I viaggi di Iskandar

CONTATTO ZERO

Una storia di PABLO MIGUEL MAGNANI
Illustrazioni di ENZO FURFARO

Contatto zero è un racconto ambientato nella Zona rossa, un luogo a 30 anni di distanza da noi, 30 anni dopo il virus. È un mondo nuovo: ogni contatto fisico vietato, ogni rapporto sociale mediato. È un mondo minacciato dagli intrusi e difeso dai liquidatori che proteggono gli alveari.
Ma Erik Arcadi sta per scoprire che…

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CAPITOLO 1

La tempesta mattutina di microplastiche aveva appena finito di scartavetrare l’area metropolitana di Milangeles. Per la maggioranza della popolazione degli alveari erano stati bruschi risvegli, causati dall’attrito dei mulinelli contro le pareti di plastiglass. Si prospettava un’ondata di malumore nei turni produttivi del primo quarto diurno e in via preventiva gli Amministratori stavano inondando i cellapp di melodie soffuse e fragranze sintetiche. Un ambiente profumato e pervaso da sonorità gradevoli può attenuare il disagio delle ore di sonno perdute.

Erik Arcadi era già seduto al tavolo da cucina, chino su un’olostampa. A fianco aveva una tazza di caffè fumante. Indossava una camicia bianca e la cravatta allentata gli penzolava dal collo come un cappio. Ma quell’anno andava di moda così.
Con l’indice Arcadi sottolineava i passaggi che gli sembravano interessanti: nove infiltrati in zona rossa. Punti di ingresso sconosciuti. Un soggetto intercettato in provincia di Ambergo. Un liquidatore gravemente ferito in una stazione di controllo.

Il rapporto era fresco di appena mezz’ora e per notificarlo i simpaticoni dell’Agenzia gli avevano sparato un getto telecomandato d’aria gelida in faccia. Arcadi era stato bruscamente strappato al suo sogno. Era un bel sogno: stava su una spiaggia assolata, camminava sulla riva sabbiosa, mentre la luce riverberava sulla distesa del mare. Era in compagnia di una donna in bikini, una donna attraente con una gran massa di capelli neri e un’espressione assorta. Camminavano insieme, mano nella mano, Arcadi avvertiva il calore umido e questo irradiava tutto il sogno di una parvenza di realtà. Si sentiva felice, anche se erano indifesi, all’aperto. La donna, formosa ma slanciata, non lo guardava, si schermava gli occhi con un braccio per difendersi dai riflessi regolari del mare scaturiti dalle quiete onde. Tutta la scena aveva un candore familiare, il disagio di trovarsi all’aperto, seminudo, non lo sfiorava. Ma il getto gelido frantumò tutto.

Nella testa di Arcadi, mentre si passava il rasoio davanti allo specchio nella colonna bagno del cellapp, era rimasta una traccia del tepore di quella mano gentile, di quelle labbra pensose. Essere stato strappato a quel momento di felicità inconscia un po’ lo disturbava, anche se non era una modalità tipica dell’Agenzia molestare i dipendenti durante il riposo: era successo qualcosa di grave.
Sua moglie Mari non aveva sentito nulla. Né la tempesta, né il getto d’aria fredda. Stava ancora sotto il lenzuolo, la testa bionda voltata verso la parete di plastiglass che un tempo avrebbe ospitato una finestra. Mari si sarebbe svegliata alle otto in punto, sbadigliando serena, prima di servire ad Arcadi un sorriso soddisfatto.
La notte scorsa avevano avuto una parentesi di accesa passione, che entrambi avevano classificato come ‘appagante’ prima di addormentarsi. Arcadi pensò che forse nel sogno aveva sovrapposto quel che aveva fatto e un personaggio visto di sfuggita in una videonovella.

Nel cellapp si stava insediando un odore persistente di violette di campo, accompagnato da una serie di arpeggi incrociati in un continuo armonioso frattale sonoro. Arcadi si portò la tazza di caffè sotto il naso.
L’olostampa riportava i dettagli dell’aggressione: l’infiltrato aveva messo ko Rubagotti il suo capo servizio. Era lui che gli organizzava le commesse di ricerca sulla mezzaluna, il perimetro meridionale della Zona rossa. Alcuni avrebbero detto che era stato lui a insegnargli il mestiere, ma senza un minimo di attitudine e una sana applicazione non si diventa liquidatori.
Arcadi aggrottò le sopracciglia come per controbattere a una ipotetica malalingua. Si domandò perché diavolo non lo avessero chiamato subito invece di mandargli il rapportino. Bevve un sorso automaticamente e si scottò il labbro. Gli venne in mente che se Rubagotti era fuori gioco, il caposervizio sostituto era Brumana. Era sicuro di non essere ben visto da Brumana. Per lui nessuno faceva mai abbastanza.

Arcadi soffiò sulla tazza colma di caffè caldo. Forse Brumana stava aspettando la sua chiamata e contava i minuti per poi rinfacciarglieli.
“Auummh, buongiorno Erik!” disse Mari con la solita precisione.
“Buongiorno. Vuoi del caffè?”
“Eh, no. Lo sai che non bevo caffè o altri eccitanti nelle 24 ore dopo il rapporto, altera l’equilibrio basale e può interferire nel processo di incubazione.”
“Ok, scusa – disse Arcadi voltandosi verso la dispensa – Un succo di frutta?”
“Volentieri, grazie.”
Mari, in piedi vicino al letto, si stiracchiava nella sua sottoveste di seta fluo-celeste. Le spalline scendevano e si alzavano mentre lei ritmicamente sollevava le braccia per sgranchirsi. Teneva gli occhi semichiusi e un gran sorriso a labbra strette che dava la misura di un intimo piacere. Il suo volto era un bell’ovale accentuato dall’acconciatura a caschetto dei capelli biondi. Ad Arcadi piaceva il suo naso, proporzionato, elegante e storto quel tanto che bastava a dare una piega sbarazzina ad ogni sua espressione.
“Ma cos’è questa noia? – domandò Mari all’improvviso – Lo sai che non sopporto la sintomusica. Accendi l’olowall: “Mattina con…” è già iniziato.”
“Mi ha chiamato l’Agenzia.” disse Arcadi dopo un sorso di caffè a temperatura accettabile.
“Davvero? Altri infiltrati?”

“Nove. – Arcadi arrotolò l’olostampa e aggiunse – Uno ha steso Rubagotti.”
“È terribile.” esalò Mari con espressione sperduta.

Arcadi si infilò il gilet d’ordinanza stringendo in vita la cintura multifunzione.
“Ma… ma tu adesso… – il respiro di Mari si fece affannoso – Tu andrai FUORI?”
“È il mio lavoro.” disse con calma Arcadi mentre appoggiava la tazza nel lavandino.
“Non farlo, è pericoloso! Ti prego Erik.” Mari si avvicinò al marito con le braccia tese per chiuderlo in una morsa disperata e supplichevole.
Prima che potesse farlo Arcadi prese la stilomat nel taschino della camicia e premette il pulsante. Mari smise di parlare. Abbassò le braccia e il suo sguardo si fece assente, come perso nella contemplazione di una meravigliosa opera d’arte fantasma.
Arcadi prese dalla dispensa una confezione di oxygum e la infilò nella tasca laterale del gilet. Prima di uscire accese l’olowall e lo orientò perché proiettasse sulla parete di plastiglass. Vide di sfuggita un giovanotto tremante che porgeva solennemente una insalatiera d’argento verso una giuria di incappucciati. Il volume era al minimo, gli arpeggi frattali novati dagli Amministratori avevano la precedenza. Anche il profumo di violette di campo, che stava nauseando Arcadi.

CAPITOLO 2

Arcadi superò la sezione a chiusura stagna del suo cellapp, facendo scattare le serrature con movimenti rapidi della stilomat. Il malessere che gli stava crescendo addosso non era allergia alle violette – da decenni negli alveari le allergie alla flora erano state contenute – ma sentiva crescere la tensione del prossimo confronto con Brumana.
Se non mi do una calmata, rifletté Arcadi, non sarò capace di neutralizzare neanche un randagio infiltrato. Devo calmarmi, devo concentrarmi sulla missione. Come diceva Rubagotti.

Arcadi cercò di distrarsi leggendo la cifra a cloroled sopra la porta: 22. Pensò che doveva tenere a mente quel numero, anche se non riusciva a trovare una motivazione per conservare nella memoria il numero di giorni di clausura. Non era certo il periodo più lungo che aveva trascorso nel suo cellapp. La tempesta del 2038 era durata due mesi e mezzo. A decine avevano passato i confini, che allora non erano totalmente videocontrollati. Molti erano morti nella tempesta, agli altri aveva provveduto l’Agenzia.

Rubagotti l’aveva reclutato proprio in quei momenti di frenesia e super lavoro. Fino a quel momento Arcadi aveva svolto lavoretti da remoto: osserva e interroga. Lunghe sessioni di domande a viandanti per stanare accessi non autorizzati e possibili infiltrati. Passare dalle scartoffie alle armi non era da tutti, Arcadi ci era riuscito. E con profitto, a quanto diceva Rubagotti.
Camminando svelto nello spoglio e lucido corridoio dei cellapp, dove si aprivano decine di ingressi simili a quello che aveva appena chiuso alle sue spalle, Arcadi raggiunse la colonna ascensore.
Con la coda dell’occhio percepì un movimento alla sua destra: era un suo vicino, Carlos. Era ancora in fondo al braccio laterale del corridoio e da quel che distingueva indossava una vestaglia. I polpacci delle sue gambe oscenamente nude finivano in due panfolole morbide a suola bassa, antirumore.
Arcadi si augurò di non essere avvistato per evitare una discussione futile e imbarazzante. Almeno per lui. Sapeva già dove era diretto quel bel fusto dal sorriso smagliante e i pettorali in rilievo sotto la vestaglia. Mari gli avrebbe aperto la porta, mentre lui si ravviava i capelli scuri, al nero di seppia e metteva in vista la fossetta sul mento.
Il cilindro metallico finalmente si schiuse, scivolò dentro rapido e non gli fu necessario schiacciare bottoni o tirare leve. Arcadi disse semplicemente: Serra. L’ascensore si mise in funzione senza strappi. Lo portò in cima all’alveare. Arcadi attraversò un corridoio simile al precedente, anche se le pareti di plastiglass lasciavano intuire che la luce del giorno stava premendo per manifestarsi. In fondo alla sezione, una porta stagna esibiva la scritta ‘Serra’. A prova di errore.
Arcadi estrasse la stilomat e la aprì senza difficoltà con un semplice gesto. Tutti i condomini erano ammessi. Ognuno aveva la sua fascia oraria per provvedere alla cura delle sue piante o semplicemente per contemplare lo scenario verdeggiante dal soppalco panoramico. Nell’alveare Centrale erano ben pochi ad approfittare di questa opportunità ricreativa, gentilmente offerta dagli Amministratori.

Senza titolo-1

L’atmosfera umida e teporosa accolse Arcadi come un abbraccio, accompagnato da una sinfonia di profumi dolci e carezzevoli sui quali si imponeva una nota odorosa. Una nota che Arcadi identificava con il colore verde clorofilla, l’essenza del mondo vegetale.
Il verde possedeva la grande cupola della serra, penzolando dalle travi incrociate di steelglass che sostenevano i pannelli trasparenti e intrecciandosi secondo un ordine non decifrabile da mente umana. Nella serra, i visitatori potevano rendersi conto dei movimenti atmosferici. Nelle sezioni di plastiglass trasparente lasciate libere dai rampicanti, con un po’ di attenzione e pazienza, si potevano vedere grumi di nuvole grigiastre scorrere veloci in un cielo color zafferano.
Arcadi si fece consegnare un piccolo innaffiatoio dal distributore automatico vicino all’ingresso. Badando a non calpestare le radici nodose che sporgevano dal terreno, seguì il sentiero ignorando la segnaletica. Si orientava benissimo a memoria, prendendo le debite scorciatoie tra barriere di felci e i filari di bosso.

Esitò soltanto al crocevia dei palmizi: il pensiero che un cocco giunto a maturazione si staccasse mentre transitava, punzecchiava il suo senso di pericolo. Accelerò il passo deviando su un lembo di prato d’erba sottile e cortissima. Arcadi si guardò intorno sperando di farla franca, non era un comportamento molto rispettoso del luogo. I cespugli di more selvatiche lo nascondevano a possibili osservatori in fondo al sentiero. Nonostante questo riuscì a inciampare sul nodo legnoso di una radice che apparteneva a un ippocastano piazzato in una seconda linea dei filari centrali. Arcadi attutì la caduta appoggiando le mani al terreno. Il contatto con quella superficie morbida lo fece trasalire, si rialzò subito con le mani sporche di terra. Cercò di ripulirsi strofinandole per liberarsi della materia appiccicosa. Non era una gradevole sensazione, anzi il disgusto fece rabbrividire Arcadi. Pensò di correre alla fontanella all’ingresso, degno finale per una goffa incursione. Fortunatamente non c’erano spettatori, nessun inquilino mattiniero a gironzolare con zappette e secchielli. Nessuno tranne Zaverio, il custode.

“Passale su una foglia larga, sono cariche di rugiada.” gli consigliò Zaverio che era spuntato da un sentiero minore della piccola radura dei palmizi.
Arcadi guardò l’uomo alto e ossuto: la sua faccia pareva intagliata nel legno tenero da uno scultore che doveva fare ancora molta pratica. Addosso aveva la sua solita salopette di jeans, il maglione a righe bianco blu e gli stivaloni di gomma verde oliva. Al fianco, l’immancabile valigetta degli attrezzi tappezzata di scritte, le firme degli inquilini. Chiedeva ‘autografi’ a tutti, era una sorta di collezione calligrafica, spiegava confusamente con sincero entusiasmo a chi gli domandava il motivo.
“Sei mattiniero.” osservò Zaverio lisciandosi la sua barba bianca puntuta, un vezzo sconveniente, che dava fastidio a molti. Ad Arcadi invece non dispiaceva perché lo assimilava all’età di Zaverio: dimostrava settant’anni. O almeno, era l’idea che si era fatto lui. Zaverio aveva perso la memoria nello choc dell’epidemia del ‘20 e nel caos del rinnovo degli archivi centrali nella Zona rossa erano scomparsi anche i dati della sua identità. Una cosa era sicura: aveva il pollice verde. Le piante prosperavano sotto le sue cure.
“Scommetto che stai partendo per una missione.”
“Non ti si può nascondere nulla.” rispose Arcadi finendo di pulirsi le mani.
Zaverio fece la sua risatina a raschio sibilante.
“Sappi che la tua Nelly sta bene, ma si avvicina il momento della potatura. Devi decidere come dovrà crescere. È un momento importante.”
“Lo so, ti chiederò consiglio. Andiamo a vedere.”

Il settore delle piante di proprietà degli inquilini era una porzione della serra addossata ai bordi della terrazza dell’alveare. Una posizione che voleva favorire il filtraggio della luce amplificato dalle liane luminescenti che regolavano il ciclo giorno-notte. Arcadi e Zaverio entrarono nella sala, un piccolo labirinto di stretti banconi divisi da bassi separé. Ognuno ospitava piccole piante in vaso: soprattutto piante grasse, bulbi ispidi che ordinavano le loro spine secondo una istintiva geometria naturale. Si facevano notare gli scomparti con timide composizioni floreali, insiemi molto delicati che mostravano segni di decadimento. Esperimenti abbandonati. Le corolle penzolavano sugli stretti lavandini d’acciaio ai bordi dei banconi. Nel riquadro davanti al quale si fermarono Arcadi e Zaverio c’erano quattro bonsai. Tra questi la menzionata Nelly, un Acer palmatum al quale i due si dedicavano da tre mesi.
“Quando mi hai fatto vedere quel tronchetto pensavo mi prendessi in giro” disse Arcadi contemplando la pianticella in un vasetto di terracotta.
“Mi sembravi il tipo da bonsai.”
“Perché?”
“Sei un metodico – disse Zaverio lisciandosi la barba – non ti scordi delle piante soltanto perché hanno diffuso una nuova videonovella.”
Stavolta fu Arcadi a ridacchiare.
“Scommetto che lo dici a tutti. Se non mi avessero chiamato per la missione non avrei messo il naso in serra, sarebbero passati giorni.”

