa): risente dei suoi modelli, ma mostra di aver studiato la lezione e di aver individuato i passaggi utili ad “agganciare” il lettore. Il tema del ricatto poi gli sarà particolarmente caro: non si può evitare di rilevare qualche assonanza con “Il grande sonno”.  

Consegna a Noon Street ha un’interessante ambientazione. Chandler cerca di raccontarci un sottobosco criminale urbano nel quale compaiono personaggi di colore. Non è così scontato in una storia scritta nel 1936 che parla dei fatti di strada. Detto questo, la trama compie brusche sterzate, con rivolgimenti da romanzo d’appendice e una tensione nervosa che attraversa tutto lo scritto.

Il re in giallo si evidenzia per le tematiche abbastanza spinte: violenza, prostituzione, corruzione. Il codice Hays per la moralità nel cinema, non sembra valere per questo racconto del 1938. Una vicenda che ha le solite tortuosità nello sviluppo e figure direi “incise” nella pagina. Ma il ritmo veloce e le battute asciutte compensano e anzi sembrano quasi provocare il lettore a trovare il filo di Arianna smarrito nel labirinto delle supposizioni.    

Le perle sono una seccatura (1939) somiglia a uno dei quei gialli sofisticati che appartengono al tardo Hammet (se avete presente la serie di film de L’uomo ombra – The thin man 1934 – con William Powell e Mirna Loy, siamo da quelle parti). Il protagonista e la sua “ragazza impossibile” sono un brillante duo impegnato in un’operazione di recupero gioielli. La narrazione è in prima persona, da parte di un personaggio che non rifiuta mai un bicchiere d’alcol e quindi condiziona trama e stile con un delizioso andamento “brillo”.

Aspetterò (1939) è il racconto, a mio avviso, più sorprendente della raccolta. Non è assolutamente un tipico chandleriano, è un frammento ambientato tutto in una notte e in un luogo molto ristretto. Le descrizioni e gli stati d’animo si fondono in un flusso narrato in terza persona che si compone come un quadro Edward Hopper: malinconico ed enigmatico fino al cuore del dramma. 

La matita è un racconto del 1958 – credo sia l’ultimo che ha scritto – e si possono apprezzare la misura e il mestiere con cui Chandler utilizza gli strumenti affinati nel corso della carriera. Così, se la raccolta è discontinua, e i racconti piacevolmente fuori equilibrio, diciamo arruffati dal “vento” impetuoso dell’avventura dello scrivere, l’ultimo tassello ha il pregio di riallineare la lettura e chiudere un percorso sulle opere di un autore che ancora oggi insegna.

Errare è chandleriano

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