Ecce Gainsbourg

tre tiri di gitanes e un lungo sorso di musica

A giorni cade l’anniversario della scomparsa di un personaggio di prima caratura della musica e in particolare della cultura popolare francese: Serge Gainsbourg. Sì, proprio lui. L’autore di “Je t’aime… moi non plus”, canzone che lo proiettò nell’immaginario mediatico internazionale con il marchio dello scandalo vivente, un cantore libertino e sfrontato per definizione. Stroncato da un infarto nel marzo del 1991, conseguenza non imprevedibile di una vita votata al bicchiere e alle sigarette a catena (le sue vere compagne), Gainsbourg era molto più che un bollino rosso per il parental advisory. 

Gainsbourg era un artista che attraversava le categorie: musicista, poeta, scrittore, attore, regista e pittore auto represso (decise di lasciare perdere dopo un esordio caduto nel pubblico disinteresse). Di lui si può dire che fosse esteta dello sfacelo, un avventuriero della provocazione, irascibile per timidezza e acuto laceratore delle convenzioni sociali. Ad ogni uscita ha aggiunto pennellate per caricare la sua immagine sulfurea, assumendosi il ruolo del corruttore, del vizioso, del perverso, sfrontato esploratore dei tabù dell’età contemporanea. 

Lucien Ginsburg, figlio di genitori ebrei Ucraini, emigrati per sfuggire alla rivoluzione rossa, crebbe nella Francia occupata dai nazisti e governata dai loro simpatizzanti, sperimentò quindi da piccolo forme di rifiuto e ghettizzazione. Da qui la scelta della via dell’arte, per sensibilità, per educazione (i suoi erano musicisti) e anche per rivalsa. In lui convivono l’amore per le forme della classicità e la disinvoltura nell’abbracciare le forme espressive più “alla moda” per lanciare i suoi dardi: dal jazz all’exotica, dal pop brillante al rock, dal reggae alla disco.

Le sue canzoni hanno struttura poetica a presa immediata, sono ironiche, licenziose, intrise di humor nero e irresistibili assonanze. Strofe brevi, giusto il tiro di una sigaretta, una sorsata d’alcol. Arrivano all’orecchio come una battuta da party o una confessione sfacciata. Prima di accreditarsi, Gainsbourg ha offerto diverse composizioni a big della canzone francese (Juliette Greco, Francoise Hardy, Brigitte Bardot e France Gall). Il suo percorso come interprete non è stato facile:  viso poco fotogenico, snob per timidezza, voce fredda e distante. In lui il pubblico qualcosa di non limpido. Gainsbourg si sente respinto, ma presto scopre la via più efficace per essere sulla bocca di tutti, ossia cavalcare il clamore media spingendo sull’acceleratore della provocazione e del doppio senso. Nel rincorrere questo obiettivo vedremo che si costruirà una maschera… trasparente che finirà per far combaciare la vita e l’opera.

Per giocare con la cadenza del numero perfetto vi propongo tre ascolti con il numero pieno. Il primo del 1961 è L’etonnante Gainsbourg. Beh, sorprendente fino a un certo punto dato che aveva già all’attivo due album, intrisi di jazz, di fumo, di atmosfere disimpegnate dove il gioco intellettuale prevale sull’emozione. Qui troviamo in particolare La chanson de Prevert (brano approvato dal poeta stesso), una aznavouriana Chanson de Maglia (che nel testo rivela la sua personale fragilità), la divertente analisi grammaticale di una lettera d’amore (En relisant ta lettre), l’elegante Les oubliettes intrisa delle brume della rive gauche, una sinuosa Les amours perdues. E poi qualche tentativo di rendere l’album orecchiabile e danzereccio (Le rock de Nerval, Personne, Viva Villa, Le sonnet de l’Arval): insomma, si deve pure mangiare.

Nel 1971 invece brilla Histoire de Melody Nelson, un concept album sull’incontro tra un adulto in crisi e una ragazza alle soglie dell’età del consenso (come si diceva un tempo). Cantano Gainsbourg e la sua compagna Jane Birkin, ed è una miscela perfetta: lui lupo mannaro irretito dall’amore, lei innocente e gioiosa, tanto da sembrare un miraggio più che realtà. La musica, orchestrata con ampiezza e profondità, coniuga la sonorità del rock ai leit motiv della classica, sonorità che avvolgono diventando colonna sonora di un ipotetico racconto cinematografico. Difficile isolare un titolo perché davvero il racconto musicale è concatenato come i movimenti di una sinfonia pop.

Mauvais nouvelles par les etoiles del 1981 è una sorta di seconda prova. Dopo il successo di Aux armes et caetera che vede Gainsbourg come pioniere della via francese al reggae, questo disco riprende il discorso. E lo fa senza più soggezioni o inibizioni nell’ibridare, Gainsbourg si espone sfoderando testi corrosivi su politica, religione, sesso e ovviamente se stesso. Ecce homo è l’inno della sua ultima metamorfosi: Gainsbarre. Personaggio costantemente fuori dalle righe, cool, reggae, divertente ma con il cuore bucato da parte a parte. Gainsbourg brilla come un vascello che brucia lentamente sulle acque della notte stellata, la nostalgia è sua compagna (la nostalgie camarade) si “esercita alla solitudine” e ai telegrammi d’oltremare che porteranno notizie e lacrime, per un degno finale.

Ecce Gainsbourg

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