“Ti avrei chiamato io.”
“Tu? Chiamarmi al cellapp? Non l’hai mai fatto.”
“È quel che ti sto dicendo: per qualche ragione sei sempre spuntato fuori quando le piante avevano bisogno di te. Hai adottato Igor, Septimus e Nora anche se erano malconci e adesso guardali.”
Arcadi passò in rassegna le pianticelle: Igor era un datato Juniperius chinensis in stile a semi cascata e quando Zaverio l’aveva tirato fuori da chissà dove stava cascando letteralmente. Septimus rispecchiava il suo nome, diramandosi in due tronchi primari e cinque rami principali. Gestire le sue fronde aguzze era impegnativo, ma divertente. Nora era una Fukinagashi, il suo tronco forgiato da un ipotetico vento si abbandonava languido come tra le braccia di un amante.
Invece Nelly, la piccolina, stava crescendo. Le radici si stavano insinuando nel terriccio nutriente per succhiare tutta l’energia necessaria a far esplodere la sua esistenza, distendere rami, schiudere germogli.
Arcadi aveva un’attenzione speciale per Nelly: era il primo bonsai di cui si occupava da zero. Come aveva sottolineato Zaverio non si era mai permesso di chiamarlo, ma lui lo sentiva ogni giorno per avere il ‘rapporto’ quotidiano sullo stato della pianticella.
“Hai pensato allo stile per Nelly?” tornò a chiedere Zaverio.
Prima che Arcadi potesse rispondere però squillò un telefono. Il suono veniva da Zaverio che fu lesto nello sfoderare il suo portatile a batteria dalla tasca della sua salopette per portarlo all’orecchio.
“Zaverio.” rispose l’anziano giardiniere. L’interlocutore gli stava spiegando qualcosa che non lo riguardava. Infatti Zaverio corrugò la fronte e fissò Arcadi facendo una smorfia. Lui comprese e annuì.
“Ah, sì è qui.” concluse Zaverio prima di passargli il portatile.

CAPITOLO 3

“Sono Brumana? Hai novità?” la voce del suo superiore era asciutta e carica di energia, impostata per imprimere la massima ansia nell’interlocutore.
“Novità?” ripeté Arcadi piuttosto disorientato.
“Dove sei?”
“Nel mio alveare.”
“Ancora lì? Non hai ricevuto l’avviso di mobilitazione generale?”
Arcadi vacillò, non trovava giustificazioni per quella mancanza.
“Sono uscito dal cellapp appena ho ricevuto il rapporto via olostampa.”
“Male. Dovevi attendere disposizioni, dove pensavi di andare?”
Arcadi stava per elaborare una risposta sul modus operandi elaborato con Rubagotti, ma Brumana lo marcava stretto.
“Fatti trovare alla piattaforma di Lanzogorgo. Alla postazione solita ritira il rapporto, il maglio e… c’è anche un neutralizzatore sterile. Sai come usarlo?”
Arcadi avvampò, era un insulto evidente alla sua capacità operativa. Un insulto gratuito, buttato lì soltanto perché lui tentasse di reagire. Brumana lo stava provocando apertamente, quasi avesse in mano un forcone per punzecchiarlo. Obiettare poteva essere considerato un atto di insubordinazione e, se ciò avveniva mentre era stata istituita la mobilitazione generale, Arcadi l’avrebbe pagata cara.
“Che c’è? Hai perso la lingua?”
“No, pensavo…”

“Lascia perdere. Adesso ci serve azione: abbiamo nove infiltrati a piede libero e tracce ancora incerte. Poi Rubagotti si è fatto beccare come una recluta…”
La pausa aspettava d’essere riempita da una reazione di Arcadi. Non conveniva replicare, però sentì la sua voce scandire a denti stretti: “Rubagotti non era una recluta…”
“Certo Arcadi, era un modo di dire. – Brumana era soddisfatto, l’aveva punto sul vivo – Cerca di essere più elastico, gli anni delle interrogazioni dovrebbero averti insegnato come gestire lo stress.”
Arcadi adesso stava ribollendo e soltanto la certezza di aumentare la soddisfazione di Brumana con uno scoppio d’ira lo tratteneva. Perciò dopo un respiro profondo disse: “Ok, hai detto stazione di Lanzogorgo. Vado subito.”
“Bravo, hai già perso abbastanza tempo.”

Brumana disattivò il ricevitore appena finita la frase e si abbandonò allo schienale della sua poltrona ricevendo uno scricchiolio di protesta. Calvo, massiccio, occhi piccoli ma guizzanti, Brumana era di buon umore. La sua carriera era scattata di livello con Rubagotti fuori gioco e lui era convinto che quando un soggetto è in movimento, le opportunità si moltiplicano matematicamente. A patto di saperle creare, si disse rialzandosi in piedi per servirsi un drink al mobile bar.

“L’ufficio dell’Agenzia è davvero grande rispetto alle dimensioni compatte di una singola cellapp” osservò una voce d’uomo che proveniva dietro uno dei quattro pilastri che suddividevano la vasta sala.
La sezione rivolta verso l’opaca vetrata di plastiglass era immersa in una netta penombra e questa risaltava nel contrasto con la porzione illuminata che ospitava l’area di lavoro dove Brumana aveva la sua scrivania. L’uomo era seduto su un divano stretto, dallo schienale alto e imbottito, addossato al pilastro. Sul bracciolo si vedeva un bicchiere ancora pieno.
“Vero, lo ammetto – ammise Brumana mentre finiva di spruzzare il seltz nel largo bicchiere gettando scompiglio tra i cubetti di ghiaccio – non esiste una ragione pratica per occupare tanto spazio nel cuore di un alveare. Ma l’Agenzia , svolge una funzione di primaria importanza per la sicurezza della Zona rossa.”
“Stai parlando come un funzionario dell’Agenzia” disse la voce dietro al pilastro.

Arcadi spense il telefono e lo riconsegnò a Zaverio che aveva assistito alla conversazione lisciandosi tranquillamente la barba appuntita.
“Hai scelto la giornata sbagliata per una pausa nel verde.”
“Non volevo una pausa. – disse Arcadi infilandosi i pollici nelle tasche del gilet – Ci vediamo Zaverio.”
Arcadi il liquidatore attraversò la serra per il sentiero più corto e oltrepassò la porta a tenuta stagna. Dal corridoio della terrazza imboccò un braccio laterale che si illuminò al suo passaggio: in fondo balzava all’occhio un’altra porta, cerchiata di rosso. Sotto un lampeggiante si leggeva la scritta ‘Pericolo!’ con il simbolo del doppio triangolo nero.
Era l’uscita superiore. I condomini la usavano raramente, malgrado l’alveare si affacciasse sul centro della Zona rossa di Milangeles pochi sentivano l’esigenza di riempirsi gli occhi della distesa di palazzi vuoti e diroccati. Così, chi varcava quella porta non lo faceva a caso e in genere aveva una ragione ben precisa che non derivava da una scelta volontaria.

L’Esterno era un luogo privo di fascino, perdente nel confronto con il palinsesto del più scadente degli olowall. Ma il mondo non si esauriva negli alveari. Qualche ape operosa doveva pur avventurarsi in quei prati dello sfacelo per garantire il quieto letargo della comunità.
Arcadi azionò lo stilomat e fece scattare la serratura della porta stagna. Lo stridore dei cilindri non oliati che scorrevano sugli ingranaggi gli ferì i timpani come un grido metallico. Poi il meccanismo si bloccò, a mezza strada. Arcadi si appuntò di lasciare un messaggio per gli Amministratori, quella porta era anche un accesso per i servizi di emergenza e doveva essere in piena efficienza.
Il dispositivo della tenuta stagna non scattava. Così tolse il gancio da una scatoletta saldata a fianco della serratura. Conteneva una manovella e un piolo con punta a stella. Bisognava incastrare il piolo al centro della manovella e fare forza per liberare l’ingranaggio centrale che consentiva di girare la manovella, sostituto manuale dell’apertura via stilomat.

Chi diavolo ha inventato un sistema così poco pratico, pensava Arcadi, forse un tizio che non badava all’ansia di chi aveva fretta di uscire fuori. Anzi, per certo l’ha ideato per rallentare il viandante occasionale: farlo sudare per farlo pensare. Pensare che forse l’Esterno non valeva tanta fatica.
I cilindri ripresero a scorrere e uno scatto secco sancì l’apertura della porta. Arcadi entrò in un piccolo atrio a pianta circolare. Ai lati erano incassati degli armadietti metallici dipinti di bianco che contenevano attrezzi e presidi d’emergenza. Aveva già la sua dotazione quindi si diresse verso l’ultima porta, azionata da una semplice leva a muro. Anche questa, in debito di olio. Suo malgrado, dovette appoggiarsi con il peso del corpo per farla scattare. Si udì un sospiro, l’atmosfera interna entrava a contatto con l’aria dell’Esterno. Scambi di pressione, densità, valori di inquinamento. L’Esterno che invade lo spazio interiore. Arcadi ci era abituato, ormai usciva con una disinvoltura che non apparteneva agli altri inquilini dell’alveare, però conservava la memoria del primo brivido sulla soglia dell’uscita. Era passato molto tempo, non sapeva collocare l’occasione precisa sul calendario. Però quel suono si era inciso nella sua memoria, saldato ai residui di una paura intensa quanto un morso nella carne. L’imbottitura pneumatica ai margini della porta si sgonfiò e un raggio di luce naturale, troppo debole per infastidire gli occhi di Arcadi, si allargò sulla parete dell’atrio.

Il vento fischiava basso, indaffarato a frugare tra i moncherini dei palazzi dopo la gran festa tempestosa di qualche ora prima.
Arcadi uscì sul tetto dell’alveare e richiuse la porta accompagnandola con una mano. La superficie metallica sembrava passata sotto le punte di una spazzola d’acciaio. Una spazzola sporca, che lasciava striature color ruggine e piccole macchie nere.
Attorno ai bordi del tetto rettangolare una barriera piena di flexigum nero delimitava la terra dal grande abisso del cielo. Arcadi era addestrato a non guardarlo, quel vuoto infinito sopra la sua testa poteva inghiottire non solo il senso dell’equilibrio fisico, era un attentato alla stabilità mentale dei cittadini della Zona rossa. Si concentrò sulle cose da fare: la teleferica.
La piattaforma di carico si trovava a poche decine di metri dall’uscita. Aveva l’aspetto di un coperchio di bronzo inchiodato sul tetto dell’alveare. Sopra svettava un possente pilone fatto di un blocco unico di metallo grigio. Sulla sommità, appesa al braccio che reggeva i cavi, penzolava in fondo a un’asta d’acciaio una bolla di plastiglass trasparente. Anche a distanza, si scorgevano quattro posti a sedere e le leve di manovra a fianco dei sedili anteriori. Arcadi ci arrivò di corsa e trattenendo il respiro, come in un lungo tuffo al rallentatore. Era il suo metodo per superare il disagio dell’immersione nell’Esterno. Non gli piaceva tutto quello spazio libero attorno a sé, non piaceva a nessuno degli inquilini della Zona rossa.

CAPITOLO 4

Milangeles non era il nome originale della città. Tutti lo sapevano e, qua e là, si potevano ancora trovare targhe scrostate che riportavano quello originale, ma nessuno si sarebbe sognato di pronunciarlo. Era un nome che ancora faceva male, un nome che aveva il sapore della sconfitta. A Milangeles le illusioni avevano adottato una nuova forma. Che importava se queste crescevano sul cadavere della vecchia metropoli?
Arcadi si era accomodato in capsula e assicurato le cinture. Sganciò l’ancoraggio e il bilanciere issò la capsula in posizione di partenza, giusto tre metri più in alto di quel che serviva per superare le barriere ai bordi del tetto. Arcadi diede un’ultima occhiata alla cupola biancastra della serra, che da lì sopra sembrava una pallina da golf incastrata dopo un tiro maldestro. Poi allentò l’avanfreno che affrancava la capsula alla fune e questa iniziò a scorrere. Un fischio stridente indicava che il carrello era un po’ asciutto. Arcadi azionò un tirante e dal piccolo serbatoio sopra la capsula un getto oleoso riequilibrò l’attrito: il rumore fastidioso si spense.

Per dirigersi alla piattaforma di Lanzogorgo Arcadi prese la via abituale: la capsula si tuffò giù, con un lieve dondolio, nel canyon Pisani, uno stretto avvallamento serpentino formatosi dopo il collasso di grossi edifici porticati.
Arcadi teneva la mano sinistra stretta alla leva che controllava il gancio

direzionale, mentre con la destra modulava la velocità ruotando la presa dell’avanfreno. La capsula somigliava a un ragno che zampettava in destrezza lungo un filo semi-visibile della sua tela. In prossimità della spianata della Repubblica Arcadi eseguì il cambio di corsia: Il gancio direzionale ruotò di 90 gradi e si innestò sul cavo di transito in direzione Porta Venezia. Era una delle zone di Milangeles che aveva mantenuto la sua antica fisionomia. I crolli degli edifici nell’ultimo decennio infatti avevano modificato definitivamente la mappa cittadina. Enormi blocchi di cemento armato gonfiati di detriti e rifiuti d’ogni genere implodevano con frequenza, spandendo nuvole di polvere e brontolii che somigliavano al ringhio di un animale ferito a morte.

Arcadi aveva fatto in tempo ad assistere al gran crollo del Pirellone. Evento che aveva destato qualche preoccupazione agli Amministratori del suo alveare. Il grattacielo era molto vicino e venne deciso di procedere con una demolizione controllata. Esperti bardati come astronauti si calarono nelle interiora marcescenti di uno dei simboli della vecchia città e piazzarono cariche esplosive. I residenti delle facciate più esposte furono costretti a trasferirsi in cellapp di profondità, maggiormente riparati. Arcadi abitava con sua madre a quel tempo e la curiosità per le anomalie già allora gli bruciava dentro come una febbre.

Capita a tutti i bambini: a un certo punto vogliono guardare oltre, scoprire cosa fa rumore dietro la parete opaca di plastiglass che filtra la luce.

Sapeva bene che era una situazione pericolosa, dagli altoparlanti continuavano a ripetere indicazioni: era una novità. E poi i lampeggianti nei corridoi il piccolo Erik Arcadi non li aveva mai visti, davano fastidio agli occhi, ma non se ne poteva fare a meno: erano una meraviglia. Sua madre lo precedeva e lo richiamava all’ordine. All’ennesima svolta si persero di vista, Erik si trovò solo, tra le luci lampeggianti e il tono monocorde dell’annunciatore che dava istruzioni incomprensibili per un bambino uscito dal cellapp una decina di volte.

Erik Arcadi in quell’occasione diede dimostrazione della sua intraprendenza. In fondo al corridoio riconobbe la segnaletica degli ascensori e corse davanti alla porta, il protocollo di sicurezza era disinserito per favorire lo spostamento celere degli inquilini, così Erik trovò le porte spalancate. Il sensore sotto la pedana avvertì il peso del bambino e le porte si richiusero automaticamente.

Erik ebbe un istante di esitazione, ma soltanto per via del cambio di luce.
“Serra” disse la sua vocina.
L’ascensore eseguì, lo portò all’ultimo piano. Erik aveva lasciato il cellapp materno poche volte e una di quelle era stata la visita alla serra: un mondo meraviglioso, grande, verde, pieno di profumi non sintetizzati. Aveva toccato la corteccia degli alberi e i suoi piedi si erano impigliati nei fili d’erba più alti, dove gli era stato detto di non camminare. Ma Erik era un piccolo esploratore, un ricercatore istintivo, forse equipaggiato di un pizzico di fortuna che è indispensabile per la buona riuscita di una missione.

La sua fuga in cerca della serra era la dimostrazione che nei suoi geni scintillava una predisposizione ancora non inibita dal quieto sopravvivere dell’alveare. Anche quando il piccolo Erik si trovò di fronte alla porta chiusa della serra non si arrese: contravvenendo alle regole più elementari di convivenza dell’alveare spinse con le sue manine la superficie di metallo. L’ingresso della serra era consentito soltanto in orari precisi, ma a un bambino guidato dall’incanto non si comanda, Erik picchiò contro la porta i palmi aperti delle mani. Nel corridoio non c’erano voci o lampeggianti, il rumore causato dal bambino era ben amplificato. Erik voleva entrare ed esprimeva tutta la sua testardaggine di piccolo pretendente. Prima che il suo desiderio scivolasse nella disperazione impotente, la serratura scattò e apparve il volto barbuto di Zaverio. La sua barba era soltanto brizzolata, ma nei suoi occhi brillava un sorriso che esprimeva tutta la felicità per quella visita inaspettata.

Erik Arcadi si sentiva ben lontano da quel bambino, però non aveva perso l’abitudine di picchiare i pugni sulle porte chiuse.

Una capsula in movimento nel centro di Milangeles non passa inosservata. Il traffico mattutino era poca cosa, anzi lo era in qualsiasi momento della giornata. La vera singolarità consisteva nella presenza di un osservatore. Lo spostamento di Erik Arcadi dall’alveare Centrale era stato rilevato e seguito a distanza con un potente binocolo. L’aggancio della capsula alla linea sulla spianata della Repubblica, disseminata di grossi blocchi di cemento erosi dal vento, come tante formine per giganti, era stato scrutato con attenzione da una postazione tra le rigogliose rovine del bosco spettrale. Una figura in mimetica integrale era accomodata in mezzo alle ramaglie che si intrecciavano e trasformavano la collina in una massa di vegetazione dall’aspetto impenetrabile. Nessuno poteva immaginare che quella boscaglia un tempo aveva avuto un orgoglioso sviluppo verticale.

L’osservatore vide scendere la capsula di Arcadi verso l’alveare Venezia e decise che era giunto il momento di muoversi: ripose il binocolo nello zaino e ridefinì i parametri della mimetica sulla modalità ‘movimento’. Scivolando dal ramo nodoso al quale si era assicurato, l’osservatore fece valere i suoi muscoli per transitare sul dorso di un tronco ciclopico, torto dalle chiome secche dei suoi simili vicini. Le piante crescevano soffocandosi a vicenda, nessuna aveva la forza per generare altra vita fuori dal bosco spettrale.

L’osservatore sgusciava come un’ombra fluttuante, quasi perfettamente indistinguibile dall’intorno. A meno di trovarsi a una ventina di metri. La discrezione professionale dell’osservatore faceva intendere che questa volta il liquidatore sarebbe stato anche preda.

Erik Arcadi rimuginava ancora sul carattere sgarbato di Brumana: era la sua natura o era diventato così? Di sicuro lavorare con un tipo del genere non avrebbe facilitato il suo compito.

Nove infiltrati da neutralizzare. – pensava Arcadi – era da tanto che non si verificava una falla così grossa.

La qualità del servizio di confine forse si era abbassata dopo tanta, troppa, tranquillità.

La sommità dell’alveare Venezia era in vista. La costruzione aveva conservato i due antichi caselli neoclassici impacchettandoli in strati di flexigum. Una scelta eccentrica ma gli inquilini del Venezia ne andavano fieri, eraun dettaglio originale per farsi riconoscere. Per il resto non si sarebbe distinto dall’alveare Centrale.

Arcadi azionò l’avanfreno e la capsula iniziò a rallentare. Il pilone di scambio era in vista, del tutto simile a quello del punto di partenza. Al livello inferiore vide l’asta di una capsula inutilizzata.

Dal Venezia niente di nuovo, si disse Arcadi mettendo mano alla leva del gancio direzionale.

Il carattere effervescente degli inquilini dell’alveare dei bastioni interni era stato fonte di diversi problemi nei primi anni dell’Amministrazione della zona rossa. Era accaduto una volta sedati i disordini degli irrequieti latinos che avevano battezzato Milangeles. Il regime di contenimento dei rischi non era facile da imporre a chi, per cultura e indole, coltivava comportamenti di comunanza fisica e condivisione di esperienze.

Con i ‘veneziani’ la contesa fu di carattere privato. La violazione dei contatti personali pareva essere una piacevole costante della loro quotidianità. A quanto aveva saputo Arcadi, la struttura interna del Venezia era sezionata in più compartimenti stagni sullo stesso piano. Un modello di costrizione necessario per stroncare tentazioni, che poi con il passare degli anni si erano addormentate. Al Venezia era rimasta la nomea di alveare ribelle, però ora riposava tranquillo sotto il velo della quiete metropolitana.

L’unica nota della passata stagione irrequieta era quel semicerchio colorato che partiva dallo spigolo della facciata trapezoidale per terminare sopra il bianco della cupola della serra. Un arco di più colori, dal blu al giallo, che forse un tempo aveva un significato simbolico. Così almeno aveva concluso Arcadi, che in quell’istante frenava per poi agganciarsi al pilone sopra l’alveare. L’asta a cremagliera l’avrebbe messo sulla direttrice successiva, il cavo a nord, quello teso sopra il canyon di Buenos Aires. Anche questo un nome che Arcadi associava con le rivolte latinos della fine degli anni ‘30.
Rispetto al canyon Pisani, Buenos Aires era più stretto e le due sponde più basse e ravvicinate. Le tempeste di microplastiche lo stavano progressivamente livellando.

Come tutta la metropoli del resto. Arcadi, senza staccarsi dagli esercizi mentali anti-vertigine, allargò il suo campo visivo, spostando di pochi gradi la testa. A sinistra poteva scorgere la sommità dell’alveare Centrale, il pilone lo evidenziava come una puntina su una mappa. Il tronco mozzato del Pirellone lo proteggeva sul fianco sinistro, mentre a nord si estendeva per almeno due chilometri la palude della ruggine. Arcadi non la vedeva, perché basse colline di cemento la nascondevano. A parte quel lato debole il Centrale era in buona posizione per difendersi dalle tempeste sempre più violente. Certo, Arcadi si chiedeva fino a quando. Alla sua destra gli ammassi di edifici crollati erano stati ferocemente piallati dalla forza del vento. Le travi spezzate e le armature di ferro in vista erano state indistintamente levigate da quella tremenda piaga meteorologica.

Il sole stava prendendo vigore e la luce scivolando giù dalle alte nuvole, stese a pellicola sulla regione, dipingeva una metropoli desertica. Un susseguirsi di gigantesche dune inframmezzate dagli spigoli di stabili che ancora erano scampati al degrado.

Arcadi il deserto l’aveva visto soltanto in olowall, erano panorami estremi, tipici di lontane latitudini, terre molto al di fuori dalla zona rossa. Però con quella luce e quell’umore addosso, non poteva fare a meno di associare l’aspetto della metropoli a una cellula sotto attacco. Il nemico non la affrontava direttamente: la indeboliva giorno per giorno, esaurendone gli anticorpi prima di piazzare il colpo decisivo. Gli amministratori ne erano certamente al corrente, si disse Arcadi, è un fenomeno troppo evidente perché sia stato trascurato. Avrebbe voluto parlarne con Rubagotti che come caposervizio era più vicino agli ambienti amministrativi. Ma il suo superiore era fuori gioco. Arcadi si sentì in colpa, avrebbe davvero dovuto chiamare la moglie di Rubagotti come gli aveva suggerito Mari.

Arrivato al pilone di Loreto, trenta metri d’acciaio e plastigum che svettavano solitari in una radura polverosa, Arcadi si promise di chiamare appena arrivato alla piattaforma di Lanzogorgo. Alla faccia delle premure di Brumana.

CAPITOLO 5

La mimetica simulò la corteccia scura dei rami sopra il grigio dei detriti di cemento dove affondavano le radici. Poi, mentre si spostava verso l’esterno del colle, il tessuto gradualmente si schiarì, abbandonando i motivi complessi delle braccia legnose per confondersi con le tonalità delle piastrelle e dell’asfalto sbriciolato.
La figura, a passo misurato, consapevole che gli amministratori avevano occhi ovunque e vista aguzza, si trovò un riparo. I resti di una passerella stradale, schiantati da decenni, avevano lasciato uno stretto passaggio che conduceva a un locale di servizio per le pompe anti allagamento. La tuta mimetica divenne ombra nell’ombra finché non si accese una torcia elettrica che venne poi appesa al muro. Mani guantate armeggiarono su un portatile: l’indice compose sei numeri sul disco combinatore.
“Sta arrivando.” disse l’ombra a un interlocutore non udibile.
“No. No. – ribadì in tono neutro – E se devo darti la mia impressione non lo trovo così temibile. Forse la fama dei liquidatori è un po’ esagerata, che ne dici?”
“Ok. Davvero? Non mi sto sbilanciando per niente. Non mi conosci abbastanza… e non mi spiace. Ci vedremo al punto di ritrovo.”
Il portatile sparì in una tasca della mimetica, la torcia elettrica venne spenta. La sinfonia di fogliame scosso e rami battuti dal vento tornò a dominare sul bosco spettrale.

Le domande sulla desertificazione e le inquietudini emotive di Arcadi si smorzarono quando la sua capsula varcò il confine metropolitano interno, all’altezza dell’alveare di Oscaretto. Era una costruzione molto più bassa rispetto agli altri alveari, il fatto che si affacciasse sulla periferia cittadina era stato tenuto in considerazione dai costruttori: la sua forma schiacciata offriva meno resistenza alle intemperie e, cosa non secondaria, rendeva l’edificio meno ‘bersaglio’.

Arcadi non si sentiva particolarmente attratto da quel genere di costruzione. Gli comunicava una sensazione di pericolo imminente e, forse, di sconfitta preventivata. Il pilone teleferico era al centro della piastra, spuntava da una cavità nella quale era stato ricavato lo spazio per la cupola della serra. Azionò con movimenti meccanici la leva per cambiare la direttrice della fune, usando pochissimo l’avanfreno. La ripartenza fu annunciata da una scossa un po’ brusca. Arcadi lasciò correre la capsula, ormai gli restava un solo scambio prima della destinazione, quello di Gabbo. Ma era una semplice piattaforma di transito, nessun insediamento nei paraggi.

La pianificazione degli alveari nella Zona rossa aveva seguito un criterio semplice: restare negli abitati. Forse altri esperti avrebbero ribaltato questa tesi sostenendo di poter operare al meglio su una tabula rasa, senza impedimenti di altre strutture, ma di terreno vergine la Zona rossa non ne disponeva molto. Gli Amministratori preferirono agire dove si concentrava la popolazione, dove la vita non si era arresa alla convivenza con il morbo.

Arcadi conduceva la capsula e seguiva un filo labile di riflessioni momentanee e ricordi scolastici, pensieri che sbocciavano spontanei quando era in viaggio. Un abbandono studiato: l’idea di spostarsi in una bolla plasticata e trasparente a circa 50 metri da terra può destabilizzare facilmente l’equilibrio di un inquilino d’alveare, che generalmente vive da segregato il 90% della sua esistenza.
Uno sguardo prolungato comunque gli era caduto sulle marcite del Lambro, un acquitrino che d’estate regalava stormi di rabbiosissime zanzare. E qualcuna incredibilmente riusciva a infilarsi negli alveari. 

Anche queste intrusioni per Arcadi erano un segnale di inefficienza delle amministrazioni. Una presenza del genere soltanto un paio d’anni prima sarebbe stata classificata come contaminazione di primo livello.
Il paesaggio periferico della Martesana regalava sempre delle novità e Arcadi era più rapito dalla curiosità che dalle vertigini. Chiazze di prataglia incolta e bruna si contendevano lo scenario pianeggiante, solcato da fossati naturali e crepacci. In particolare lo attiravano i grandi piazzali dei capannoni scoperchiati: sembravano scatole regalo abbandonate dopo una festa, piene di cianfrusaglie indecifrabili che avevano perduto le forme e i colori originali. Forse delle opere d’arte astratta, riplasmate dalla mano cieca della natura.
Arcadi rispettava la natura, era una delle leggi degli alveari, anche se quel rispetto era figlio della paura. Le amministrazioni erano nate per tutelare gli uomini dai suoi ‘scherzi’. Il più grosso terribile si chiamava virus. Trent’anni prima un’epidemia inarrestabile aveva devastato la civiltà globale, cancellandola e frazionandola in tante piccole resistenze locali. Alcune comunità, prive di risorse e divise negli intenti, erano scomparse lasciando in circolazione torme di viandanti affamati e laceri. Altre organizzazioni, gestite da élite di possidenti, si erano nascoste nelle profondità, in fortezze o località remote, tagliando ogni legame con gli altri superstiti continentali.

La Zona rossa era un’eccezione, dalla prima comparsa della crisi la sua amministrazione aveva saputo adattarsi all’emergenza con drastici provvedimenti, si era organizzata per promuovere risposte immediate e pianificare una gestione a lungo termine. Una gestione che aveva come punto fermo l’auto-isolamento dei singoli individui. Una precauzione per limitare la diffusione del virus in attesa di un vaccino risolutore. Ma il vaccino non arrivò mai.
La chiusura delle vie di trasporto, il collasso dei canali di comunicazione a lunga distanza, l’accaparramento delle risorse disgregarono nel giro di due anni duemila anni di storia. La lancetta della civiltà venne riportata indietro, in un’età imprecisata di egoismo armato, proprietà trincerate e terre selvagge.
Nella Zona rossa l’ordine si era mantenuto grazie all’unico principio antivirale valido: il contatto zero. L’eliminazione dei contatti umani toglie al virus i veicoli di diffusione, su questo principio drastico le amministrazioni costruirono il sistema degli alveari, unità plurime di autosufficienza per migliaia di residenti.
Non c’era posto per tutti. Ma non tutti erano disposti a pagare il prezzo d’ingresso: vivere da soli, confinati nelle cellapp. Tanti preferirono abbandonare la Zona rossa e tentare la fortuna altrove. 

Altri si ribellarono e cercarono di rovesciare l’autorità degli Amministratori. I disordini vennero sedati, anche se al prezzo di molte vite umane e distruzioni, però al termine degli scontri il processo di trasformazione della Zona rossa era diventato irreversibile. Gli amministratori avevano ottenuto la forza, le risorse e il consenso per completare il progetto di una comunità auto-isolata allo scopo di contrastare ogni patologia virale. Un progetto che aveva come principio costituzionale l’azzeramento dei contatti tra esseri umani.

Lanzogorgo era in vista. E c’era ben poco da vedere oltre il mastodontico pilone che reggeva la piattaforma di scambio. Le auto bombe del Fronte di Comunione Latina avevano devastato l’abitato durante la guerra incivile e le Amministrazioni avevano risposto con lanciarazzi e cecchinaggio indiscriminato. Una ricetta efficace per trasformare un’antica borgata in una discarica di rottami.
Arcadi diede un colpo leggero di avanfreno seguito da altri due, si era distratto un po’ lasciando correre i pensieri e la capsula nell’attraversamento della periferia. Poco male, pensò, ho parecchie cose da fare e uno scocciatore alle calcagna.
La capsula, decelerata a dovere, dondolò un poco mentre superava i margini della piattaforma protetti dalla barriera in plastigum. Docilmente si accostò al pilone e Arcadi fece scattare il gancio di chiusura: il meccanismo del pilone scartò la capsula sulla fune fuori servizio lasciandola penzolare un attimo sul lato opposto, quello dei veicoli non utilizzati.

Arcadi abbandonò l’abitacolo e scese dalla piattaforma di carico con una agilità impropria per qualsiasi altro inquilino d’alveare. Soprattutto dopo un viaggio sospeso per 21 chilometri. Ma un liquidatore doveva avere un approccio studiato e ovviamente una naturale predisposizione per operare all’Esterno.
Le piattaforme di transito erano in generale tristi e spoglie. Questa era ancora peggio. La tempesta l’aveva spazzolata perbene e il fondo di piastre metalliche era cosparso di almeno mezzo centimetro di granelli di plastica dura e fine sabbia di laterizio. Un grande mandala semi cancellato, così lo giudicò Arcadi mentre camminava diretto alle colonne di comunicazione. Addossati alla parete nord si vedevano degli armadietti di metallo corazzati. Cinque in tutto. Arcadi puntò al quarto, quello riservato all’Agenzia e con un click dello stilomat estratto dal gilet ne aprì la porticina.
Uno sbuffo di disinfettante nebulizzato lo investì facendogli sbattere le palpebre. Fissato alla parete in fondo si vedeva un ricevitore fisso con disco combinatore e in basso, agganciato alla parete dell’armadietto, un neutralizzatore. Sul piccolo ripiano c’erano un maglio con dieci caricatori, un pacchetto sigillato con le stampe dei rapporti sull’infiltrazione e un rotolo di olofogli che conteneva le mappe. Arcadi infilò quest’ultimo nella tasca del gilet di sinistra e il maglio nella destra. Era ansioso di leggere quei rapporti, voleva capire come erano riusciti a fregare Rubagotti. Neanche il tempo di aprire la busta che squillò il ricevitore.

CAPITOLO 6

Arcadi alzò la cornetta e venne stordito da una vocetta nota: “Ciao sono la Maviglia, dell’Agenzia. Tutto bene? Brumana mi ha detto di chiamare per sapere se hai ricevuto tutto. Intendo il maglio con i caricatori, la mappa aggiornata e i rapporti degli alveari di confine. Tra questi c’è anche il resoconto dello sfortunato Rubagotti, almeno quello che ci ha riportato chi lo ha soccorso, perché dallo scontro il poveretto non ha ripreso conoscenza. Ma tutti i liquidatori degli alveari sono già in allerta sai? E sono convinta…”
Arcadi si sentiva mancare il respiro: non la poteva soffrire. Non c’era modo di discutere con Maviglia, era un fiume verbale che riversava a precipizio nelle orecchie dell’ascoltatore. Nessun modo di interloquire, scambiare informazioni, dovevi soltanto attendere che si scaricasse. E, quando avveniva, solitamente Arcadi salutava per levarsela di torno.
“Sì sono proprio convinta che devono essere disperati quelli dell’Esterno per arrivare qui in nove. Dico nove, vero? Era da tanto tempo che non se ne infiltravano così tanti. Forse due o tre anni. Se non contiamo la crociata dei podisti falciati dagli alveari di confine giù nel Mocrenese…”

Arcadi intanto cercava di sbirciare i testi dei rapporti: dalla busta trasparente leggeva gli stampati lunghi e stretti su carta da plotter. Caratteri sottili che raccontavano della segnalata infrazione di confine nei pressi di Maggior Casale: avevano attraversato il fiume schivando le mine. Ma giunti a riva le nuove fotoelettriche avevano tracciato il passaggio di nove individui.
Da buon liquidatore, Arcadi notò subito un dettaglio anomalo: i nove infiltrati si erano mossi in gruppo e non avevano puntato verso gli abitati. Di solito i portatori di contagio non vedevano l’ora di saccheggiare le proprietà degli alveari. I nove infiltrati seguivano un percorso per inoltrarsi il più possibile nella Zona rossa.
Un flash doloroso, la vista di Arcadi si oscurò. Poi tornò il respiro, lungo la schiena e sul braccio destro bruciava un solco infuocato.
“Preso!” strillò una voce carica d’entusiasmo.
Arcadi si ritrovò abbracciato all’armadietto, si era aggrappato per non cadere a terra. Con la mano stringeva ancora la cornetta, ma il filo era tranciato.

La manica della sua camicia bianca era squarciata fino al gomito e del sangue gocciolava sulla sabbia ai suoi piedi. Strani schiocchi vibravano minacciosi nell’aria. Arcadi si girò con circospezione: mise a fuoco un’ombra rossa che oscillava alle sue spalle, lontano una ventina di metri. Era una figura larga di spalle, le gambe sembravano le punte di un compasso, sempre in movimento.
“Avanti! Prova a muoverti, attacca! Rispondi alla sfida del Diavolo Coraggioso!”
Arcadi senza accennare passi, mollò la cornetta che cadde a terra, con l’altra mano cercò subito il maglio, lo tastò prima di impugnarlo ancora dentro la tasca. Fortunatamente era già carico.
“Non ti è piaciuta la mia frusta? Forse è meglio che assaggi anche l’altra!”
Prima che il colpo potesse raggiungerlo, Arcadi aveva piegato le ginocchia: la frustata sibilante gli sfiorò l’orecchio per abbattersi contro l’armadietto.
“Uh, uh, uh! Abbiamo un furbo! Un furbone che non vuole prendere lezioni di ballo dal Diavolo Coraggioso.”
Arcadi sgattaiolò per mettersi al riparo dietro gli armadietti. Un’altra frustata lo carezzò sopra la schiena. Il gilet protettivo stava facendo il suo mestiere, ma il colpo non era stato indolore. Cercò di riprendere fiato, rannicchiato dietro gli armadietti. Sull’avambraccio destro la pelle era stata grattata via come da una lima. Arcadi tentò di tamponarsi con i brandelli della camicia. Ma un movimento percepito con la coda dell’occhio lo fece desistere. L’ombra rossa era alla sua destra e si stava arrampicando sulla piattaforma della teleferica, usando la frusta per accelerare il passo.

Istante dopo istante Arcadi metteva a fuoco il suo aggressore: era una massa di muscoli in calzamaglia, le sue braccia muscolose erano avvolte da tubi flessibili che terminavano in uno zainetto caricato sulle spalle. Utilizzava le fruste come estensioni delle braccia, per colpire e spostarsi.
Il Diavolo Coraggioso ondeggiò il braccio e la frusta si avviluppò al pilone; subito si issò sulla sommità della capsula. Apparentemente senza fare sforzi. Arcadi concluse che le fruste non le usava a forza di braccia, erano gestite con un meccanismo retrattile. Probabilmente nello zaino che il Diavolo aveva sulle spalle, c’era un argano o un dispositivo di riavvolgimento. La fortuna l’aveva davvero aiutato, considerò Arcadi, un colpo ben assestato con quell’arma poteva spezzare le vertebre.
“Mi vedi? – gridava il Diavolo Coraggioso sventolando la frusta libera – Guardami bene liquidatore, perché sono venuto apposta per te. Ho un grande spettacolo da proporti. E ho anche il titolo: come liquidare un liquidatore!”
Il Diavolo Coraggioso spiccò un balzo e la frusta che teneva con la destra si avvolse al cavo della teleferica reggendo il suo peso. Si mise a oscillare come un pendolo, per poi iniziare a scorrere in avanti verso l’uomo. La frusta di sinistra mulinò a vortice, come per creare un bizzarro effetto elica.
Arcadi era quasi incantato dall’abilità del Diavolo rosso, un incredibile acrobata, ma anche un folle, un potenziale omicida. Andava liquidato. Avrebbe cercato di capire dopo se era un infiltrato oppure qualche sofisticato folle, scappato da un cellapp di contenimento degli alveari.

Il Diavolo Coraggioso si muoveva nella sua direzione, sospeso a meno di due metri dal fondo della piattaforma. Il mulinello della sua frusta sibilava sinistro. La calzamaglia sul viso gli lasciava scoperti soltanto naso e bocca. La bocca era aperta, ma i denti stretti, serrati dai ‘morsetti’ delle mascelle. Arcadi calcolò i tempi, poi si lanciò in una piroetta, rotolando sotto i piedi penzolanti del Diavolo. La frusta mulinante lo mancò.
Ma l’azione non poteva concludersi così. Arcadi era in vantaggio, perciò con grande sforzo si rimise in piedi e corse verso la figura rossa appesa alla fune della teleferica. Spiccò un salto e si aggrappò con tutto il suo peso alle gambe dell’uomo.
Arcadi voleva farlo cadere sulla dura superficie della piattaforma e risolvere la questione in un corpo a corpo, ma la frusta meccanizzata reggeva sorprendentemente bene il peso di entrambi. Scivolavano verso il bordo della piattaforma, torcendosi come due pesci presi all’amo. Il Diavolo era un osso maledettamente duro, rilevò Arcadi, proprio mentre andava a sbattere con la schiena contro la protezione in plastigum.
Scalciando, il Diavolo Coraggioso si era liberato della sua presa e prima che Arcadi potesse voltarsi, la lingua sottile della frusta gli si arrotolò al collo. Il Diavolo rise sonoramente: “Preso!”
Arcadi si portò le mani al collo per liberarsi dalla lingua setolosa della frusta, ma il Diavolo aveva messo a segno un buon lancio: lo teneva bloccato di schiena e lo stava strangolando, neanche troppo dolcemente. Anzi, tirando con l’ausilio meccanico, lo stava sollevando piano piano per portarlo oltre il bordo. L’effetto sarebbe stato una impiccagione in piena regola.

Arcadi non riusciva a respirare. Per prima cosa tirò un lembo della cravatta: il tessuto nero si gonfiò in una sciarpa protettiva che si oppose alla stretta della frusta. Qualche millimetro guadagnato per un respiro. Arcadi però non perse tempo a sbrogliare la presa della frusta, passò al contrattacco. Ormai le punte dei suoi piedi non toccavano più il pavimento della piattaforma. Il Diavolo ridacchiante voleva trascinarlo nel vuoto.
Arcadi non oppose resistenza, si sdraiò sulla barriera protettiva della piattaforma con la schiena ancora indolenzita per i brutti colpi subiti. Vide il Diavolo alla rovescia: la sagoma rossa con il braccio sinistro appoggiato alla sottile frusta avvolta alla fune della teleferica. L’altra frusta invece era tutt’uno con il braccio: un osceno tentacolo strangolatore. Le gambe del Diavolo continuavano ad aprirsi e chiudersi in maniera ridicola, una manifestazione di gioiosa frenesia che disgustò il liquidatore.
La sinistra non era la sua preferita, ma in quella mano aveva infilato il maglio e quella doveva usare. Distese il braccio sopra la testa cercando di mirare al Diavolo oscillante. La vista ricominciava ad annebbiarsi, la stretta della frusta lo stava soffocando. Arcadi aveva un solo colpo.

CAPITOLO 7

Spirito d’osservazione, dettagli rilevanti, pronta iniziativa. Arcadi comprese perché il Diavolo Coraggioso sbatteva le gambe: cercava stabilità per trascinarlo fuori dalla piattaforma. Per riuscirci era meglio dondolare il meno possibile. Ciò significava che per qualche istante sarebbe stato fermo abbastanza per diventare un bersaglio accettabile.
Rovesciato sulla schiena, non era certo una posizione tipica delle esercitazioni di tiro. Arcadi fece il possibile.
Il maglio lanciava quattro dardi filoguidati con carica stordente. Mirare era quasi impossibile mentre i polmoni iniziavano a lamentarsi per l’apnea.
Arcadi fece partire il colpo: due dardi andarono a segno nel torace del Diavolo. I suoi sberleffi cessarono immediatamente, la bocca si torse in una smorfia e poi chinò la testa. Il Diavolo Coraggioso rimase a penzolare come un ragno addormentato. Arcadi si liberò subito della frusta che lo stava strangolando e tolse il maglio scarico, mentre riprendeva a respirare con regolarità.
Era il momento di chiedersi chi fosse quel maniaco della frusta. Un fruscio alle sue spalle lo fece rabbrividire: la frusta che teneva appeso il Diavolo Coraggioso si stava srotolando. In un attimo lo vide precipitare. Ancora privo di sensi. Divenne una macchia rossa che andò a perdersi trenta metri più sotto, tra i detriti e i rottami. Una caduta a filo di piombo e senza un fiato.
Arcadi, dolorante e a passo incerto, tornò all’armadietto. Mise nelle tasche tutto il materiale e poi tolse dal gancio il neutralizzatore. Era uno stretto cilindro, lungo 50 centimetri con due impugnature dotate di grilletto. Si poteva smontare in due pezzi, cosa che Arcadi fece, per poi agganciare le impugnature alla sua cintura.

Chiuse l’armadietto sospirando, si chiedeva se avrebbe avuto la forza per scendere dalla piattaforma a cercare il cadavere del Diavolo Coraggioso. Era una procedura abbastanza complicata, anche per un liquidatore in condizioni ottimali. Però doveva farlo.
Andò alla capsula e si sedette al posto di guida, senza trattenere un vivace lamento quando si abbandonò allo schienale. Come prima operazione, inondò l’abitacolo del solito cocktail di disinfettante nebulizzato. Aprì il kit sanitario d’emergenza sotto il sedile e passò sulla ferita dell’avambraccio un tubetto di geloe, protettiva e cicatrizzante. C’era anche una barretta di ipervitamina, la divorò un tre bocconi. Mentre masticava Arcadi ripensò all’aggressione: quel tizio strano non sembrava arrivato lì per caso. Era evidente che mirava a lui. O comunque ce l’aveva con i liquidatori. Le sue parole erano esplicite quanto le sue frustate.
L’altro punto da chiarire era: come faceva a sapere che un liquidatore sarebbe passato di lì? Per Arcadi era una coincidenza sospetta che un soggetto così determinato e aggressivo fosse captato proprio mentre passava lui. Certo, poteva anche essere un maniaco certificato: forse se la sarebbe presa allo stesso modo con un manutentore o un inquilino in transito.
La seconda cosa bizzarra era l’armamentario del Diavolo Coraggioso: fruste. Un’arma antica, che escludeva il contatto fisico. Una scelta strana, in linea con l’imperativo degli Amministratori: il Contatto zero. Arcadi si immaginò alle prese con le fruste del rosso in calzamaglia e scosse la testa. Non gli sembravano per niente pratiche. Ridacchio tra sé: sarebbe stato capace di amputarsi un orecchio al primo allenamento.

Dalla calotta della capsula si vedevano isole di nuvolaglia bassa che si spezzavano e ricomponevano. Le colonne di luce tastavano la pianura che in apparenza aveva poco da offrire, ma la natura sapeva trovare la sua strada ovunque.
Arcadi calcolò che il lavoretto di ricerca cadavere sarebbe terminato verso mezzogiorno e doveva darsi una mossa se voleva andare a trovare Rubagotti. La schiena gli faceva ancora male, prese una pastiglia ricostituente e si raddrizzò per impugnare le leve.
Sganciò la capsula e la fece ruotare su se stessa in modo da mettersi in carreggiata. Sull’avanfreno diede soltanto un accenno. Il Diavolo non era caduto molto distante dalla piattaforma, doveva fermarsi poco più in là del bordo. Sulla sommità dell’abitacolo, dove la capsula si congiungeva all’asta c’era un vano protetto da un cuscino rimovibile. Arcadi lo levò e scoprì la manovella che serviva alla regolazione verticale della capsula.
Era l’unico modo di scendere a terra dalla piattaforma. Non esistevano scale di servizio o uscite d’emergenza. Il sito doveva restare completamente isolato, indipendente e sostituibile nel caso fosse compromesso. Tutte le grandi operazioni di manutenzione venivano svolte per via aerea dalla Flotta mobile delle Amministrazioni.
I canali degli olowall dedicavano trasmissioni speciali per raccontare le grandi imprese degli sciami di droni amministrativi. Erano meccanismi telecontrollati, istruiti per la raccolta del materiale, il trasporto nelle centrali di trasformazione e infine la collocazione di una vasta gamma di manufatti: dagli oggetti d’uso quotidiano negli alveari fino alle grandi installazioni, come i piloni delle piattaforme o le vasche di fusione dei centri di raccolta.
Da bambino Arcadi non se ne perdeva uno di quei programmi di pubblica istruzione. Ma l’aspetto tecnologico non era la cosa che l’attirava di più.

Certo, vedere centinaia di moscerini ronzanti che sollevavano strutture mastodontiche era impressionante. Il piccolo Erik Arcadi che guardava le grandi opere condotte da remoto, si beava soprattutto di una intensa sensazione di potenza. Una potenza che lo investiva di una missione in qualità di membro della comunità degli alveari.
Gli Amministratori concentravano nelle loro mani il risultato di antiche sapienze, le loro conoscenze tecniche e sociali mettevano la comunità al riparo dalle tante insidie del vivere.
Erik Arcadi sentiva di essere parte di una grande forza indirizzata nella giusta direzione: sopravvivere. Contro tutto e tutti. Nel solco della sana osservanza della natura e delle sue leggi evolutive. Una natura che, spiegavano gli Amministratori, aveva imposto il contatto zero.

Con qualche scossone, dovuto alla gestione manuale di Arcadi, la capsula calava di quota. Mezzo metro per volta. Malgrado l’oliatura iniziale, il meccanismo non rispondeva docilmente al giro di manovella. L’operazione era piuttosto inusuale, una misura d’emergenza che raramente veniva utilizzata.
Giunto a meno di mezzo metro da terra, Arcadi si preparò allo sbarco. Sapeva che la superficie delle aree devastate era altamente pericolosa. Non era detto che quelle lastre di cemento e calcestruzzo fossero stabili. Magari reggevano soltanto il suo sguardo. Al primo piede appoggiato si sarebbero sbriciolate trascinandolo in un abisso.
Arcadi sollevò le sedute dei sedili posteriori che custodivano un vano di attrezzi. Prese un piede di porco e si sporse dalla capsula: la sbarra era lunga abbastanza per saggiare la consistenza del terreno. Diede tre colpi sulla lastra che stava proprio sotto la capsula. Il suono gli parve concreto e si decise a sbarcare.

Vista da terra la devastazione di Lanzogorgo faceva ancora più impressione: un paesaggio lunare, ma con una nota malinconica aggiuntiva dovuta al fatto che su quella terra di nessuno un tempo non lontano c’era stata della vita.
Arcadi non immaginava che tipo di vita: certamente più promiscua e incurante degli attacchi virali, altrimenti non sarebbe diventata un’area inerte della Zona rossa. Non bisogna voltare le spalle alla natura, pensò, chi lo fa si ritrova al tappeto, uno zerbino per il prossimo predatore.
Nelle sue prime uscite, gli era capitato di paragonarsi ad un animale da preda, bravo a seguire piste ed eseguire tattiche letali. Poi, passata l’ebbrezza del sangue, Arcadi era entrato in una concezione amministrativa del suo lavoro: era un anticorpo, difendeva gli alveari dalle insidie dei territori esterni alla Zona rossa. Gli infiltrati erano minacce potenziali alla stabilità del mondo creato dagli Amministratori e andavano neutralizzati.
Quel Diavolo Coraggioso era stato un osso duro, considerò Arcadi mentre picchiettava il cemento. Il blocco sul quale si stava muovendo pareva ben solido, così si avventurò verso quello che aveva l’aria di un crepaccio. Poteva semplicemente essere una veranda sventrata o la bocca di un garage interrato. Se il suo aggressore era piombato lì sotto, la sua ricerca sarebbe stata complicata. Non aveva mai fatto una cosa del genere. Almeno per quel che poteva ricordare, al rientro delle missioni era obbligatoria una visita dall’Equalizzatore emotivo. Chi affrontava l’Esterno non andava soltanto sterilizzato da eventuali contaminazioni fisiche. Gli Amministratori avevano disposto un procedimento di ripulitura dalle emozioni e dalle forti impressioni che un addetto poteva ricevere durante le escursioni. Gli alveari andavano protetti, le comunità tutelate dalle interferenze dannose.
Dopo una seduta con l’Equalizzatore ci si sentiva meglio, il peso delle ansie e dei ricordi ossessivi diventava lontano, come un rifiuto da differenziare.

Arcadi in quel momento avrebbe voluto alzarsi dalla poltrona dell’Equalizzatore: non gli piaceva l’avvio preso dalla missione e non gli piacevano le aree inerti. Sentiva un brivido di pericolo sotto la pelle. Si sporse sull’orlo del crepaccio con grande cautela: una fetta di buio, netta come lama di rasoio, inghiottiva l’estremità più profonda. L’oscurità risuonava di un alito di vento sotterraneo che trasmetteva l’idea di una dimensione inesplorata e ostile. Quel richiamo dell’antro rendeva nervoso Arcadi.
Il mosaico delle piastrelle da bagno a motivi floreali che si apriva qualche spanna oltre i suoi piedi non lo rilassava per niente. Una coperta di quadratini gialli, beige, verdi e azzurri decorati da petali, gigli, felci e ciuffi di anemoni. Sembrava tappeto steso perbene per attirare qualche insetto curioso. Arcadi aveva proprio quella spiacevole impressione.
Se il Diavolo Coraggioso era cascato laggiù, come poteva recuperarlo, si chiese. Forse conveniva…
La terra tremò. Un sussulto molto breve. Ma in Arcadi scattò l’interruttore della paura. Le gambe divennero due morse di ferro, inchiodate alla lastra di cemento che aveva traballato.
Il tremore si era spento in pochi istanti, improvvisamente così come si era manifestato. Arcadi non aveva mai sperimentato un terremoto, ma ne conosceva bene gli effetti. A quel fenomeno naturale gli Amministratori non avevano rimedi, soltanto cure.
Arcadi, ancora paralizzato dallo spavento, udì uno schianto, un suono metallico che proveniva da est. Girò la testa in quella direzione giusto in tempo per accogliere un secondo tremito.
Stavolta il cemento sotto i suoi piedi rispose al sussulto con una ragnatela di sottili venature che cresceva sollevando sbuffi polverosi. Arcadi osservò con terrore la ramificazione delle crepe raggiungere i suoi piedi.
Il tremito cessò. Arcadi non s’azzardava a respirare. Però vide qualcosa in fondo alla spianata di Lanzogorgo: una figura strana, una sintesi tra l’uomo e il granchio. Al posto delle braccia aveva due grosse chele e le usava come dei martelli per percuotere la superficie già martoriata.
In quell’istante il granchio-uomo sollevava le chele per scatenare il terzo micro sisma.
Non ci fu il tre. Non per Arcadi. La crosta di cemento che lo reggeva andò in pezzi e lui volò giù. Nella bocca dell’abisso.

CAPITOLO 8

Come spesso gli capitava, Arcadi fu fortunato nella sfortuna. Era caduto da una decina di metri, poteva tranquillamente rompersi l’osso del collo o qualche altro organo di uso comune. Invece il gilet aveva ammortizzato l’urto e poi era scivolato su un corridoio lastricato dalle piastrelle che aveva ammirato. Era andato giù nella bocca oscura dell’abisso di cemento, ruzzolando e trottolando fino a fermarsi su un mucchio di calcinacci e intonaco triturati finemente dal tempo.
La nuvola di polvere scaturita dal suo impatto quasi gli levò il fiato. Era da parecchio che là sotto non si facevano pulizie. Giusto qualche decennio. Arcadi tossendo si rialzò in piedi. Guardò in alto, verso la luce che indicava la via d’uscita dalla trappola. La rampa sulla quale era ruzzolato aveva una notevole pendenza e pochi appigli visibili. Per quanto riusciva a scorgere Arcadi, le pareti dei bagni di quel palazzo sventrato si erano combinate e srotolate sotto un edificio vicino, ugualmente piallato. Le ondate di luce della tarda mattinata rimbalzavano sulla discesa piastrellata, ripida e liscia. Non gli era mai capitato di desiderare tanto l’Esterno.
Soltanto in un secondo momento Arcadi realizzò che il buio che l’aveva inghiottito non era poi così buio. Filamenti di erebofile, le colonie di microfunghi ricchi di luciferina, rischiaravano la scena: si trovava in una grotta artificiale costituita dalla facciata di un condominio. A destra e sinistra Arcadi aveva individuato dei balconi dalle ringhiere disarticolate. Le erebofile si avvinghiavano alle sbarre di ferro arrugginite e contorte illuminando un tunnel non concepito da alcun architetto.
Mentre Arcadi rifletteva sulla possibilità di trovare una via d’uscita alternativa, si accorse di non essere solo in quell’antro polveroso.

“Tutto bene gente?” gracchiò la voce di un uomo nell’ombra.
“Cosa è successo? Un terremoto?” chiese una donna.
“No, no, no, è cro-cro-crollato qualche palazzo.” sostenne un giovanotto.
“Ma che dici? Non c’è nulla in piedi per chilometri!” lo schernì un altro uomo.
“Saranno quei bastardi degli alveari! Trafficano e spaccano di continuo con i loro maledetti droni.”
Le parole e il tono di quest’ultimo personaggio consigliarono ad Arcadi estrema cautela. Se quella gente non era infiltrata, di certo non apparteneva alle comunità degli alveari: irregolari, predatori.
Pensò quindi che fosse meglio tenersi in disparte e non farsi notare.
“Ehi, tu! Dico a te col gilet e il cravattino. – disse la voce gracchiante che proveniva da dietro una grossa ombra squadrata – Vedi di saltare ai pistoni, ne ho visti abbastanza di furbi che salgono senza macinare.”
“G-Già, se-senza macinare!” rimarcò il giovane che uscì dall’ombra. Aveva un casco da minatore con torcia frontale accesa e un tulipano arancione, presumibilmente di plastica, infilato nell’elastico degli occhialoni da saldatore. Era un giovanotto di vent’anni scarsi, magro, guance scavate e barbetta. Indossava una canottiera gialla a macchie di varia pigmentazione, larghi bermuda neri e stivali da pescatore. Al collo aveva una catena con lucchetto a forma di cuore.
“Se-sentito co-Cosa ha detto Giommi, a-alle macine, dai!”
“Anche tu sei di turno Pit, non pensare di sfangarla.” La voce gracchiante si incarnò in un personaggio in camice bianco sporco ma non lacero.

Occhiali a led con la scritta ‘Hell-oh!’ Che gli copriva la fronte. Il suo mento era ispido e storto. Ad Arcadi parve riassemblato malamente dopo un incidente.
Un sonoro ‘snap’ annunciò l’accensione di un filare di luminarie che mostrò la vera identità della grossa ombra: era un vecchio furgone. Un grosso scatolone di lamiera senza tetto che poggiava su ruote, pneumatici pietosamente foderati di rifiuti plastici. L’interno era stato abilmente sventrato per farne una vettura a dodici posti, con tanto di pedane laterali. Una curiosità carica di novità per Arcadi che conosceva la teleferica come unico mezzo di spostamento nella Zona rossa.
Prima di avvicinarsi ad ammirare l’insolito apparato di locomozione, Arcadi di soppiatto cambiò i filtri che aveva installati nelle narici e si nebulizzò volto e mani scoperte.

Il braccio ferito era già disinfettato. Era facile immaginare che quegli strambi soggetti avessero atteggiamenti promiscui, sicuramente poco rispettosi di distanze ed elementari protezioni. Alle orde dell’Esterno salute e armonia importavano poco rispetto all’orgoglio di mantenere il proprio stile di vita: libertà la chiamavano.
“Ehi! Anche voi quattro incappucciati! – gracchiò Giommi, che aveva l’aria di essere un capo carovana – Anche se siete il gruppo spalla di stasera non me ne frega niente: vedete di remare come tutti gli altri!”
Arcadi, con l’aiuto delle luminarie che cingevano le fiancate del furgone, diede un senso alle parole guardando i quattro giovani che balzavano dalla pedana ai sedili. Davanti ai posti di tutti i passeggeri c’erano sbarre con doppia impugnatura che terminavano dentro le voluminose portiere.
Arcadi intuì che quello era il meccanismo principale del motore e il combustibile consisteva nelle braccia dei passeggeri: macinando si caricava un sistema di ingranaggi che trasmetteva spinta all’asse al quale erano attaccate le ruote. Una trazione animale insomma.
“Ehi bamboccio! Vieni a ruotare con me!” Era la donna che aveva parlato prima. Una ragazzona dalle labbra rosse e la carnagione scura. Il bianco dei suoi occhi risaltava intenso nella semioscurità di quella caverna di macerie. Ma risaltava meno del suo profumo: una nota di limone che bruciava… alcol! Un afrore stordente che Arcadi avrebbe evitato volentieri per non mettere alla prova i suoi filtri.
“Mi-Milly hai tro-trovato l’a- amichetto, eh?”

“Fatti gli affari tuoi, ratto!” lo fulminò facendo ciondolare una collana di palline di plastica su una mantella plissettata quanto una minigonna. Per il resto la ragazza indossava dei jeans dorati con strappi laterali e scarpe a zeppa bianche che all’occorrenza potevano diventare letali armi di difesa.
Arcadi si fece forza. Doveva avvicinarsi. Doveva infrangere la distanza limite del metro di sicurezza. C’era anche la possibilità d’essere toccato: il reato del contatto zero. Perciò Arcadi seguì la procedura dettata dall’Equalizzatore: liberare la mente dall’ansia, concentrarsi sui dettagli, lasciare scorrere il pensiero nell’azione.
Non fu difficile, Arcadi doveva badare a non inciampare sulla pedana attorno al furgone. Reggersi alla portiera saldata e scivolare sui sedili nella penombra era una manovra abbastanza impegnativa da fargli dimenticare che si stava accostando a una donna. E per una distanza inferiore ai 50 centimetri.
Arcadi arrivò a sedersi, mise le mani sulla barra unta. Le sue labbra si contrassero in una smorfia di disgusto che dissimulò in un sorriso offerto a Milly. La ragazzona lo stava osservando, anzi gli respirava addosso! Milly non era per nulla distratta dagli sberleffi enigmatici che si scambiavano i quattro incappucciati del gruppo spalla. Arcadi stimò che fossero quattro ragazzini: non facevano che darsi spallate e apostrofarsi con suoni gutturali: un dialetto?
“Guarda che braccio! – esclamò Milly – Ti sei fatto male quando Giommi ha inchiodato?”
“Ah, non è niente, solo un graffio.”
“Dovrebbero levargli la patente a quel fungo umano…”
“Ohè, dietro: dateci dentro dobbiamo ricaricare. Uno, due tre, via!”

Tutti e otto, Giommi e Pit in testa, piegarono le schiene e insieme, seguendo il ritmo, fecero ruotare le aste. Un lavoro più semplice del previsto, osservò compiaciuto Arcadi. Continuarono così per quasi cinque lunghi minuti, inframmezzati soltanto dagli sghignazzi degli incappucciati e dagli sbuffi di Pit che non pareva molto in forma. Giommi diede l’alt e poi zampettò al posto di guida scivolando dietro il volante, facilitato dallo strato d’unto sopra il sedile. Girò una manopola piazzata in mezzo al cruscotto e il furgone si mise subito in movimento.
Ci spostiamo alla velocità di un carico di gramigna pressato su una cariola, pensò Arcadi. E fu l’ultimo suo pensiero prima del… contatto.
“Bravo mister Muscolo!” disse Milly dandogli un buffetto sulla guancia.
Pelle – carne – vasi sanguigni – ossa – pelle – sudore – batteri – sporco – infezione – pelle – contatto – infiammazione – febbre – paura – pelle – carne – terra – pianta – vita – pelle.
“Ehi, che cosa ti piglia, stai bene?”
Arcadi si riscosse dal suo mantra antipanico, un trucco insegnatogli dall’Equalizzatore.
“Certo, certo, solo un crampo…”
“Dove? Fa vedere: sono una massaggiatrice di primo livello.”
“NO!” strillò Arcadi.
Tutti sul furgone si girarono verso di lui.
“Niente, solo un crampo. È andato.”
“Lascia perdere il giovanotto, Milly – brontolò Giommi – Non vedi? È uno di quei puzzalnaso del fiume, è venuto a fare affari mica a divertirsi.”
I riflettori dell’attenzione puntati su Arcadi si spensero. Gli incappucciati tornarono a confabulare tra loro, Pit scavalcò la fila di sedili per mettersi a fianco di Giommi. Milly invece guardava il paesaggio in movimento stuzzicando la collana di plastica: la volta del tunnel, costituita dalla facciata del palazzo, si era combinata con il relitto di una sopraelevata. I guardrail corrosi rimandavano nel sottosuolo la pallida luce superficiale. Giommi poteva schivare meglio i mucchi di mattoni delle antiche case che non ce l’avevano fatta.
Arcadi ebbe modo di ricomporsi e riallacciare il nodo dei suoi pensieri. La traccia principale era la tipologia della gang che lo ospitava: sbandati. Gente che sopravviveva di quanto ancora regalavano le rovine della Zona rossa. Ribelli. Soggetti che rifiutavano la legge degli Amministratori. Sconfitti. Erano i discendenti di coloro che avevano perso la battaglia per la gestione delle antiche città.
Non sembrano ostili, pensava Arcadi, ma bisogna tenere gli occhi aperti: non voglio concludere la missione dentro un calderone, la portata a sorpresa si chiama… Erik.
“Che hai da ridere?” gli chiese Milly corrugando la fronte.
“Ah, no niente. Pensavo a questo mezzo di trasporto. Lo sai che un tempo la gente aveva auto per spostarsi. La maggior parte viaggiava da sola. Ora è il contrario. Anzi senza braccia la macchina non avanza.”
La ragazzona sbuffò: “Proprio un ragionamento da Neolib. Sapete pensare solo a quello.”
Arcadi stava per chiederle chiarimenti ma il furgone sobbalzò. Giommi tolse il contatto per risparmiare la carica: stavano scendendo su una rampa malamente rischiarata dai grappoli di erebofile. Nell’oscurità del fondale gli occhi decifravano a fatica le tracce di una curva. Il furgone aveva imboccato una pista per le viscere della terra. Arcadi si fece ancora più inquieto.

CAPITOLO 9

I casi erano due: o Giommi aveva fatto quella strada migliaia di volte oppure era un pilota dotato di senso radar. Arcadi dal suo sedile non vedeva le curve in fondo ai brevi rettilinei, se non quando il furgone si inclinava leggermente sulla sua sinistra. Alla terza svolta calcolò che stavano scendendo in profondità di almeno duecento metri. E a una velocità che faceva sperare nella tenuta perfetta dei freni.
I pneumatici plastici erano messi a dura prova, qualche frammento li abbandonava causando scossoni e fremiti che scatenavano l’ilarità di Pit e dei quattro incappucciati.
Anche Milly ridacchiava, ma Arcadi sentiva che il suo sguardo era cambiato: dall’accoglienza di un cercatore di fortuna alla consapevolezza di avere al fianco un tipo sospetto.
La quarta curva, dal raggio più corto, venne accompagnata da un entusiastico “oooooh!” di tutti i viaggiatori. Arcadi capì che era la soddisfazione di chi ben sapeva dove andare a parare.
L’ambiente era ben illuminato da luci rosse d’emergenza e dai soliti grappoli di erebofile. Giommi fece un lungo giro schivando pilastri di cemento e qualche carcassa arrugginita che ormai pochi riconoscevano come dei suv.
Fischi di approvazione e grida arrivarono dal pubblico già accomodato. Dei tizi dalle facce dipinte di bianco che indossavano lunghe palandrane nere davano bastonate a vecchi bidoni producendo un rombo che echeggiava tra pareti e colonne.

Mentre Giommi parcheggiava abilmente il furgone ondeggiante con un solo lungo colpo di freno, Arcadi completava la sua valutazione su quel luogo. Era un piano interrato, l’ultimo, forse un rifugio-deposito dei tempi andati. La disposizione dei pilastri suggeriva che si era voluto lasciare più spazio possibile, frazionandolo però in unità rettangolari. Ad Arcadi ricordò subito il progetto costitutivo degli alveari: unità singole assemblate per costituire una più grande costruzione comune. Gli Amministratori fondavano la loro conoscenza su un sapere che andava ben oltre i disastri, si disse Arcadi, sentendosi fiero di rappresentare un sistema così efficiente e superiore all’orda cenciosa e spelacchiata che gli stava davanti.
Il raduno contava un centinaio di persone. Un ammasso pauroso per Arcadi, i mantra dell’Equalizzatore calmieravano però la sua paura, i filtri nel naso lo isolavano dall’aggressione degli odori a piede libero. La folla esibiva grande varietà di costumi raffazzonati e facce scavate che riflettevano la precaria condizione degli sbandati. Gruppi promiscui costretti a vivere nascosti, a rovistare nella terra per ricavare i mezzi necessari a sopravvivere.
Una volta quelle persone avevano un nome preciso, pensò Arcadi, Zaverio me l’ha detto: archelogi, arcanogli o qualcosa di simile.
Grida festose degli arlecchini spettinati accolsero l’arrivo del quartetto degli incappucciati, che zampettarono sfoggiando scarponi da cantiere al centro di un’arena delimitata da auto demolite e bidoni imbottiti di scarti plastici. 

Tra la cerchia plaudente Arcadi individuò dei fiocinatori di cinghiali muniti di visore notturno ormai esaurito, le smilze mollettatrici, cavalcatrici di cavi e ladre di energia, gli scavatori col badile pieghevole allacciato alla schiena e la piccozza ciondolante al fianco, le collettatrici nei lunghi cappotti pelosi dagli interni multitasche. Volti uniformemente segnati dalle fatiche e da uno sporco ormai refrattario all’acqua.
Al centro dell’arena arrivò uno dei tizi in palandrana nera sfoggiando un cappello a cono. I baffoni a spazzola gli davano l’aspetto di una ridicolo di una foca imbronciata, però nessuno degli spettatori aveva mai visto una foca e il suo intervento venne accolto da un serioso silenzio.
“Benvenuti! Benvenuti amici! Benvenuti ospiti! Benvenuti alla Farmateca del Gorgo!”

Urla e applausi scattarono con tempismo collaudato e sottofondo rullante dei tamburini metallici.
“Prima di iniziare si esibiranno per noi, giunti dalla Sebinia, I quattro di Loverpool!!!”
Altra infilata di applausi e tamburi, ma breve. I quattro si disposero schiena contro schiena, poi si misero a sedere nella posizione del loto. Tutto con movimenti sincronizzati. Il pubblico seguiva con occhi sgranati e silenzio rispettoso.
Per Arcadi fu una sorpresa quando si scappucciarono quattro signori calvi. Crani abbronzati, occhi vispi, ma rughe visibilissime. Potevano tranquillamente essere dei coetanei di Zaverio, concluse Arcadi mentre li guardava estrarre dalle felpe delle ciotole di metallo. Quattro ciotole di dimensioni leggermente diverse, levigate e lucide, però certo non appena uscite dalla forgia. Anzi la lucentezza vaga indicava che avevano vissuto tempi migliori, forse in un periodo in cui i quattro di Loverpool non erano che dei ragazzi.
Arcadi si accorse che Milly stava sgattaiolando fuori dal furgone. Pensò che volesse guadagnarsi una postazione migliore per godersi l’esibizione. Invece sparì dietro un pilastro dove stava addossata una famigliola imbacuccata da capo a piedi: genitori e tre figli, facce larghe e grosse occhiaie, ricavate con lo stampino.
Imitando Giommi e Pit che si erano appollaiati sul cofano del furgone per vedere meglio, Arcadi si sedette sopra lo schienale del sedile. Vide così che i quattro di Loverpool tenevano sul palmo sinistro le ciotole e nella destra avevano un pezzo di legno lungo una spanna, sagomato ad arte. Fecero un cenno con la testa come se stessero per trattenere il respiro, poi iniziarono a far ruotare i cilindri di legno sul bordo delle ciotole.
Il silenzio venne tramutato in una vibrazione sonora, il metallo carezzato dai legnetti cantava! Erano onde di suono concentrico diffuse in quattro tonalità che andarono man mano a saturare il piano interrato. I pilastri e i corpi rifrangevano le frequenze creando un gioco di rimandi che rendeva l’armonia sempre più articolata.

Arcadi non aveva mai sentito nulla del genere. Era incantato come il bambino che amava perdersi nelle cose nuove, nelle meraviglie dello sconosciuto. Le note continue e possenti prodotte dalle ciotole erano un richiamo a perdersi in una dimensione di stasi e contemplazione. Una musica totalmente diversa dai frattali sonori degli Alveari che instillavano vigilanza, operosità.
Nelle vibrazioni create dal quartetto Arcadi iniziava a scorgere una bellezza che non aveva i contorni spiacevoli del disordine e il marchio della sconfitta: era un indefinito di grande valore, interrato nelle apparenze di un mondo devastato. Ad Arcadi sembrò d’aver già avvertito quella sensazione di piacevole abbandono. La identificò facilmente. Era quel sogno strano, quello della spiaggia sotto il sole insieme alla donna sconosciuta: la luce e il calore vibravano dentro il suo corpo sognante con la stessa intensità.
Arcadi avrebbe voluto esplorare quel paesaggio interiore che sentiva stranamente familiare, ma il suono iniziò ad affievolirsi, si ritirò, abbandonando l’aria attorno ai pilastri e gli uomini per rifluire dentro alle ciotole.
Applausi scroscianti e fischi d’approvazione crepitarono nel piano interrato tributando un gran successo per il quartetto. Gli anziani si rialzarono, fecero un inchino nelle quattro direzioni cardinali e si diressero verso i bordi dell’arena per ricevere i complimenti del pubblico.
Ma il presentatore aveva fretta e si rimise al centro per richiamare l’attenzione.
“Un sentito ringraziamento ai Quattro di Loverpool. Ma ora passiamo alle compere!”
Due palandranati a faccia bianca portarono nell’arena una lastra di metallo bruno con quattro gambette sottili. Altri due vi appoggiarono delle scatole porta attrezzi con lucchetti a combinazione tanto appariscenti quanto inutili. Uno sbandato in Zona rossa senza una tronchesina non ha motivo di campare.
“Iniziamo dal primo lotto – disse solenne il mastro cerimoniere – Per riscaldare la gentile platea proponiamo una confezione di acetilsalicilico!”

“Un mese di corrente elettrica!” strillò una mollettiera dalla chioma color sabbia imbigodinata.
“Carne fresca! Per due mesi!” urlò un fiocinatore che teneva il colbacco a fil di sopracciglia.
“Fresca di fogna!” gridò una voce anonima tra i pilastri di fondo, dove la folla era più folta scatenando risate.
“Calma signori! – intervenne il cerimoniere – Non turbate le compere.”
“Corrente un mese e due settimane!” rilanciò la mollettiera.
“Una batteria funzionante!” fece la voce acuta del primogenito della famigliola degli imbacuccati notati da Arcadi. La sua offerta destò un brusio interlocutorio nella platea degli acquirenti. Segno che era una proposta difficile da superare. Il cerimoniere attese ancora qualche istante poi sancì: “Merce aggiudicata!”
Il giovanotto e i fratelli sfilarono tra la cerchia del pubblico per andare a depositare la batteria e ritirare l’acquisto.
“Un articolo di lusso ora: antipiretico!”
La folla si animò e le offerte vennero lanciate quasi in contemporanea. Il cerimoniere socchiudeva le palpebre con espressione sofferente per pescare una proposta coerente nella tempesta vocale.
“Mese… ratto… vena di polistirolo… corrente…”
Non si capiva nulla. Allora il cerimoniere agitò le braccia e i palandranati sbiancati pestarono sui bidoni coprendo ogni voce.
Tump! Tump! Tump!
La folla si azzittì, riconoscendo che il caos non serviva a nessuno. Smisero anche i palandranati, però in lontananza ancora si udiva un battito ritmato.
Tump! Tump! Tump!
Il rumore era evidente. Il cerimoniere si era voltato per rimproverare i suoi tamburini, ma questi gli ricambiarono uno sguardo perplesso.
Tump! Tump! Tump!
Il rumore arrivava da sopra. Qualcosa di molto pesante stava scendendo la rampa con passo deciso, al galoppo.
Il cerimoniere fece un cenno e due fiocinatori corsero su brandendo i ferri del mestiere. Sparirono dietro un pilastro portante, oltre il quale cominciava la prima curva della salita.
I ‘tump!’ Si facevano più vicini e tutti stavano con le orecchie tese e il fiato sospeso.
I ‘tump!’ Si fermarono. Due urla, due rantoli, suoni di oggetti metallici che cadevano e rotolavano. Le fiocine dei due uomini.
Di nuovo. Tump! Tump! Tump!
La paura trasformò la disposizione della folla attorno all’arena. Tutti preferirono mettersi in fondo, possibilmente dietro le carcasse dei suv e in aree poco illuminate. Giommi e Pit lasciarono il cofano per strisciare sotto il furgone. Arcadi invece preferì la mobilità: balzò sulla pedana del mezzo e poi si acquattò dietro il pilastro più vicino.
I passi ormai erano all’ultima curva della rampa.
Un piede enorme, uno stivale violastro si piantò in un triangolo delimitato dal fondo della rampa e da un pilastro. L’altro piedone si posò con l’ormai noto ‘tump!’, il corpo dell’intruso era ancora coperto da una porzione del piano superiore. Indubbiamente quella ‘cosa’ era molto grossa, proporzionata alla sensazione di minaccia che stava opprimendo il pubblico della Farmateca.
“Aaaah! Vi nascondete quassotto coniglietti!”
La voce era amplificata da un’altoparlante e nell’ambiente chiuso risentiva di un fondo di fruscii al limite del fischio.
Nell’arco di tre “tump” l’intruso fu in piena luce e non fu una bella vista. Grossi piedi a pianta larga, cosce ipertrofiche montate su ginocchia servomeccaniche, un’armatura di piastre viola venate di porpora sormontate da una calotta che conteneva un volto umano. Un volto barbuto e rosso. Non si capiva se di rabbia, per lo sforzo oppure perché era la sua carnagione.
Ma a tenere desta l’attenzione del pubblico a bocca aperta erano le due chele: due grossi strumenti a pinza che quella creatura ben poco umana aveva al posto delle braccia.

Arcadi lo riconobbe: era la possente figura che aveva provocato i terremoti!
“Dovete venire da me! – ordinò alzando il volume – Devo passarvi tutti in rassegna: avanti!”
“Ladro bastardo!” Urlò una voce esprimendo il timore di tutti.
Una lancia andò a sbattere contro la calotta trasparente che proteggeva la testa del mostro. Non gli fece nulla, rimbalzò via come uno stuzzicadenti.
“Se fate così dovrò convincervi con le cattive! Rumpo non scherza!”
Col passo pesante l’autonominato Rumpo si accostò a un pilastro. La chela destra sferrò un colpo tremendo frantumandone una sezione. La dimostrazione distruttiva spinse la gente della Farmateca nel panico più puro: grida di paura, insulti, sassaiole e un gran parapiglia tra un pilastro e l’altro.
Rumpo avanzò cercando di coprire l’unica via di fuga: la rampa. I suoi movimenti di gambe erano lenti ma le chele erano molto agili. Un palandranato incauto venne pizzicato dalla chela di sinistra e sollevato da terra. Stretto all’addome lanciava ululati di dolore. Il bianco sul volto si squagliava.
Rumpo, stufo, lo buttò via e quello rotolò a terra come una bambola di pezza. Decisamente una mossa che non tranquillizzava nessun occupante della Farmateca.
Arcadi, come molti altri, stava calcolando il momento migliore per aggirarlo e sgattaiolare via. Magari mentre Rumpo macinava altri due innocenti.
Una mano sulla spalla. Milly.
“Vieni, non c’è speranza di fregarlo.”
Arcadi seguì in mezzo alla folla le gambe della ragazza inguainate nei jeans dorati. Malgrado lo scompiglio fatto di grida e inutili lanci di oggetti, i suoi riflessi di liquidatore gli fecero scansare sbandati urlanti e sbadati.
Milly lo stava guidando in un angolo illuminato da una solitaria lucetta rossa. Sotto si vedeva poco perché un gruppo di mollettiere si stava accalcando: era un’uscita d’emergenza.
Milly si bloccò. “No, c’è troppa gente. Verrà sicuramente di qua. Andiamo.”
La ragazza si mise a correre tra i pilastri, attraversarono metà del seminterrato per giungere accanto al pilastro portante del seminterrato, largo cinque volte tutti gli altri, era come l’albero maestro di quella cattedrale rovesciata nel profondo.
“Soffri di vertigini?”
Arcadi strabuzzò gli occhi quando notò cosa gli stava indicando Milly: sul retro del pilastro era fissata una stretta scaletta a pioli. Era di un metallo sporco e arrugginito. Dalla consistenza tutta da saggiare. Avrebbe retto il peso di una persona?
Milly sembrò infischiarsene dei calcoli. Spiccò un bel salto riuscendo ad aggrapparsi all’ultimo piolo. Digrignando i denti afferrò il piolo sopra e con tutta la forza delle sue braccia robuste si issò sulla scala.
Arcadi la imitò. Con più scioltezza dato il suo allenamento, il suo timore piuttosto consisteva nella possibilità di lacerarsi la pelle delle mani e infettarsi con qualche schifezza microscopica dormiente. Quella era la sua vera paura.
La visione del sedere dorato di Milly che ondeggiava sopra di lui non lo distolse dai pensieri ossessivi di patologie virali in agguato. Come poteva farne a meno, le avvertenze iniziavano da quando gli inquilini dell’alveare non erano che dei bambini. Le Madri li conducevano nelle sale degli Equalizzatori per imparare tutto quello che si conosceva sulle insidie della Madre superiore, la natura che comanda la vita. Il ciclo degli insegnamenti era intensivo, il programma era stato definito dagli stessi Amministratori ed era una delle pietre angolari dell’istituzione degli alveari. Chi si ribellava, chi risultava refrattario all’insegnamento veniva espulso. Non dall’apprendimento, ma dall’alveare.
Forse Milly è una bambina scacciata, considerò Arcadi mentre emergevano dalla penombra per incrociare il chiarore del terzo piano. Da sotto arrivavano urla di lotta e di dolore. Consapevolmente i due fuggitivi accelerarono la salita immergendosi di nuovo nelle ombre. La ragazza aveva un buon ritmo e Arcadi teneva la distanza di sicurezza ideale a scanso di contatti fortuiti.
“Saltiamo qua, dai” disse Milly mostrando la via.

CAPITOLO 10

Il secondo piano interrato era meno illuminato e l’aria era più polverosa. Arcadi lo sentiva pur con la protezione dei filtri nel naso. Stava seguendo Milly che correva verso un angolo buio. Prima che potessero avvicinarsi la vide spiccare un salto, un calcio volante con le sue scarpe bianche rinforzate. Lo “sbam!” che ne seguì fu una traccia sonora che Arcadi avrebbe volentieri evitato. Però in quel modo brusco la vecchia porta era stata abbattuta. Potevano avventurarsi per la stretta gradinata già percorsa da altri fuggitivi.
Arcadi ne avrebbe fatto a meno di quella compagnia. Mescolarsi con altra gente era contrario alla disciplina del Contatto zero: acqua e olio non possono mescolarsi. Ma visto che Milly fino a quel punto era stata una buona guida, si inserì nel flusso scalpitante di coloro che scappavano dalle carezze del brutale Rumpo.
Una nota positiva, rilevò Arcadi, i primi fuggitivi avevano alzando un notevole polverone ma avevano anche ripulito i gradini. Le sue calzature erano grate, avrebbe capito meglio dove stava per mettere i piedi e mantenere le debite distanze.
Nelle sue prime uscite sotto l’ala protettiva di Rubagotti uno dei primi ostacoli da superare, una volta acquisito l’equilibrio, erano le scale. Negli alveari se ne incontravano davvero poche. Al massimo c’era da scavalcare un anello di giunzione tra una porta stagna e l’altra. Nell’Esterno invece le scale abbondavano. Gli architetti del pre disastro le avevano distribuite ovunque con un’insistenza che doveva essere frutto di una predisposizione alla sofferenza. Non c’era da stupirsi, rilevava Arcadi, che un mondo del genere fosse collassato così rapidamente. Sembrava concepito per consumarsi, male.

Con il cuore in gola per lo sforzo di una corsa su due piani e quattro rampe di gradini, arrivarono alla luce. L’uscita era spalancata, niente cardini ma pericolose sbarre di ferro contorte, affiorate dalla sbucciatura del calcestruzzo. La gente vi si aggrappava per slanciarsi fuori. Arcadi lo fece con gran circospezione. Quel metallo rugginoso poteva conservare invisibili killer.
Si rimise in piedi sulla vasta facciata di un fabbricato crollato in un’età violenta. Ora la costruzione appianata si offriva al sole pallido, lo sorbiva come un premio di pensionamento, tra un erosione e l’altra delle tempeste di microplastiche.
Arcadi ne saggiò la consistenza con qualche pedata. Era un vizio. Milly lo stava guardando con tanto d’occhi. Tutti intorno i fuggitivi si dipartivano. Ognuno per sé o con qualche familiare stretto. Correvano sulla superficie levigata del lastrone di cemento sollevando brevi strisce di polvere bianca.
“Si può sapere che stai facendo? Dobbiamo levarci di qui: quel coso… Niente lo ferma.”
“Tu che ne sai?” le chiese Arcadi scansando un nanerottolo pescaratti in fuga con l’agilità di un torero.
Milly alla luce del sole asfittico sfoggiava un’abbronzatura naturale, epidermica non temporanea. La corta mantella plissettata che si era infilata lasciava intravvedere un bustino blu di stoffa antica. Arcadi lo identificò come cotone, ma avrebbe dovuto tastarlo.
“Io… io l’ho già visto.”
“Dove?”
“Fuori.”
“Fuori dalla Zona rossa?”

“Perché me lo chiedi?”
“Le cose che indossi non si trovano facilmente qui intorno.”
“Io… io…”
Il terreno cementato tremò. Milly e Arcadi sbarrarono gli occhi e strinsero i denti mentre i muscoli si irrigidivano al comando del terrore.
Lunghe crepe, laceravano come artigli il lastrone bianco. Gli sbandati fuggitivi si erano immobilizzati come goffi insetti su una gigantesca carta moschicida. Il tremore divampò in un boato di detriti, giusto a trecento metri dall’uscita d’emergenza. La superficie di cemento si frantumò come il guscio di un uovo che esplode dall’interno.
Una breve pioggia di detriti e la voce frusciante chiarì nuovamente la causa del terremoto.
“Dove scappate? Rumpo è qui per voi!”
L’invito mise il fuoco sotto i piedi dei fuggiaschi. Ognuno cercava di mettersi in salvo distanziandosi il più possibile dal mostruoso persecutore.
Arcadi fece un cenno a Milly in direzione della piattaforma che si stagliava a neanche un centinaio di metri. Il pilone massiccio e il piano sottile la facevano sembrare una ciclopica “t” appoggiata nel desertico paesaggio di Lanzogorgo.
“Di qua! È l’unico modo per liberarci di lui.”
Corsero senza risparmiarsi mentre Rumpo ripeteva i suoi inviti inaccoglibili. E quindi si stancò: una sonora serie di “pop” annunciò che l’offensiva era ripresa.
Dalle grosse chele, Rumpo sparava in aria grosse pallottole gommose che si dilatavano, piombando sulle prede in forma di reti appiccicose. Chi ne era preso rimaneva avvolto nella sostanza nera e viscosa che aderiva al cemento, ai mattoni e a tutto ciò che costituiva la spianata di Lanzogorgo.
Una mollettatrice colpita, si agitava disperata per levarsi di dosso i lacci molli ma elastici che la avvinghiavano. Pochi passi, poi cadde a terra in un bozzolo impolverato di calcinacci.

Arcadi tentava di scegliere i blocchi di cemento che gli parevano più stabili e ci stava quasi riuscendo. Ormai mancava soltanto qualche metro alla base del pilone che ergeva dalla massa di cemento asfalto con la violenza immobile di un proiettile incastrato in un vetro blindato.
“Dove stiamo andando? – Chiese Milly che aveva ritrovato il fiato dopo la corsa – Non c’è niente qui sotto!”
Arcadi voltò la testa per rassicurarla e bastò quell’attimo: il suo prossimo passo si poggiava su una lastra di un paio di metri, leggermente inclinata verso l’alto. Un pezzo di resistenza che crollò miseramente sbilanciando Arcadi.
Milly scattò e lo prese per un braccio.
La scarica di paura dettata dall’istinto di conservazione bruciò il circuito mentale del Contatto zero. Arcadi la strinse con forza. Aveva una gamba che ciondolava sul vuoto nero. L’altro piede era appoggiato ad un bordo sbrecciato, l’alluce caricava il peso del corpo su un tondino di ferro sbucato dall’armatura. Milly lo stava tenendo con tutte e due le braccia.
“Non ce la faccio! Salta al mio via… via!”
Arcadi piegò il ginocchio e, fidandosi della tenuta del tondino, si lanciò in direzione di Milly: finirono a terra, salvi e senza graffi..
“Nooo!!!”
L’urlo di un raccoglitore impiastricciato che rotolava ferocemente in una buca a una trentina di metri da Arcadi e Milly diede la scossa per rimettersi in piedi.
Arcadi bordeggiò con la massima circospezione la voragine che si era aperta sotto i suoi piedi per accostarsi al pilone. Milly era dietro di lui.
“Sbrigati, mi sa che i prossimi siamo noi.”
Arcadi cavò lo Stilomat dal gilet e disse: “Apri.”
Un trillo del dispositivo annunciò l’apertura di una stretta e lunga porticina. Una nuvoletta di vapori odorosi d’umido e verde ebbe un richiamo familiare per i sensi di Arcadi. Molto meno per Milly che arricciando il naso chiese stizzita: “Cos’è quel posto? Cosa c’è dentro? Io non ci entro…”
Arcadi tento di sorriderle per rassicurarla: “È l’unico modo per passare dall’altra parte, altrimenti quel Rumpo ci sarà addosso!”

Milly non era convinta del tutto, ondeggiava fra timori e la minaccia. Stare così esposti però non conveniva a nessuno e Arcadi si decise a compiere un gesto insalubre: prese la mano di Milly. Come lei aveva fatto poco prima. Fu meno brutale, la tirò a sé con dolcezza, come quando si deve convincere un bambino imbronciato.
“È l’unico modo, non avere paura, ti guiderò io. Non lasciare la mia mano.”
Bastarono pochi passi. Dentro era buio e quell’odore vegetale teporoso e umido era ancora più marcato.
“D-dove siamo?”
“È il cuore del pilone. Aspetta un momento e dovrebbe rischiararsi. Ecco.”
Davanti a loro, gradualmente, prese forma una parete costituita da grosse celle dense di liquido luminescente. Bastava però alzare lo sguardo per vedere che la parete era soltanto la minima porzione di una gigantesca colonna di materiale. Un materiale vivente. Le celle pulsavano: quelle più piccole si scambiavano di posto tra le maggiori, finché una non implodeva cedendo il suo contenuto alle vicine.
“È-è vivo…?”
“È vita, certo.”
“Tu allora non sei un neolib, vieni dagli alveari…” Il tono di Milly, che non levava gli occhi dallo spettacolo della mastodontica colonna cellulare, era distratto ma guardingo.
“Sì, ma ora dobbiamo andare, tieni i piedi sulla striscia di plastigum. “
“Cosa?”
“Quella specie di tappeto nero che hai sotto i piedi, camminaci sopra e non uscire. Un pilone non tollera intrusi. Questo passaggio viene usato soltanto dagli addetti alla manutenzione.”
Milly iniziò a seguirlo. Nella stretta della sua mano Arcadi credeva di sentire stupore, apprensione e pizzico di fiducia. Era una ragazza speciale, non aveva esitato a uscire dalla sua cerchia per aiutare uno sconosciuto. Del resto, considerò Arcadi, gli sbandati sono tutti sconosciuti tra loro. Nessuno che viva all’Esterno può esprimere il senso di comunità che nasce negli alveari.

Camminarono sulla corsia, attenti ai movimenti ma senza perdersi l’ipnotico movimento delle celle. Il processo della vita era accelerato e magnificato in quel complesso al servizio degli alveari. La colonna cellulare “respirava” e “mangiava” attraverso radici che affondavano nel terreno per centinaia di metri. Alla causa degli Amministratori donava la carica elettrica necessaria al funzionamento della piattaforma e del tratto di teleferica di sua competenza. Milly era ammaliata da quella creatura asservita all’uomo, Arcadi lo percepiva nell’incertezza dei suoi passi. Impiegarono comunque soltanto due minuti per arrivare sul fronte opposto del pilone.
Arcadi ripeté con lo stilomat l’operazione fatta per entrare. La luce del giorno riportò il buio dentro il pilone. Dopo un rapido sguardo di controllo, Arcadi uscì lasciando la mano di Milly.
“Vieni, è sicuro.”
“Sicuro? Ma dove stiamo andando?”
“Dobbiamo allontanarci…”
“Dove?”
Arcadi non rispose, si voltò verso il suo obiettivo: la capsula che pendeva dalla teleferica sfiorando il terreno. Doveva riallacciarsi al cordone ombelicale dell’alveare, quell’escursione nella follia dell’Esterno era durata fin troppo. Arcadi sentiva il bisogno di un bagno nebulizzante per togliersi di dosso polvere, batteri ed eventuali parassiti. Quel mondo era sporco e sentiva di non farne parte.
Milly però l’aveva salvato. Un gesto che non valeva nulla secondo le leggi degli Amministratori: al primo posto c’era la sicurezza gli Alveari, al secondo l’integrità dei singoli individui. In una parola: la salute. Pubblica e privata. Un gesto di generosità aveva senso se veniva speso per tutelare la comunità o per proteggersi da una contaminazione.
Milly non aveva agito per nessuna delle due motivazioni. Eppure gli aveva teso il braccio, aveva impedito che finisse sfracellato. Perché? Anche per dare una risposta a questa domanda, Arcadi la stava invitando sulla capsula.
La ragazza era titubante. Non aveva mai messo piede su un mezzo del genere. Però doveva averne visti, magari anche solo di passaggio.
“Avanti sali e siediti là, io mi metterò a fianco.” cercò di rassicurarla.
Milly si guardava attorno, con cautela si accomodò sul sedile tenendosi a distanza dalle leve di comando.
“EHI VOI! Non siete autorizzati a tagliare la corda!”
Era Rumpo che strillava amplificato. Era emerso dalle ombre dietro il pilone della piattaforma.
Arcadi saltò dentro la capsula, si chiuse la cintura di sicurezza sull’ombelico e fece fare altrettanto a Milly.
“Chinati in avanti! Testa tra le ginocchia!”
“Perché?”
“Giù!” le intimò Arcadi prima di strappare la manovella del controllo verticale. L’argano riarrotolò il cavo a massima velocità e la capsula subì un contraccolpo che la sbalzò oltre l’altezza del filo guida. Come due tuorli shakerati Arcadi e Milly furono costretti a sorbirsi il brusco su e giù. Le cinture e l’asta di bilanciamento evitavano che i sobbalzi causassero traumi gravi. Fu comunque una brutta esperienza, ai limiti della nausea.
Non appena potè mettere le mani sulle leve, Arcadi mollò l’avanfreno e la capsula si mise in movimento distanziandosi dalla piattaforma di Lanzogorgo.
“NON POTETE! TORNATE QUI!” Strillò Rumpo con tutti i decibel che i suoi altoparlanti potevano consentirgli. Il tono del suo ordine suggeriva un approccio tutt’altro che conciliante.
Si udì infine una raffica di corte esplosioni.
“Ci spara addosso!” gridò Milly.
“Tranquilla. – disse Arcadi – Anche se ci colpisce, non può infilarci in una delle sue reti.”
No. Rumpo non poteva farlo. Ma le sue chele non spaccavano soltanto il cemento causando terremoti e non scagliavano soltanto reti appiccicose per fare prigionieri.
CRACK!
“Che cosa…?” Arcadi cercò la causa del rumore. Poco sotto la sua gamba sinistra la capsula era stata perforata: la punta di un chiodo lungo un dito faceva capolino. Rumpo li stava investendo con una pioggia di proiettili.
CRACK!
Milly lanciò un grido acuto. Un altro chiodo si era conficcato nella superficie della capsula, all’altezza della sua testa.
“Stai calma. Dobbiamo solo allontanarci ancora un po’…”
Arcadi lasciò libero l’avanfreno per procedere alla massima velocità.
CRACK!
Milly e Arcadi si guardarono intorno. Dove aveva colpito? La risposta arrivò con un orribile cigolio.
“L’asta! – gridò Arcadi – L’asta di bilanciam…”
L’asta si spezzò tranciando il cavo e lasciando libera la capsula. I due occupanti annaspavano nel tentativo di puntellarsi, mentre la boccia di plastiglass che li conteneva ruotava in aria.
Un tuffo lungo e fortunato. Il primo impatto a terra venne attutito da una matassa di spinosissimi cespugli palustri prosperati a dismisura. La forma tonda della capsula riduceva l’attrito e il plastiglass è un materiale notoriamente leggero, perciò Arcadi e Milly ormai in preda alla nausea rimbalzarono una seconda volta. E fu un centro perfetto: un corso d’acqua color topazio li attendeva. La capsula venne trascinata via come un uovo di ragno rapito da un rigagnolo di pioggia.

© 2020 – Associazione Culturale RetroEdicola Videoludica – via Gabriele Rosa 18c – Bergamo
1° edizione – Progetto Iskandar – Marzo 2020
Tutti i diritti riservati

CAPITOLO 11

L’aria della spiaggia soffiava calda accompagnando le gocce delle onde più agitate. Arcadi sentiva il sole sulla pelle, sulle palpebre chiuse, lo sentiva come un abbraccio completo del suo corpo. Qualcosa che non aveva mai ricevuto in vita sua, ma inconsciamente ne sentiva la mancanza. Un desiderio cieco.
Le gocce d’acqua portate dalle onde gli finirono in faccia. Un disturbo, un’interferenza, la sensazione si corrompe.
Un sogno, era un sogno, si ripeteva Arcadi aprendo gli occhi. Il volto di Milly era sopra di lui, con un panno gocciolante.
“Salve! – disse la ragazza appoggiandogli il panno sulla fronte – Hai preso una brutta botta. Lo devi raccontare a chi progetta i comandi di quell’uovo col filo.”
“Cosa è successo?”
“Abbiamo navigato per un po’ lungo un canale, poi abbiamo sbattuto contro uno sbarramento, la chiamano diga, e siamo rotolati dentro un coso che si chiama scolmatore. Buffo come nome vero?”
Arcadi provò a sollevarsi e sentì sul cranio le fitte di una corona chiodata. Subito ricordò i chiodi sparati da Rumpo, l’assalto alla Farmateca di Lanzogorgo, la mano di Milly che lo aveva salvato dalla caduta nell’abisso.
“Vacci piano! – Lo ammonì la ragazza – Hai salvato la testa, non vorrai perderla adesso.”
Arcadi si distese di nuovo. Iniziò a considerare quello che c’era attorno. Erano al riparo dentro una costruzione dalle pareti morbide, come il pavimento sul quale era sdraiato. Fuori si sentiva l’acqua scorrere. Valutò che non si erano allontanati dal canale menzionato da Milly.
“Va bene, puoi dirmi dove siamo?”
“Questa è la tenda dell’Adì.”
“Di chi?”
“L’Adì. – ripetè Milly – Ha detto di chiamarsi in quel modo e che non poteva dirmi di più per via della normativa su una cosa tipo ‘praivasi’. Guarda non ho idea di cosa intendesse, questi Neolib parlano tutti in modo strano.”
“Neolib?”
“Sì, non ne hai mai sentito parlare? Ah dimenticavo che tu non vai molto in giro. Te ne stai tutto il tempo nella tua celletta come una brava apina, vero?”
Arcadi si sorbì il sorrisetto ironico di Milly, poi tornò alla carica: “Spiegami allora: chi sono?”
“Non sono dei viandanti, loro abitano qui, sulla diga. Le loro tende sono piantate su una striscia di terra tra il canale e lo scolmatore. Sai che potevamo finire nel fiume?”
Arcadi fece un altro tentativo di rialzarsi, ma stavolta più lento e misurato. Cercando di evitare la morsa chiodata.
“DOVE SONO I MIEI VESTITI?”

“Ehi! Che ti strilli? È tutto qui. Non abbiamo rubato niente. Quando ci hanno tirati fuori dalla tua bolla ci siamo inzuppati d’acqua. Tutto qui.”
Arcadi notò che anche Milly era senza la sua mantella plissettata e il bustino. Si era avvolta in un ampio asciugamano azzurro. La pelle abbronzata delle sue spalle rifletteva macchie di luce per via della lanterna appesa sopra di loro. Intorno si vedevano grossi cuscini panciuti e folti tappeti, alcuni sovrapposti, altri arrotolati.
Arcadi era sdraiato sotto una coperta pelosa e bianca.
“Dammi la mia roba.”
“È là, vicino al braciere. Non è ancora asciutta.”
“Non mi importa. La voglio, adesso.”
Milly butto il panno umido in un angolo e lo fulminò con un’espressione stizzita: “Vai a prenderteli!”
Arcadi non se lo fece ripetere: spostò la coperta mostrando la sua pallida nudità e iniziò a gattonare verso i vestiti appesi ad una rastrelliera davanti al braciere. Andava al rallentatore, perché la testa e il collo non si erano ancora ben sincronizzati.
Milly sbuffava infastidita manifestando il suo disappunto.
Una porzione triangolare della tenda si scostò facendo entrare un raggio di luce giallo paglierino e un giovane uomo dall’aspetto atletico, in una perfetta tenuta da cricket bianco latte. Mascella quadrata, occhi azzurri, capelli scuri: sorrideva cordiale.
“Sto interrompendo qualcosa?” chiese senza modificare di un millimetro il sorriso di benvenuto.
“No. – sbuffò Arcadi cercando di infilarsi i calzini – Sto soltanto cercando di ritornare presentabile.”
“Ossia armato…” Il tizio non la smetteva di spremersi gli zigomi. Prima che Arcadi potesse ribattere o aggiustarsi i boxer, riprese: “Non si preoccupi non abbiamo toccato nulla della sua proprietà. Per noi dell’Isola è cosa sacra.”
A conferma di quanto sentito, Arcadi notò che le due parti del neutralizzatore erano state riposte vicino ai suoi pantaloni.
“Io sono l’Adì dell’Isola, sono a capo del consiglio: le dò il benvenuto.” L’Adì porse la mano ad Arcadi, pronto ad una stretta vigorosa e sincera quanto il suo sorriso. Arcadi naturalmente replicò con un cenno della testa, rispettoso, ma distaccato. Tutto ciò mentre si infilava i pantaloni.
“Abbiamo provveduto a rammendare la camicia strappata – disse l’Adì tenendo l’indumento per il colletto – Un lavoro un po’ artigianale. Questo è un bel capo in tessuto vegetale: integratori di bio-flora incorporati, vero? Non se ne vedono molti in giro. Immagino non sarà interessato alla vendita…”
“No. Mi serve per lavoro.”

“Ah, capisco –disse l’Adì appoggiando la camicia alla rastrelliera. –Anche tutti quegli interessanti attrezzi… offensivi.”
Arcadi rimase zitto continuando a vestirsi. Anche Milly nell’angolo faceva altrettanto.
“Abbiamo parlato già con la sua collaboratrice – continuò l’Adì in tono aperto e gioviale – Ci ha riportato sommariamente la vostra disavventura. Premetto subito che la nostra politica è contraria agli atti di distruzione e al disturbo del pubblico commercio.”
“Politica?”
L’Adì ignorò la domanda e continuò il discorso con una piega sorniona: “Anche lei, da quello che ho capito rappresenta un’organizzazione che ha una certa importanza qui nella Zona rossa.”
Arcadi, che si stava allacciando il gilet, stavolta sorrise. Un sorriso di pura formalità. Il tizio gli chiedeva se gli Alveari avevano ‘una certa importanza’. Avrebbe voluto dirgli che la Zona rossa era proprietà degli alveari e tutti loro erano tollerati quanto la polvere che si deposita sulle mensole. Ossia, provvisoriamente.
Ma naturalmente non sono cose da dire ad un ospite gentile, premuroso e viscido.
“Avremmo interesse ad intrattenere rapporti d’affari con la vostra organizzazione – affermò l’Adì piantandosi le mani sui fianchi – sappiamo che avete una struttura piuttosto chiusa ma…”
A Milly scappò una risatina che quasi contagiò Arcadi.
“Oh, ma che sbadato! – esclamò l’Adì – Fuori abbiamo allestito un piccolo cocktail di benvenuto, vi prego. Il consiglio desidera fare la vostra conoscenza.”

Uscirono dalla tenda nella luce addolcita della sera. Il sole pigro, stufo di stuzzicare quelle nuvole piatte come lame, cercava il grembo della Terra per riposare. Terra che in quel lembo di mondo offriva un prato verde su terriccio rosso mattone.
Allineate perbene lungo un rettilineo che portava verso il corso d’acqua, c’erano una decina di tende. Erano grosse tende militari che qualche mano artistica aveva deciso di foderare con strati di vinile e tettoie di gommapiuma. Materiali di pregio, di certo estratti da qualche giacimento d’auto sotterraneo.
Arcadi avanzò tenendosi dietro l’Adì, si sentiva ancora un po’ scosso, attorno alla testa sentiva un cerchio di ferro. Niente che non potesse appianare il ricostituente di taurospirulina che aveva in tasca.
Accanto a ogni tenda erano allestiti dei banchetti di legno con tanto di tettoia e leziose tendine di stoffa. Fece in tempo a registrare la presenza di bottiglie, sculture di plastica e ninnoli di metallo. Tutto materiale di contrabbando, osservò Arcadi. Nella Zona rossa non si produceva da lustri materiale simile. Questo spiegava perché il simpaticone che li aveva accolti fosse tanto interessato all’aspetto commerciale.

A un cenno dell’Adì da dietro i banchetti uscirono una ventina di persone. Tutti vestiti di bianco, con il bizzarro completo da cricket, alcuni anche dotati di cappellino con visiera. Tutte facce distese, in generale con marcati sorrisi su lineamenti non segnati dagli stenti. Uomini e donne, di stazza diversa, ma tutti di bell’aspetto, misurati nei gesti e nelle parole. Si avvicinarono senza fare calca attorno ai nuovi venuti.
“Cari ospiti, questo è il gran consiglio della nostra modesta isola. Accomodatevi pure.”
Prima che Arcadi potesse chiedere dove, vennero portate delle sedie dalle alte spalliere. I membri del gran consiglio invece preferirono andare a sedersi sopra dei grandi bauli svuotati dalla merce e coperti di pellicce.
Arcadi si voltò verso Milly e scoprì che si era cambiata d’abito. Erano sparite la gonna che portava infilata al collo come mantella e la collana con le boccette di plastica che le davano un aspetto da neo selvaggia. Aveva preso una giacca di pelle nera, rinforzata da gomitiere. Lei si accorse d’essere osservata e spiegò strizzando l’occhio: “Ho fatto un cambio, ti piace?”
Prima che Arcadi potesse risponderle si fecero avanti tre persone, due delle quali brandivano un piede di porco e una lunga chiave inglese.
“Quella roba è mia.” considerò Arcadi badando di non risultare irritante.

“Sintoper.” mormorò Arcadi.
La platea degli isolani aveva assistito senza manifestare emozioni di alcun genere. Continuavano a guardare Arcadi. Era lui l’opportunità da valutare.
“Io dico di metterli a profitto.” esordì Taeg indicando gli ospiti con la punta del piede di porco.
“Sei il solito ‘vendi e incassa’ – lo rimproverò Tan – non sapresti riconoscere un opportunità di investimento neanche con un prospetto statistico.”
“Puah! Numeri, curve e torte a spicchi! Soltanto esercizi di aritmetica e un po’ di dati storici – la faccia di Taeg mostrò un sincero disgusto – Niente di certo. Tanto vale affidarsi alla roulette.”
“Insisti con l’economia cognitiva – entrò in scivolata la dottoressa Target – e sarà anche vera però le reazioni umane sono talmente basilari che non c’è sostanza né piacere a intavolare imprese. Quanti ne abbiamo incontrati che uscissero dagli schemi.”
A sprazzi si manifestarono le voci dei sostenitori di Taeg.
“I folli barcaioli, i bot people! I compulsivi borseggiatori, i cowboy traders! Le tartarughe ganja, i cassettisti di lungo corso”.
L’Adì sollevò l’indice ponendosi ad arbitro della contesa: “Mi pare che il punto all’ordine del giorno sia evidente e vada messo ai voti in base al peso dei vostri pacchetti azionari. Il quesito è semplice: il signor Arcadi può essere sfruttato per avviare una nuova linea di servizi con i popoli degli alveari, oppure è un impostore e va riclassificato come materia prima pronta all’uso?”
Inizialmente Arcadi avrebbe classificato questa eccentrica tribù dell’Esterno come ‘raccoglitori e scambiatori’. Vivevano in una zona del fiume riparata ma questo non gli impediva di beneficiare di quanto poteva giungere dal corso d’acqua e dal canale incidente. Gli ultimi sviluppi però avevano preso una piega tutt’altro che rassicurante. Arcadi stava riflettendo: quale prova inconfutabile del suo status poteva mostrare? Ovvio che rivelare d’essere un liquidatore in caccia non rientrava tra le opzioni sensate.
“Prima del voto – propose Tan – si potrebbe saggiare lo spread tra la sua supposta verità e le nostre legittime aspettative.”
“Un’analisi psicometrica?” propose speranzoso Taeg.
“No – interruppe la dottoressa Target – credo che intenda qualcosa di più fisico.”
Vvvlasshh! Un grosso tonfo nell’acqua verdastra richiamò l’attenzione degli isolani. I membri del consiglio che stavano nella cerchia esterna si alzarono dai bauli per andare a vedere. Ma non fecero in tempo ad affacciarsi sulla riva che una massa emerse dai flutti.
“Aaaargh!!! Coniglietti dove siete!? Rumpo vuole stringere amicizia.”
L’energumeno violarancio fece un paio dei suoi sonori passi straziando l’erba e il fondo sintetico che ricoprivano l’isola. Le chele mostruose si aprivano e chiudevano in una ritmica provocatoria.

Quello con la chiave inglese, viso tondo e timidi baffetti orientali, annuì: “Vero, ma i servizi hanno un costo.”
“Le presento il mio braccio destro – intervenne l’Adì – il signor Tan. E poi il nostro analista, il dottor Taeg.” L’uomo più smilzo fece un cenno amichevole, ma con il piede di porco in mano risultò un bizzarro contrasto di intenzioni.
“E non ultima, la nostra esperta di pianificazione, la dottoressa Target”. La donna aveva un naso all’insù, capelli corti castani e studiava intensamente Arcadi come se stesse calcolando le sue mosse future in un arco di tempo molto vasto.
“Cosa intendete per costo del servizio?” chiese Arcadi cercando di movimentare quella superficie di finta intesa.
Tan abboccò: “Consideri che abbiamo messo a rischio parte importante del nostro capitale per metterla in salvo. Potevate annegare nello scolmatore.”
“In sostanza mi state dicendo che per il vostro salvataggio c’è un prezzo. Cosa volete?”
“La capsula contiene materiali interessanti – disse il dottor Taeg sventolando il piede di porco – È anche un mezzo di trasporto, però ormai inutilizzabile. Per voi è inservibile, una zavorra. Anche nei confronti della sua organizzazione si tratta di una perdita di beni già messa a bilancio.”
Arcadi si stupì: non aveva mai considerato in quel modo gli oggetti che venivano messi a disposizione dagli Amministratori. Era chiaro che i cellapp, le serre, le teleferiche, i droni avevano tutti un valore. Ma erano parte del servizio delle amministrazioni, garantite a tutti coloro che vivevano negli alveari e nel rispetto del Contatto zero. Capiva bene che gli isolani avevano altri costumi, ma quel modo di ragionare non gli piaceva.
“Questo non toglie che quegli attrezzi siano miei. Mi servono, per il mio lavoro.”
“Quindi lei lavora con questo genere di cose.” disse la dottoressa Target mostrando le due componenti del neutralizzatore. Arcadi non si era accorto che non erano attaccati alla sua cintura.
“Ehi, stia attenta, potrebbe farsi male…”
“Oppure potrebbe essere lei a intaccare il nostro capitale, non è così?”
“Non sono venuto qui per voi. Non sapevo neanche della vostra esistenza. Siamo arrivati per caso. Siamo stati aggrediti.”
“Lei signor…”
“Arcadi, Erik Arcadi.”
“Signor Arcadi – continuò la dottoressa Target – la sua presenza ci mette davanti a un bivio: potrebbe rappresentare davvero la potenza degli alveari, oppure potrebbe essere un predatore con un racconto patetico come diversivo in vista di un’acquisizione a costo zero.”
“Cinquanta per cento?” disse Tan.
“Direi quaranta e sessanta per la bugia.” sentenziò Taeg.
“Comunque sia – intervenne l’Adì – è bene che sappia che l’acquisizione dell’Isola non sarà a costo zero.”
Detto questo sfiorò con l’indice l’avambraccio di Milly. La ragazza cacciò un urlo e scattò in piedi.
Arcadi ritenne saggio non reagire, troppi occhi gli stavano addosso. Milly, dolorante, con la mano stringeva forte la parte sfiorata dall’Adì. Si decise a controllare e strillò: “GUARDA MI HA STRAPPATO VIA LA PELLE!”
Una striscia di carne rosa, pulsante, lunga almeno quattro centimetri le sfigurava l’avambraccio abbronzato.
“BASTARDO! CHE TI HO FATTO?”
Milly andò alla carica dell’Adì, ma quello la respinse con un colpo del palmo della mano piazzato al centro della sua fronte. La mise a sedere tra l’erba, stordita e piagnucolante.

“Signori del consiglio – disse l’Adì con l’indice sguainato – temo che dovremo momentaneamente sospendere la nostra seduta. È in atto una violazione di proprietà. Capite bene che sarebbe disdicevole stabilire un precedente. Vi invito tutti perciò ad aderire alla mia Opa nei confronti del soggetto fonte di minaccia.”
Le braccia degli isolani in bianco si levarono in alto per sancire l’unanime consenso alla proposta dell’Adì.
“Dottoressa Target–aggiunse l’Adì –le lascio in consegna temporanea questi due prospetti.”
La dottoressa annuì. Impugnava ancora le due parti del neutralizzatore, ma sembrava non averne bisogno per tenere a bada Arcadi e Milly.
Intanto Rumpo aveva iniziato la sua opera distruttiva. Le sue chele facevano a brandelli una tenda. I primi isolani gli si fecero addosso a mani nude, scoprendo immediatamente quanto fosse inutile. Una torsione del busto di Rumpo e via: tre ometti in bianco vennero sbalzati nel folto delle felci.
L’attacco guidato dall’Adì però fu tutt’altra cosa: ogni isolano era armato. Mazze, sbarre di metallo, asce, martelli e addirittura rarissimi utensili a carica elettrica.
Arcadi guardò ammirato lo slancio ardito dell’Adì che si catapultò con immenso azzardo tra le braccia mostruose di Rumpo. Tutto in una frazione di secondo. Quella che gli serviva per saltargli in groppa. Il suo team d’assalto intanto si dedicava metodico a bloccare gambe e chele. Alte scintille si levarono quando entrarono in azione le fresatrici portatili.
L’Adì, aggrappato alla calotta che proteggeva la testa arrabbiata di Rumpo, impartiva ordini con la calma del leader. Un isolano cacciò una sbarra nell’ingranaggio a vite del ginocchio abnorme di Rumpo. Questo se ne accorse e lo pinzò con una chela: prima provò a spezzarlo in due pressando e torcendo, poi lo scagliò rabbiosamente a terra, con una tale violenza che il corpo rimbalzò.
La dottoressa Target non si perdeva lo scontro, voltata di tre quarti assisteva al preludio del successo degli isolani. Anche se Rumpo spazzava via gli assalitori biancheggianti a colpi di chele, le sue gambe erano state immobilizzate: gli avevano scardinato le ginocchia. La sua potenza era generata da quel meccanismo di carica.

L’Adì, usando un ignoto punteruolo, ruppe la calotta protettiva della testa di Rumpo e la gettò. C’era un totale contrasto tra la freddezza dell’Adì e l’ira impotente di Rumpo, rimasto senza la sua voce tonante.
Arcadi non si fece sfuggire l’occasione preziosa, sulla quale tanto avevano dibattuto i suoi ospiti in tenuta da cricket. Scattò dalla sedia, e si buttò contro la dottoressa Target. La mise a terra con uno sgambetto. Ma sapeva che ci voleva ben altro per metterla fuori combattimento. Perciò cercò di prenderle il neutralizzatore tentando di tenerla bloccata in maniera poco cortese con il proprio peso, le ginocchia sulle reni.
La dottoressa, pur pressata da Arcadi, non mollava la presa sull’arma. Aveva ancora la forza per liberarsi. Le bastò inarcare la schiena per sbilanciarlo. Ma Arcadi le fu di nuovo addosso, stavolta per strapparle i due pezzi del neutralizzatore. Si concentrò su quello che teneva nella destra. Arcadi rischiò: tolse la sicura mentre la dottoressa lo teneva ancora impugnato, poi le diede un forte strattone. Partì un colpo. La dottoressa fu centrata tra la tempia e l’occhio destro: restò a terra. Arcadi le prese le armi e il suo primo pensiero fu per Milly.
La ragazza lo stava guardando con un’espressione atterrita che non comprese subito. Poi lei puntò l’indice. Indicando dietro le sue spalle. Arcadi si voltò veloce e fece fuoco senza guardare. La dottoressa cadde di nuovo a terra. Questa volta con un buco nello stomaco.
Arcadi si prese il lusso di guardarla per due istanti: le mancava mezza faccia. Ma quello che vedeva non sembrava per niente una testa umana, quanto un blocco di marzapane. Dal grosso buco in pancia non usciva una goccia di sangue.
“Sintoper.” mormorò di nuovo Arcadi.
Milly richiamò la sua attenzione, si stava inoltrando nel folto delle felci. Arcadi non la fece attendere. Diede soltanto un’ultima occhiata allo smontaggio di Rumpo da parte dei bianchi combattenti. Morto in piedi, dentro l’armatura, come un cavaliere di tempi di cui nessuno aveva più memoria.

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